Storiche finché durano, mutevoli come appunto la storia. Difficile credere che la presa di distanza degli Usa dall’Europa sia dovuta al brutto carattere di Trump. Tanto varrebbe dunque prenderne atto, qualunque cosa ne pensi Zelensky. Ciò che non significa ovviamente prendere ordini da Putin, solo accettare la prospettiva che, una volta venute meno le ragioni ideologiche, diplomazia e disarmo multilaterale oltre ad una ritrovata unità europea prendano finalmente il posto di una contrapposizione est ovest corredata dal rischio nucleare. (nandocan)
da Remocontro
La fiducia transatlantica è incrinata, Zelensky critica gli alleati e i negoziati sull’Ucraina si tengono senza l’Europa, che non può più rinviare una riflessione sul suo futuro strategico. Trump a Davos, la rottura sulla Groenlandia non si è consumata. Ma per Board of Peace una nuova realtà si è imposta, a cui gli europei sono chiamati ad adattarsi: la fiducia negli Stati Uniti è rotta.
La Nato asservita
Non è chiaro cosa ci si aspetti dal colloquio a porte chiuse con il Segretario generale della Nato Mark Rutte a cui la Danimarca fa sapere di non aver concesso “alcun mandato” per negoziare a suo nome. Il rischio è che il presidente americano metta nuovamente alla prova l’unità europea. E Trump ha minacciato “pesanti ritorsioni” se i paesi europei iniziassero a vendere titoli del debito americano per fare pressione sugli Stati Uniti, mentre un fondo pensione danese e uno svedese hanno annunciato la loro decisione di ridurre fortemente l’esposizione ai titoli del Tesoro americano, citando “l’imprevedibilità della politica statunitense”.
Zelensky a mano tesa ma con furore
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel suo discorso da Davos ha sferzato duramente l’Europa. «Europa resta un magnifico ma frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di guidare la difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l’attenzione americana si sposta altrove, l’Europa appare disorientata, occupata a cercare di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea. Ma non la cambierà.Molti dicono: ‘Dobbiamo restare forti’, aspettando che qualcun altro decida per quanto tempo. Preferibilmente fino alle prossime elezioni». Che tutti gli attuali governanti perderanno.
Negoziati a tre, senza l’Ue e senza il Donbass
Intanto la conferma che “la questione del Donbass è fondamentale”, mentre Mosca insiste sul fatto che non porrà fine alla guerra a meno che Kiev non faccia significative concessioni territoriali. La regione orientale, di cui al momento le forze russe controllano quasi il 90%, è teatro di scontri da anni. Kiev si rifiuta di ritirare le sue truppe dalle zone del territorio che i russi non hanno conquistato. E più volte, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ripete: “La posizione della Russia è nota: l’Ucraina e le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass”.
Trarre vantaggio dalla crisi?
Le ambiguità che si intrecciano. Putin o Zelenski o Trump in altalena. Ora molti pensano che tutti vogliano raggiungere un accordo. Lo scopriremo presto. Entro giugno pretende Trump. «Per usare una frase spesso attribuita a Churchill – osserva Politico – il rischio è che l’Europa “lasci che una buona crisi vada sprecata”». Come? Col tira e molla di Zelensky e di parte dell’Europa alla consueta strategia di compiacere il presidente statunitense, anche a scapito dell’Unione europea, al faticoso avvio trilaterale tra le delegazioni russa, americana e ucraina. Anche se l’Ue di fatto frammentata, difficilmente modificherà il proprio fragile sostegno a Kiev. Cosa che non si può dire di Trump.
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