La guerra persa da cui Trump non sa come uscire

Appare ormai molto credibile che solo la prevista sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine possa riuscire ad allontanare il rischio di “un prolungamento distruttivo per tutti” dopo la minaccia di un intervento di terra per spaventare il regime iraniano. Si spera che l’isolamento di Trump non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa riesca piuttosto ad allontanare lo spavento nel resto del mondo (nandocan)

di Ennio Remondino

La mancata vittoria come dura sconfitta. Oltre un mese dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran e aumentano i rischi di un suo prolungamento distruttivo per tutti. Un muro contro muro letale per tutta l’economia globale. Mentre un sempre più isolato Trump mobilita rinforzi militari con la minaccia di un intervento di terra per spaventare il regime iraniano ma che fa tremate l’America, con lo spettro di un nuovo Vietnam o Afghanistan.

Superpotenze impotenti e divise

Israele e Stati Uniti sono soci d’affari ma non perseguono gli stessi obiettivi. Con un elemento chiave a dividerli. Il fattore tempo. Utile a Netanyahu per scardinare comunque ciò che resta del Libano. Mortale politicamente per Trump con le elezioni di metà presidenza –‘metà di deputati e senatori- ormai perse, come ripete da tempo Orteca.

Confusione strategica Usa

Gli americani, da un lato rinforzano il loro schieramento militare con l’arrivo di nuove forze anche terrestri, dall’altro, seguitano a parlare di negoziati con Tehran per prepararsi una via d’uscita accettabile politicamente. Con Trump che ormai straparla. «Nelle ultime quattro settimane, le nostre forze armate hanno conseguito sul campo di battaglia vittorie rapide, decisive e schiaccianti. Stiamo smantellando la capacità del regime di minacciare l’America. Siamo vicini a finire il lavoro e lo finiremo molto presto».

Vittoria di Pirro, ed anche peggio

Il gradimento del presidente era sceso a fine marzo al 33 % dal già basso 36 % della settimana precedente. Seguito dalle critiche agli alleati europei, accusati di non intervenire in difesa del libero traffico nello stretto di Hormuz, solo con Israele e l’approvazione formale dei soli Paese arabi del Golfo. Ridotto a minacciare persino l’uscita dalla Nato senza ottenere neppure una risposta.

Altalena Casa Bianca

Motivazioni della guerra, sempre cangianti nella narrativa trumpiana. Una guerra che -aveva promesso- «avrà un orizzonte di 14-21 giorni per la conclusione. Una guerra che sta sconvolgendo l’economia mondiale. E che sta colpendo anche in casa. Una inflazione simile a quella di Joe Biden, e la benzina. Poche ore prima, il 31 marzo, era stato reso noto che, per la prima volta da 4 anni, il costo della benzina era salito oltre i 4 dollari al gallone. Un terzo in più.  Ed ecco che quasi tutte le sue dichiarazioni non riguardano la guerra ma il mercato dell’energia.

Tutte le scuse fallite

Come movente del conflitto avviato con l’israeliano Netanyahu, Trump ha invocato, di giorno in giorno, il cambio di regime, che non s’è verificato. Una rivolta interna contro il regime degli ayatollah, che non s’è verificata, anzi con rafforzamenti patriottici. ‘Attacchi imminenti delle forze iraniane alle basi americane nella regione’, sporadica e solo come ritorsione agli attacchi avversari, dopo l’inizio della guerra. L’uranio per l’atomica, che compare e scompare per magia di convenienza. Col francese Macron, cattivo: «Trump non può continuare a contraddirsi ogni giorno, non può dire ogni giorno il contrario di ciò che ha detto il giorno prima».

Assaggio di attacco di terra?

Secondo il Wall Street Journal il Pentagono starebbe studiando l’invio ulteriori di 10.000 soldati, fra militi dell’US Army e Marines, in aggiunta ai circa 5000 marines e 2000 paracadutisti della famosa 82a Divisione Airborne. Un contingente troppo piccolo per una vera offensiva di terra. Nel 2003, per invadere e occupare il molto più piccolo Iraq ci vollero 150.000 soldati. In Iran oggi, 200mila soldati, 200mila miliziani dei Pasdaran e oltre 600mila della milizia popolare dei Basij. Valutate voi.

Memoria della guerra 1980-1988

Già nel lungo conflitto contro l’Iraq di Saddam Hussein, l’allora neonato regime degli ayatollah arruolò e impiegò al fronte migliaia di ragazzini, spesso impiegati per rimpolpare le ondate di fanterie d’assalto che aprivano la strada nei campi minati con pesantissime perdite. Celebrati come martiri. Ieri le diffuse proteste popolari contro il regime nel gennaio 2026, ma gli elementi più oltranzisti restano comunque milioni, parte decisiva delle strutture politiche e militari che resistono ai pesanti bombardamenti. Oltre a un patriottismo comunque diffuso.

Problemi al fronte, problemi in casa

«Un conflitto ritenuto, con errori di calcolo clamorosi da parte della Casa Bianca, ‘facile’, pensando che l’Iran fosse paragonabile al Venezuela dell’arrestato Nicolas Maduro e che il regime degli ayatollah, ramificato da oltre 40 anni, potesse crollare in pochi giorni», denuncia su Analisi Difesa Mirko Molteni. Il 2 aprile, appena appreso della defenestrazione di Pamela Bondi, uno dei maggiori deputati democratici alla Camera USA, Hakeem Jeffries commenta : «Hegseth è il prossimo». Lasciando intendere che un eventuale fallimento militare contro l’Iran potrebbe travolgere il segretario alla Guerra.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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