La mancata insurrezione iraniana: ‘i curdi hanno rubato le armi’

Temo proprio che non sia consigliabile, e in molti casi perfino impossibile prendere sul serio molte dichiarazioni dell’attuale presidente Usa (speriamo per poco, una rielezione sarebbe fatale). Gli osservatori più seri lo sanno ma fingono di prenderle in considerazione (per non rinunciare allo scoop), prendendone tuttavia le distanze. Tanti altri invece si affrettano ad amplificarle a rischio di rendere meno credibili quelle che non andrebbero sottovalutate (nandocan)

Piero Orteca su Remocontro

La prima superpotenza del pianeta depredata da un paio di bande di laceri guerriglieri, che lottano per la sopravvivenza quotidiana. Il Presidente degli Stati Uniti accusa i curdi di essersi impossessati delle armi dirette ai rivoltosi iraniani. Per questo (dice lui) l’insurrezione non è stata possibile. O magari (aggiungiamo noi) è fallita perché gli americani, in Medio Oriente, non ne azzeccano mai una.

Come una barzelletta

Il Presidente degli Stati Uniti, parlando con i giornalisti nella sala stampa James Brady della Casa Bianca durante un evento pasquale, ancora una volta ha sorpreso tutti, con una novità: ha dichiarato di aver cercato di armare i manifestanti iraniani anti-regime, ma che le armi sono state “dirottate”. In che senso? Beh, qui Trump è stato (è proprio il caso di dirlo) veramente “disarmante” (nomen omen!). Ha spiegato, come se fosse la cosa più normale del mondo, che qualcuno se l’era rubate.  “Non sono mai arrivate alle persone giuste – ha detto paonazzo per la rabbia – ma coloro che le hanno tenute per sé, pagheranno un prezzo salato”. Le dichiarazioni – sottolinea il Times of Israel – sembravano essere rivolte ai separatisti curdi, dato che il giorno prima li aveva accusati di averlo fatto, sebbene non lo avesse specificato nei suoi commenti del giorno dopo”. “Abbiamo inviato armi, molte armi, che avrebbero dovuto essere distribuite alla popolazione – ha detto il Presidente – affinché potesse difendersi da questi criminali. Sapete cosa è successo? Le persone a cui le hanno mandate se le sono tenute. Hanno detto: ‘Che bella pistola. Penso che la terrò”. E ha poi aggiunto, sempre più nervoso: “Quindi sono molto arrabbiato con un certo gruppo di persone, e loro pagheranno un prezzo salato per questo”.

L’accusa ai curdi

Durante l’evento svoltosi alla Casa Bianca, un infuriato Trump, pur descrivendo l’incidente di percorso subito dalle armi spedite per i rivoltosi iraniani, non ha menzionato apertamente i curdi. Ma lo aveva fatto il giorno prima, durante un’intervista concessa a un famoso giornalista che l’ha poi spifferata a Fox News. È stato proprio il capo corrispondente estero di Fox News, Trey Yingst, a dichiarare domenica (il giorno prima delle rivelazioni alla Casa Bianca) che il Presidente Trump gli aveva detto, durante l’intervista telefonica, che gli Stati Uniti avevano inviato armi ai curdi. Come si sa, le armi erano destinate ai rivoltosi iraniani, ma non sono mai arrivate a destinazione. “Il Presidente Trump mi ha detto che gli Stati Uniti hanno inviato armi ai manifestanti iraniani – ha rivelato Yingst ai conduttori di ‘Fox & Friends Weekend’. Mi ha detto: ‘Abbiamo inviato loro molte armi. Le abbiamo inviate tramite i curdi’, e il Presidente ha aggiunto di pensare che i curdi se le siano tenute. Infine, ha ripetuto più volte: ‘Abbiamo inviato armi ai manifestanti, molte armi’, ha concluso Yingst”. Ecco perché lunedì, durante la conferenza stampa alla Casa Bianca dopo la celebrazione pasquale, Trump ha continuato i suoi attacchi verbali contro i curdi. In particolare, reagendo a una domanda su un loro eventuale coinvolgimento nella guerra, ha così risposto: “Preferirei che stessero alla larga, perché penso che portino con loro problemi e difficoltà. Si attirano la morte… addosso”.

Middle East Eye smentisce

Il think tank Middle East Eye (MEE) ha contattato diversi leader di partiti curdi iraniani, i quali hanno negato di aver ricevuto armi dagli Stati Uniti, come avrebbe detto il Presidente Trump domenica scorsa. Il che, in ogni caso, fa pensare che i carichi eventualmente spediti possano essere spariti prima, cioè appena giunti in Iraq. Ipotesi che renderebbe ardua l’attribuzione precisa di qualsiasi responsabilità. “Siamand Moeini, figura di spicco del Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK), ha smentito la notizia, scrive MEE. “Noi di PJAK, per quanto ne so – sostiene il capo curdo – non abbiamo ricevuto nulla. Per quanto riguarda gli altri, non posso rispondere ”. La stessa cosa ha sostanzialmente ribadito Hana Yazdanpanah, coordinatrice per le relazioni estere del Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), dicendo che “possiedono ancora i loro vecchi Kalashnikov con cui hanno combattuto l’ISIS, il  gruppo dello Stato Islamico, per cinque anni e le armi che hanno abbandonato dopo la sua sconfitta”. E ha aggiunto: “Fino a questo momento non abbiamo ricevuto alcuna arma dagli Stati Uniti”. Inoltre, un’analisi di MEE conferma che il comandante curdo-iracheno Sirwan Barzani aveva già smentito le notizie dei media occidentali, secondo cui i curdi-iracheni stavano aiutando i curdi-iraniani ad attraversare il confine per combattere gli iraniani. “Le dichiarazioni contraddittorie dell’Amministrazione statunitense – scrive ancora MEE – hanno sorpreso i leader dei partiti curdi iraniani, che dispongono di una forza di circa 6 mila combattenti, ma che non sono entrati nella guerra israelo-americana contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio”.

Rivelazioni israeliane

Secondo un’inchiesta di Canale 12  la scorsa settimana, scrive il Times of Israel, Stati Uniti e Israele avevano pianificato un’invasione dell’Iran da parte delle milizie curde all’inizio della guerra in corso, nella speranza di fomentare una ribellione che avrebbe rovesciato la Repubblica islamica. “Tuttavia, fughe di notizie ai media – sostiene il giornale – pressioni da parte degli alleati e la diffidenza degli stessi curdi hanno indotto Washington ad abbandonare il progetto. Dopo aver inizialmente proclamato un’opportunità irripetibile per gli iraniani di rovesciare il proprio governo, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e Trump hanno attenuato la loro retorica sul cambio di regime dall’inizio della guerra, con Netanyahu che ha affermato più volte, il mese scorso, di non poter essere certo che il popolo iraniano si solleverà”.

Anche perché le armi con le quali avrebbero dovuto combattere le feroci Guardie rivoluzionarie, Trump se l’è fatte rubare sotto il naso. O, almeno, così dice lui.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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