Guerra e pace, la crisi della diplomazia contemporanea

L’inadeguata capacità diplomatica dei governi europei. Resa oggi più evidente dal disimpegno degli USA, potrebbe farci precipitare in un conflitto assai più vasto e pericoloso di quelli attuali. E’ necessario che all’apparire di ogni crisi non vi siano ostacoli alla comprensione delle ragioni dell’una come dell’altra parte. Perché ci sono molti modi di aggredire. Pregiudizi e propaganda sono i veri nemici da battere, a cominciare da chiunque predichi una corsa al riarmo. Servirebbe semmai una corsa al disarmo, reciproco e controllato s’intende. Non c’è chi non veda che il multipolarismo è un fatto, oltre che un obbligo. Ce lo ha ricordato Papa Leone: non c’è più guerra, ormai, che non procuri più danni che vantaggi a chiunque la faccia. (nandocan)

Piero Orteca su Remocontro

Tempi difficili, fatti di svolte epocali che spesso complicano le relazioni tra esseri umani. Figurarsi i rapporti a livello internazionale: questo inizio di secolo, ricorda molto da vicino quello passato, che fu segnato da una crisi senza uscita delle diplomazie. Un tragico balletto di incomprensioni che portò alla catastrofe della Prima guerra mondiale.

La crisi del vecchio ordine

Guerra e pace. Sembra un viaggio subliminale nella macchina del tempo, per arrivare fino all’epopea napoleonica narrata da Tolstoj. E invece, quasi beffa della storia, è ancora cronaca del Terzo millennio, che vede protagonista una umanità “impastata di bene e male”, come vaticinava Nietzsche. Solo che il milione di morti in Ucraina e i 70 mila palestinesi massacrati a Gaza non sono argomento di filosofia, ma di politica internazionale. Ne sono le vittime più visibili, assieme alle centinaia di migliaia di vittime in altre guerre “dimenticate”. Conflitti nascosti, in quanto non interessano nessuno dei poteri che contano. Oggi il mondo è sicuramente più in crisi di ieri, perché non è più quello di ieri. Il vecchio ordine planetario, difeso a spada tratta dall’Occidente, dato che ciò gli garantiva la maggior quota di ricchezza pro capite, traballa sotto i colpi del multipolarismo. E questo mette inevitabilmente in rotta di collisione Usa ed Europa con il Sud del pianeta, con i Paesi a nuova industrializzazione, con i “non allineati” e, soprattutto, contro la Russia e la Cina. I casi di conflitto aperto più eclatanti sono, senz’altro, quello ucraino e quello di Gaza (e della Cisgiordania). Con l’avvertenza che, nel primo caso, si tratta di una guerra sanguinosa, in cui però i russi che attaccano hanno trovato una feroce resistenza. Nel secondo caso, invece, siamo in presenza di una rappresaglia trasformatasi in pulizia etnica, condita da evidenti crimini contro l’umanità.

«Zelensky stai attento»

L’Ucraina e la Palestina restano due ferite aperte sulla pelle dell’umanità. Due tremendi bubboni, capaci di infettare cronicamente la convivenza internazionale e di fungere da catalizzatore di inimicizie e odi ancestrali, dissotterrando pulsioni di vendetta che erano rimaste rimosse nei ripostigli della storia. Il primo caso è un esempio probante di un contenzioso, assai aspro, che tuttavia avrebbe potuto chiudersi quasi subito, con reciproche concessioni molto più accettabili di quelle poste attualmente. Non è stato possibile perché la diplomazia ha fallito. Segnatamente quella europea in generale, e quella britannica in particolare. Col famoso aut-aut, posto dal premier britannico Boris Johnson a Zelensky, affinché non si firmasse nessun accordo. Beh, oggi, a distanza di quattro anni, i musicanti europei sono cambiati, ma lo spartito è lo stesso. “Un giorno prima che il presidente Volodymyr Zelensky incontrasse il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump- rivela il Kiev Indipendent – i leader europei avevano avvertito in privato il Presidente ucraino che i colloqui avrebbero potuto andare male e lo avevano esortato a ‘stare attento’. Tutto ciò secondo quanto riportato in dettaglio nella telefonata condivisa con il quotidiano ucraino da una fonte diplomatica di alto livello. “I leader europei – aggiunge l’Indipendent – temevano che la diplomazia di Trump, unita ai contatti diretti tra Stati Uniti e Russia, potesse spingere Kiev a fare concessioni premature in materia di territorio e garanzie di sicurezza”. Insomma, una vera e propria pressione politica che sconfina in un diktat. Anche perché l’Europa e i suoi cittadini stanno per farsi carico del futuro mantenimento dell’Ucraina.

Palestina, si vive alla giornata

In Palestina, dopo l’intesa, i problemi di ieri rimangono quelli di oggi. È solo improvvisamente cambiata la prospettiva per cercare di risolverli, grazie a una congiunzione politica che, in una finestra temporale precisa, ha messo assieme interessi diversi. Per cui, qualcuno che fino a ieri aveva detto ostinatamentec “no” (Netanyahu e Hamas), ha dovuto necessariamente piegarsi di fronte ai metodi spicci (e imprevedibili) di Donald Trump. Letteralmente inferocito, dopo il clamoroso flop del bombardamento israeliano di Doha, dove si è cercato di assassinare i mediatori di Hamas. Compromettendo in maniera smisurata le relazioni diplomatiche con tutto il mondo islamico. A quel punto la Casa Bianca ha fatto una giravolta di 180°: non avrebbe permesso a Israele di mettere in crisi i rapporti faticosamente costruiti da Washington con tutti i regimi arabi moderati, a cominciare dall’Arabia Saudita. Da quel momento, Trump ha finito di “esortare” e ha cominciato a “ordinare”. Così “Bibi” si è dovuto adeguare. Dunque, la velocità con la quale è stato chiuso l’accordo, dopo mesi e mesi di trattative inconcludenti, è direttamente proporzionale alla sua vaghezza. Tranne che per alcuni punti-cardine ben delineati (nella prima fase), per il resto è pieno soltanto di buone intenzioni. Che, come si sa, in diplomazia sono “gratis”, perché poi vanno verificate col tempo, a una a una.

Il fallimento della politica

La politica internazionale, dunque, è l’arte delle cose possibili, non di quelle desiderabili. E l’uso della forza non è, come scriveva Von Clausewitz, “la continuazione della politica con altri mezzi”, ma è invece l’epilogo che ne sancisce il suo fallimento. Ogni guerra è già una clamorosa sconfitta, per tutti i governi che decidono di trascinare il proprio Paese in un abisso. Qualunque sia la motivazione. Le fibrillazioni epocali del pianeta, allora, diventano anche lo specchio della crisi della diplomazia, sottomessa a una classe di leader improvvisati. In sostanza e paradossalmente, oggi corriamo più rischi di scatenare la Terza guerra mondiale di quanti non ne avessimo cinquant’anni fa. E il motivo è semplice: sembra che nessuno abbia più paura del nucleare. Sbagliato. Una guerra atomica “di teatro”, con ordigni “da campo”, potrebbe scatenarsi in casi estremi, nelle pianure centro-orientali del Vecchio continente, sovrapponendosi a un conflitto convenzionale. Intanto, gli Stati Uniti invitano ufficialmente l’Europa a pensare a se stessa e a non farsi illusioni “irrealistiche” sulla guerra in Ucraina. Perché loro, d’ora in poi, hanno altro a cui pensare. Principalmente, devono impiegare tutte le risorse per arginare l’ascesa della Cina. E vincere, quantomeno, il confronto economico già in corso col colosso asiatico.

Tutto questo sta scritto nella “Nuova strategia di sicurezza nazionale” di Trump, resa nota qualche settimana fa. Anche se sembra che a Bruxelles non l’abbia letta proprio nessuno di quelli che contano.


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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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