A margine dei tanti articoli pubblicati in questi giorni sulla Palestina e sul genocidio in atto della popolazione di Gaza ad opera dell’ esercito israeliano, riprendo da Facebook la versione di un attivista sionista. Non tratta delle vicende di questi giorni attorno alla flottiglia ma degli eventi storici che hanno preceduto e accompagnato la progressiva occupazione israeliana di quei territori e della Cisgiordania in particolare. Un’occupazione, aggiungo da parte mia, non soltanto militare ma di tipo coloniale, ciò che renderà problematica se non impossibile la soluzione dei due Stati per due popoli sostenuta dalla maggior parte di noi. Come è noto e viene spesso ripetuto in tv dal collega Gad Lerner, non soltanto gli ebrei ma anche i sionisti hanno diverse posizioni. L’estrema destra oggi al governo di Israele rifiuta addirittura l’esistenza della Palestina e di un popolo palestinese. Inutile aggiungere che per loro i milioni di manifestanti che riempiono in questi giorni le piazze e le strade d’Italia e d’Europa sarebbero tutti antisemiti. Lascio dunque alla competenza e al giudizio del lettore il compito di giudicare l’attendibilità della versione che segue. (nandocan)
di Roberto G. Damico
…È luogo comune sostenere che “da 80 anni Israele invade e distrugge”, ma la realtà storica della Giudea e della Samaria è ben più complessa e profondamente distorta nella narrazione dominante.
Un breve chiarimento storico: la Giudea è la regione da cui prende il nome il popolo giudeo. Per secoli, anche in epoca cristiana e bizantina, questa regione ha mantenuto una presenza ebraica significativa. Solo sotto l’Impero Ottomano, a causa di carestie, persecuzioni e politiche discriminatorie, la popolazione ebraica iniziò a diminuire. Tuttavia, fino al 1948, alcune città – come Hebron – ospitavano comunità ebraiche millenarie. Queste furono espulse con la forza durante l’occupazione giordana (1948-1967), in quella che può essere definita una vera e propria pulizia etnica, attuata senza che la comunità internazionale muovesse un dito.
Nel 1947 l’ONU propose un piano di partizione che prevedeva la nascita di due Stati: uno ebraico e uno arabo. Il piano assegnava la Giudea e la Samaria allo Stato arabo, ma non prevedeva la creazione di Stati monoetnici né espulsioni forzate. Israele accettò il compromesso, nonostante la rinuncia a territori storicamente e simbolicamente centrali. Il fronte arabo lo rifiutò.
La guerra del ‘48
Ne seguì la guerra del 1948, in cui lo Stato ebraico, appena nato e popolato da sopravvissuti alla Shoah, perse tra l’1% e il 2% della sua intera popolazione. Vinse il conflitto, ma Egitto e Giordania occuparono rispettivamente la Striscia di Gaza e la Cisgiordania (Giudea e Samaria), senza che nessuno parlasse allora di “occupazione illegale”.
Importante sottolineare: negli anni ‘50 non esisteva una chiara identità palestinese. Il termine “palestinese” era usato perlopiù in riferimento agli ebrei del Mandato britannico (la Palestine Post, oggi Jerusalem Post, ne è un esempio). La cultura politica araba dell’epoca era dominata dal panarabismo: il sogno non era fondare uno Stato palestinese, ma annientare Israele e creare una grande nazione araba unificata
…e quella del ‘67
Nel 1967, a seguito della mobilitazione egiziana nel Sinai e della chiusura dello Stretto di Tiran, atto considerato casus belli, scoppiò la Guerra dei Sei Giorni. Israele si difese da una coalizione formata da Egitto, Siria, Giordania e Iraq, e, nel contrattacco, occupò Gaza, il Sinai, le Alture del Golan e la Cisgiordania. Da quel momento, pur essendo in posizione di forza, Israele mostrò disponibilità a cedere territori in cambio di pace, come avvenne con l’Egitto nel 1979, che fu il primo paese arabo a riconoscere ufficialmente lo Stato ebraico in cambio del Sinai.
Nel frattempo, la Cisgiordania restava un’area giuridicamente ambigua: la Giordania l’aveva annessa illegalmente (un’annessione riconosciuta solo da Gran Bretagna e Pakistan), mentre Israele non procedette mai all’annessione formale, mantenendo un’amministrazione militare provvisoria. I palestinesi, nel frattempo, vennero cacciati anche dalla Giordania nel 1970, dopo il tentativo di colpo di Stato dell’OLP (evento noto come Settembre Nero), e continuarono a rifiutare ogni ipotesi di compromesso.
Gli accordi di Oslo
Solo negli anni ‘90, con gli Accordi di Oslo, si avviò un timido processo di riconoscimento reciproco e di istituzionalizzazione. Il territorio venne suddiviso in Aree A, B e C:
Area A: pieno controllo palestinese (civile e di sicurezza);
Area B: amministrazione civile palestinese e controllo militare israeliano;
Area C: pieno controllo israeliano.
Va ricordato che questi accordi non prevedevano una rinuncia israeliana alla presenza in Area C, né un riconoscimento automatico di uno Stato palestinese, ma piuttosto un processo graduale e condizionato. Processo che si è interrotto due volte per decisione palestinese, non israeliana: la prima, con la Seconda Intifada; la seconda, con il rifiuto dei piani di pace offerti a Camp David (2000) e Taba (2001), che prevedevano la creazione di uno Stato palestinese con capitale a Gerusalemme Est.
“Rifiuti sistematici della pace e attacchi armati”
Oggi, parlare di “occupazione” israeliana della Giudea e della Samaria presuppone ignorare tanto il contesto storico quanto il diritto internazionale: Israele ha preso quei territori in una guerra difensiva; non li ha annessi unilateralmente; e ha più volte cercato una soluzione negoziata. Di fronte a rifiuti sistematici e attacchi armati, la non-reazione sarebbe stata una forma di suicidio.
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