La terra occupata

di Raniero la Valle*

Cari amici, si incontrano negli Stati Uniti Netanyahu e Biden, due personaggi estremi della scena internazionale, araldi di morte L’uno vuole abolire i palestinesi, l’altro vuole abolire i cinesi, passando per i russi. E mentre si svolge questo incontro il nostro pensiero va ai bambini di Gaza, che oggi sono vivi e che domani non lo saranno più.

Netanyahu: non ci sono territori occupati

Il caso di Netanyahu pone una questione nuova su cui si gioca il futuro. Sta nella risposta che egli ha dato alla Corte Internazionale di Giustizia, che sulla scia di precedenti risoluzioni dell’ONU ha intimato a Israele di ritirarsi dai territori occupati nella guerra del 1967, e cioè dalla Cisgiordania, che è l’attuale nome dell’antica Giudea e Samaria.

La risposta di Netanyahu non solo ha escluso qualunque negoziato sulla destinazione finale di quella terra, ma ha inteso chiudere la questione una volta per tutte, ribadendo una posizione che sempre era stata del governo d’Israele  ma che oggi si osa imporre a tutto il mondo. “Non si dà occupazione in una terra che è nostra” è il verdetto di Netanyahu. Causa finita.

Ma in base a quale criterio, a quale principio, a quale diritto lo Stato di Israele può dire che tutta la Palestina dal mare a Giordano a Gaza appartiene allo Stato di Israele, e per esso al popolo ebreo? 

La terra promessa

Evidentemente non c’è nessun principio di diritto internazionale che può essere evocato, perché il titolo in base a cui Israele rivendica il potere sovrano esclusivo su quella terra è un articolo di fede: la promessa che secondo le scritture ebraiche Dio avrebbe fatto a Mosè, dopo la crisi del vitello d’oro, di dare al popolo ebreo una terra di conquista in cambio della sua fedeltà all’alleanza. Questa consegna da Mosè è passata a Giosuè che ha realizzato la promessa con una conquista militare al prezzo della devastazione dei popoli cananei e di stermini che avrebbero riguardato le città conquistate da Gerico a Ai.

Il problema è che questa tradizione viene da una lettura fondamentalista e letterale dei Libri Sacri e non corrisponde affatto a eventi effettivamente avvenuti, molti secoli prima del loro racconto da parte degli scrittori ispirati. Secondo una interpretazione storica sempre più accreditata la penetrazione delle tribù ebraiche nella terra di Canaan non avvenne in modo violento e per mano militare, o perlomeno non in quella forma estrema, e d’altra parte sarebbe difficile attribuire al Dio di Israele comandi così brutali.

Una improbabile volontà divina

I cosiddetti libri storici, storici non sono ma parlano di un amore di Dio che è oltre ogni sua espressione storica. La stessa figura di Giosuè è in discussione, perciò se ora Netanyahu per liberarsi dai palestinesi procede al genocidio e allo sterminio non è un nuovo Giosuè, ma è un leader di Israele che per la prima volta ricorre a queste misure, appellandosi ad una improbabile volontà divina.

In ogni caso, il problema politico della convivenza sulla stessa terra di ebrei e palestinesi diventa insolubile e promessa di sciagura per tutto il mondo.

Nel sito (chiesadituttichiesadeipoveri.it) pubblichiamo un articolo di Fabio Mini sull’attuale dissesto mondiale.

* Chiesa di tutti chiesa dei poveri (newsletter)


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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