Giu le mani da Silvia Salis

In politica più che in altri settori della vita pubblica, montare e smontare il protagonismo degli aspiranti leader è sport diffuso tra i media. Sempre meno complicato che entrare nel vivo delle questioni e del dibattito in corso. Vale per chi è dentro come per chi è fuori. Simpatizzare suona meno impegnativo di partecipare, figuriamoci di militare. (nandocan)

Lorenzo Tosa su Facebook

In queste ore stanno fioccando attacchi dal tempismo più che sospetto e di una gretta, scomposta e intollerabile violenza misogina nei confronti della sindaca di Genova Silvia Salis.

Si muovono insieme, in batteria, rispondendo a un ordine preciso e con un solo, chiaro, obiettivo: azzoppare sul nascere uno dei pochi purosangue prodotti dalla sinistra negli ultimi tipo seicento anni.

Basta mettere lì una foto in compagnia di Renzi (il bacio della morte), un paio di scarpe col tacco (oddio, gravissimo…!) e il gioco è fatto.

Sottotesto neanche tanto sotto: “Non è veramente di sinistra”.

Solo che io ho il brutto vizio di parlare coi fatti, di essere pure genovese, e di conoscere molto bene sia Salis sia quello di cui sto parlando.

E allora se lo fai, scopri che, in meno di un anno da sindaca di Genova, Silvia Salis ha fatto più “cose di sinistra” di quelle che abbiano fatto tutti i sindaci di sinistra che l’hanno preceduta messi insieme – e aggiungo pure (quasi) tutti i suoi attuali colleghi progressisti in Italia.

È stata la prima sindaca a registrare due madri all’anagrafe come genitrici di una bambina.

Ha approvato nella sua città l’obbligo del salario minimo a 9 euro in tutti gli appalti pubblici, in supplenza politica e morale del governo.

È stata la sindaca della prima grande città italiana a riconoscere lo Stato di Palestina, mentre il governo taceva supino.

La prima a chiamare quello che avveniva a Gaza genocidio.

La sindaca che ha accompagnato simbolicamente 250 tonnellate di aiuti sulle navi della Flotilla al fianco dei camalli del Calp, con la fascia tricolore indosso.

Ha tenuto altissimo dal primo giorno i valori di Genova città Medaglia d’oro per la Resistenza e Antifascista, pronunciando anche un’orazione civile a Sant’Anna di Stazzema in compagnia di Adelmo Cervi.

È la sindaca che ha diffidato il ministro dei Trasporti Salvini per chiedere i risarcimenti ai cittadini genovesi vittime del ponte Morandi.

La donna che si è messa contro l’intero, potentissimo, mondo delle compagnie marittime e crocieristiche imponendo il pagamento di 17 milioni di euro dovuti per i diritti d’imbarco.

E ancora io non so che scarpe avesse la sindaca Salis quando col megafono in mano è scesa in piazza al fianco degli operai ex Ilva contro il governo Meloni.
Ma so che è stata l’unica politica ad esserci.

E ancora: è colei che ha dichiarato presenza sgradita la sede neofascista di CasaPound a Genova.

La sindaca che ha avviato – prima in Italia a farlo – l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole della città.

Infine – ultimo ma non ultimo – ha dichiarato con forza e convinzione il suo No al Referendum, in difesa della magistratura e della Costituzione repubblicana. E non era né tenuta né obbligata a farlo.

Questa è Silvia Salis.

Queste non sono parole o slogan, sono fatti, azioni, posizioni.

E forse non verrà da una storia di sinistra-sinistra – e non è certo l’unica… – ma di sicuro ha fatto più cose di sinistra Silvia Salis in dieci mesi da sindaca di Genova di tutta la sinistra negli ultimi dieci anni messa insieme.

Anche per questo, e non solo, io sto con Silvia Salis.

Che non significa certo che non possa essere criticata, né che vada in automatico invocata come leader nazionale: una leader, il centrosinistra, al momento ce l’ha già, e pure molto brava (ah, e hanno pure un sacco di foto insieme…).

Significa avere rispetto dei fatti, delle persone e della loro storia.

E invece tafazzianamente siamo bravissimi a fare il più grande regalo possibile a una Giorgia Meloni politicamente alle corde e rianimarla, come ogni volta, come sempre.

Se poi tra sei mesi improvvisamente cambierà idea, programmi, interlocutori, faccia, sarò il primo a dirlo, a dirglielo e a criticarla.

Fino ad allora, giù le mani da Silvia Salis.

E magari anche grazie.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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