Golda Meir e i palestinesi in Paraguay

Eric Salerno, per trent’anni corrispondente del “Messaggero” dal Medio Oriente, ripropone la voce mai smentita di un piano del Mossad risalente al 1969, a due anni dalla guerra dei sei giorni, per trasferire i Palestinesi della Striscia di Gaza in Paraguay. Ricordo a mia volta di aver letto che l’idea di un “focolare ebraico” in Patagonia sarebbe stata avanzata dal Mossad nell’ipotesi di un fallimento della permanenza di Israele in Medio Oriente. Nella zona poco abitata della Patagonia, tra l’Argentina ed il Cile, Israele, ricchi israeliani hanno comprato negli ultimi anni terreni molto estesi, lasciando pensare che si pensasse alla fondazione di un nuovo “Stato ebraico” in questa zona del mondo. In considerazione della competenza del collega Salerno e del collega Remondino che ne riferisce oggi su remocontro, la ripropongo a mia volta lasciando ai lettori di valutarne l’attendibilità (nandocan)

di Eric Salerno

Se fosse stato per l’Ucraina Golda Meir, naturalizzata israeliana, quarto premier d’Israele, donna “con le palle” – dicevano di lei – e il Mossad il problema dei palestinesi di Gaza sarebbe stato risolto molti anni fa. Non è stata mai smentita l’operazione trasferimento in Paraguay concordata dal suo governo di Tel Aviv con il feroce presidente-dittatore Alfredo Stroessner, figlio di un emigrato tedesco responsabile dell’omicidio di migliaia di paraguaiani, compresi gli indigeni. Pochi anni fa un noto giornalista israeliano scoprì i documenti relativi a un piano, in parte attuato, per “incoraggiare” gli abitanti della striscia di Gaza a trasferirsi in Paraguay. Dollari e non bombe massicce. Famiglie intere e non distrutte, decimate come quelle che restano oggi, in buona parte senza casa e senza futuro. Eravamo nel 1969.

Gaza era sul piatto

Il Mossad era allora, come anche oggi, molto attivo in America Latina. Il continente era una specie di specchio della vecchia Europa. Vi avevano trovato rifugio molte vittime della guerra. E anche molti responsabili del conflitto e soprattutto dell’Olocausto, come Adolf Eichmann, considerato il maggiore responsabile del genocidio degli ebrei. In Paraguay, in mezzo ad molto altri nazisti, viveva il famigerato medico Josef Mengele. Lui come tanti altri erano nell’obbiettivo del più importante organizzazione dei servizi segreti israeliani. Ucciderli o utilizzarli? Lasciar perdere il passato e guardare al futuro? Gaza era sul piatto, allora, con la sua popolazione relativamente bassa. Della Cisgiordania non si parlava ancora.

Secondo i verbali di una riunione di gabinetto del 1969 scoperta pochi anni fa dal giornalista Eran Cicurel, l’allora primo ministro Golda Meir disse ai presenti: “Dobbiamo prendere una decisione, ed è molto importante che tutti siano d’accordo su di essa”. L’allora capo del Mossad Zvi Zamir prese la parola per spiegare che il Paraguay sarebbe stato disposto ad accettare “60.000 arabi musulmani che non sono comunisti, secondo la loro definizione”. Allora gli occupanti della striscia erano circa 600 mila, circa un quarto di quelli attuali. L’idea israeliana era di invitarli tutti ad andare altrove.

Per 33 milioni di dollari, un buon affare

Con una manciata di dollari nelle tasche. Più o meno quello che oggi il governo di Benjamin Netanyahu chiede alla comunità internazionale per mettere in salvo, da qualche parte, i palestinesi di Gaza che saranno ancora vivi dopo i massicci bombardamenti della striscia. Secondo il protocollo del 1969, Israele avrebbe sostenuto le spese di viaggio dei palestinesi diretti in Paraguay e avrebbe dato a ogni persona 100 (cento) dollari. Altre trentatré (33) dollari a persona dovevano andare al governo del Paraguay. Al momento della firma dell’accordo, Israele avrebbe pagato 350.000 dollari per coprire i costi di 10.000 emigrati. Stroessner accettò di concedere ai 60.000 palestinesi lo status di residenza immediatamente all’arrivo e la cittadinanza entro cinque anni. L’intero importo che Israele doveva pagare era di 33 milioni di dollari.

Un fallimento: solo 30 palestinesi si trasferirono in Paraguay

Per il capo del Mossad, era un buon affare. “Consiglio, in base agli accordi con il governo paraguaiano, che vedo piuttosto affidabile, di farlo”, disse Zamir. “Stiamo usando le connessioni che abbiamo e si sono dimostrate utili… Il nostro rappresentante sul campo ha incontrato il presidente”. Il piano fu un fallimento e solo trenta palestinesi si trasferirono in Paraguay. Nel 1970, due di loro spararono e uccisero Edna Peer, che lavorava all’ambasciata israeliana ad Asuncion. Morì, con lei anche l’accordo ma non l’idea di trasferimento. Non si è mai saputo se in cambio dell’intesa Israele avesse accettato una richiesta precisa dello stato sudamericano: basta con la caccia ai nazisti, ai criminali di guerra tedeschi nel paese.

Dal 1969, Israele non ha più cercato di eliminare i nazisti in Sud America

Si sa che nel 1968, con il permesso dell’allora primo ministro Levi Eshkol, Zamir ridusse gli sforzi per trovare i nazisti in tutto il mondo a causa di fondi insufficienti. E dal 1969, Israele non ha più cercato di eliminare i nazisti in Sud America. Nel 1971, la cacciatrice nazista Tuvia Friedman chiese che Israele catturasse Mengele, in Paraguay, ma le autorità non lo fecero. Negli anni ’80, Benno Varon, che era ambasciatore in Paraguay al momento dell’accordo, disse di essere a conoscenza di un piano per catturare Mengele che fu poi annullato. Quando Varon disse ai suoi superiori di sapere dove si trovano i criminali di guerra nazisti, gli fu detto: “Sei un diplomatico, non un cacciatore nazista”.


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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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