Reader’s – 25 gennaio 2023. Rassegna web

Titolo e commento del prof. Andrea Zhok appariranno opinabili, ma la sintesi che fa dell’articolo di Lucio Caracciolo, direttore di Limes, su “La Stampa” , come chiunque può verificare andando sull’originale, mi pare corretta (nandocan)

A che ora è la fine del mondo?

Andrea Zhok su Facebook

Oggi ho curiosato sulla stampa mainstream (ogni tanto è utile fare una passeggiata dietro le linee nemiche) e mi sono imbattuto in un titolo interessante su “La Stampa” di Torino:
TITOLO
“La Russia ha più uomini, mezzi, risorse; o la Nato entra in campo o Kiev perderà.”
SOTTOTITOLO
“Usa ed Europa sono davanti a scelte difficili: l’ipotesi di inviare truppe occidentali non può essere scartata.”

Questo titolo campeggia su un articolo nientepopodimeno del prestigioso analista Lucio Caracciolo. Ora, leggendo l’articolo, come c’era da aspettarsi, gli argomenti di Caracciolo sono di carattere analitico e descrittivo, pesati attentamente, e presentano

tre scenari possibili:

  • 1) Ridurre il sostegno militare a Kiev fino a convincere Zelensky dell’impossibilità di vincere, dunque della necessità di compromettersi con Mosca;
  • 2) entrare in guerra per salvare l’Ucraina e distruggere la Russia a rischio di distruggere anche sé stessi;
  • 3) negoziare con i russi un cessate-il-fuoco alle spalle degli ucraini per imporlo agli aggrediti.”

Queste opzioni vengono considerate da Caracciolo: “Scenari molto improbabili (primo e terzo) o semplicemente assurdi (il secondo).”

L’articolo di Caracciolo

L’articolo prosegue e dice cose di buon senso, cose che, spiace per i prestigiosi analisti geopolitici, quelli che sono stati derisi come “complottisti putiniani” hanno sostenuto dal primo minuto del conflitto:

la Russia non può perdere.

Questo per due motivi: 1)perché la sua superiorità in termini di risorse, mezzi e uomini è netta nonostante il fiume di armi e denaro fornito dalla Nato, e soprattutto perché si tratta per la Russia di un conflitto esistenziale, un conflitto letteralmente in casa propria, non un remoto conflitto imperialista come quelli che sono abituati a gestire gli USA in terre esotiche (dal Vietnam all’Afghanistan). 2) Una sconfitta in un conflitto del genere vuol dire nel migliore dei casi, un ritorno agli anni orribili di Eltsin, in cui la Russia era impotente terreno di sfruttamento per oligarchi interni ed esterni, nel peggiore la disgregazione civile e il caos.

Il commento di Andrea Zhok

Non è bello infierire sui vinti e dunque non ricorderemo la infinita trafila di besuaggini che le testate nazionali – quelle “serie”, mica la controinformazione “complottista” – ci ha ammannito da nove mesi a questa parte.
Non ricorderemo perciò come la Russia abbia già esaurito i missili una ventina di volte, come Putin sia in fin di vita dalla nascita, come i soldati russi siano dopati con tutte le droghe pazze che tipicamente usano gli Imperi del Male nei film di Hollywood, come la politica ucraina incarni esemplarmente i valori europei (invero chi potrebbe negare che il NASDAP sia stato un prodotto europeo), come la Russia sia isolata sul piano internazionale e distrutta su quello economico, come da questo conflitto l’Europa uscirà più forte di prima, e via delirando in caduta libera.

Sul titolo de “La Stampa”

No, lasciamo stare tutto questo, tralasciamo i primi segni di ingresso della realtà nella fantanarrativa ufficiale, e concentriamoci invece sul titolo.
Già, perché come tutti sanno il titolo degli articoli sui giornali è scelto dal titolista, non dall’autore. E il titolo dice – come al solito – una cosa che nell’articolo non c’è: dice che un ingresso diretto in guerra della Nato (dunque anche dell’Italia) è la strada che dovremmo prendere, se non vogliamo che l’Ucraina perda (e noi non vogliamo che perda, nevvero?)

Per chi avesse bisogno di un chiarimento, ci troviamo di fronte all’auspicio della Terza Guerra Mondiale, cui l’opinione pubblica deve trovarsi preparata.
Ora, dopo gli anni della pandemia, in cui abbiamo imparato che l’unica regola affidabile della stampa mainstream è quella di mentire strumentalmente sempre, niente ci dovrebbe più stupire.

E tuttavia un titolo di una testata nazionale che auspica serenamente un’opzione che nel migliore dei casi significherebbe una strage europea senza precedenti, nel peggiore la fine del mondo, rimane qualcosa su cui meditare.
Fino a che punto, fino a quale livello di irresponsabilità sono disposti ad arrivare i sedicenti “professionisti dell’informazione” mainstream? Esiste ancora un limite morale non in vendita?


Intercettazioni anche per i reati ”minori” – Lettera aperta al ministro Nordio

di Massimo Marnetto

Ministro Nordio, 

grazie alle intercettazioni sono stati scoperti gli abusi inflitti a degenti psichiatrici in una struttura di Foggia. Reati che non rientrano né nella mafia, né nella corruzione. Quindi fattispecie ”minori”, per le quali lei intende vietare l’uso di intercettazioni. Immagino che – davanti alle agghiaccianti notizie della struttura di Foggia – lei si sia immediatamente preoccupato della violazione della privacy degli aguzzini. Un vero garantista, infatti, non si lascia andare nemmeno davanti alla negazione dell’umanità e della dignità.  

Ministro Nordio,

anch’io sono garantista. Ma vorrei che la violenza contro i più indifesi – quelli che subiscono i reati ”minori” – continuasse ad essere scoperta anche con le intercettazioni. Ci pensi con calma prima di escludere questo potente strumento, da quelli usati per la tutela dei cittadini. La sofferenza degli ultimi porta consiglio.

Con vigilanza democratica,


Ora anche la guerra doganale: ma tra Europa e Stati Uniti

La lite è sempre per la coperta e, tira di qua e tira di là, spesso si finisce strappando tutto. Al di là dei sorrisi di circostanza, alle continue professioni di amicizia e ai richiami rivolti ai sempiterni valori dell’Alleanza atlantica, le cose, tra Stati Uniti ed Europa, non vanno poi così lisce. Anzi.
Gli Stati Uniti a caccia di imprese ‘verdi’ europee. E Bruxelles reagisce indignata, minacciando la guerra doganale.

Milioni di posti di lavoro in ballo

Il nuovo scontro diplomatico tra Washington e Bruxelles è di quelli pesanti, perché coinvolge milioni di posti di lavoro, settori ad alta tecnologia e il futuro di due continenti. In pratica, sfruttando i generosi stanziamenti messi a disposizione dall’«Inflation Reduction Act», gli Stati Uniti stanno giocando sporco, offrendo sussidi e facilitazioni anche alle aziende europee che andranno a produrre ‘verde’ oltreoceano. Insomma, come spiegheremo ora nei dettagli, fanno da aspirapolvere. Anzi, da idrovora, succhiando tutto il meglio della tecnologia che esiste dalle nostre parti, in cambio di migliori condizioni fiscali.

Energie ambientali rinnovabili

Aziende tedesche, francesi, italiane o spagnole che operano nel settore delle energie ambientali rinnovabili o che si occupano, in qualche modo, di salvaguardia dell’ambiente, potranno così trasferirsi in massa in America. Facendola diventare la prima potenza economica ‘verde’ del pianeta e lasciando l’Europa nel bitume. In termini tecnici, quello che sta facendo Biden si chiama ‘concorrenza sleale’, perché mette in moto tutto questo meccanismo di esproprio grazie ai 370 miliardi di dollari della legge approvata ad agosto dal Congresso. Parte di questa somma viene destinata a contributi, bonus, esenzioni fiscali e mille altri vantaggi che renderanno appetibilissimo il mercato americano delle ‘rinnovabili’. A quella, che potremmo maliziosamente definire la ‘Befana di Biden’, sono invitate a prendere parte anche le imprese europee.

Sempre ‘America First’

Fin dall’estate, è apparso chiaro, alla Commissione di Bruxelles, che alla Casa Bianca stavano badando solo al loro tornaconto. Furibondo, il responsabile del Commercio, Valdis Dombrovskis, che aveva subito messa in guardia l’Amministrazione democratica, invitandola a correggere l’interpretazione dell’IRA, palesemente punitiva nei confronti dell’Europa. Ma le minacce, evidentemente, non sono servite a niente, perché nelle settimane passate e perfino al forum di Davos si è presentato un battaglione di politici statunitensi. Ma sarebbe meglio dire di intermediari o, addirittura, di ‘talent scout’, che hanno ‘agganciato’ imprenditori, esponenti della finanza e rappresentanti dei governi locali. Il motivo? Semplice: li hanno invitati tutti a trasferirsi, con le loro aziende, negli Stati Uniti, promettendo evidentemente molto, ma molto di più, di quanto possa offrire attualmente l’Europa.

In Svizzera, si sono viste delegazioni in arrivo dall’Ohio, dal Michigan, dalla Virginia, dalla Georgia e dall’Illinois. Tutti questi ‘piazzisti’ di alto bordo hanno magnificato le occasioni di investimento che offrono i soldi stanziati con la scusa della lotta all’inflazione.

Inflaction Reduction Act come inizio

Proprio questo attivismo americano, che va nella direzione opposta a quella auspicata dall’Unione, ha fatto dire alla Von der Leyen che l’Europa reagirà. In primo luogo, studiando un sistema di facilitazioni fiscali per il settore, tale da convincere gli imprenditori a rimanere nel Vecchio continente. In seguito, pare di capire, che se la Casa Bianca dovesse continuare nella sua politica di muro contro muro, rompendo tutte le regole del libero mercato, si potrebbe anche scatenare una guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, che toccherebbe in primis i dazi doganali. La verità è che dietro la piratesca tattica americana, si cela una strategia molto più sofisticata e di lungo periodo, come un bersaglio diverso.

Environment, social, governance

Già da anni gli Stati Uniti hanno abbracciato la filosofia ESG, ‘Environment, social, governance’, che detta tempi e metodi delle imprese produttive del Terzo millennio, che devono ispirarsi alla tutela ambientale, alla difesa dei diritti civili e devono avere un management efficiente e, se il caso lo richiede, anche ‘controllabile’. In questo guazzabuglio di buone intenzioni, anche chi non è uno specialista capisce che l’economia c’entra fino a un certo punto e che il modo di produrre deve riflettere, come uno specchio, una sorta di ispirazione politica. Dovete sapere, infatti, che il modello ESG ha un ‘ranking’ e assegna dei punteggi.

Classifica commerciale Usa dei Buoni e dei Cattivi

Chi è ‘basso’ in questa speciale classifica, dovrebbe essere evitato dai consumatori, perché produce solo per accumulare ricchezza. Un nome a caso? La Cina, l’incubo notturno di Biden che si materializza ancora una volta, con il suo ingombrante (e inquietante) programma, teso a farla diventare entro il 2030 la prima potenza economica del mondo. E se l’ipotetica crisi di Taiwan non basta a tenere buona Pechino e se la deglobalizzazione e il ‘disaccoppiamento’ hanno colpito i cinesi, ma non più di tanto, allora bisogna giocare su altri tavoli.

Inquinamento e diritti umani come fattori discriminanti di un’economia buona, veramente “sociale”. Un nome a caso? Gli Stati Uniti. E pazienza se l’Europa, come le capita sempre più spesso, resta col cerino acceso tra le dita.


Io, l’Altro e gli altri

di Giovanni Lamagna

Se non ci apriamo all’Altro, non ritroveremo mai davvero noi stessi, il nostro vero Sé.

Il nostro vero Sé, infatti, è intrinsecamente duale: è fatto non solo di un Io, come si è naturalmente portati a pensare, ma di un Io e di un Tu; dunque di un Sé e di un Altro da sé. E tuttavia – sia chiaro – l’Altro da sé non è l’altro, non sono gli altri. Ma è l’Altro dentro di sé, con il quale l’Io si relaziona, prima di instaurare qualsiasi altra relazione fuori di sé. Ricercare, dunque, gli altri fuori di sé senza aver prima ricercato e trovato l’Altro dentro di sé, è fuorviante, rappresenta una scorciatoia.In questo caso gli altri sono, finiscono per essere, un surrogato inadeguato dell’Altro.

Se non troveremo prima l’Altro (dentro di noi), non saremo manco capaci di instaurare veri, sani, positivi rapporti con gli altri (fuori di noi). Tutt’al più ci aggrapperemo agli altri, ne diventeremo dipendenti, se non succubi. O ne diventeremo padroni, proprietari, tiranni, che è poi un altro modo (anche se paradossale) di essere dipendenti dagli altri.

L’Altro non è l’altro, ma è la pienezza dell’Io, che è (o, meglio, dovrebbe essere) già una relazione in sé: l’Io che si rapporta al Tu. Senza l’Altro l’Io è monco, mancante, lobotomizzato. Occorre, dunque, prima trovare l’Altro (dentro di sé), stabilire con l’Altro un colloquio interiore stabile, costante, profondo, e poi si possono cercare e trovare davvero gli altri (fuori di sé).

In questo caso non ci si aggrapperà agli altri, non si dipenderà da loro, ma ci si relazionerà a loro, in un rapporto, in un incontro, di interdipendenza (che è altra cosa dalla dipendenza) reciproca. Un incontro che avverrà grazie a un movimento dell’uno verso l’altro, sullo stesso piano, cioè su un piano di parità, sincronicità, senza asimmetrie. Ovverossia non dall’alto verso il basso o, viceversa, dal basso verso l’alto, come invece, purtroppo, accade spesso, se non nella maggior parte dei rapporti umani.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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