Reader’s – 26 gennaio 2023 rassegna web

Più armi occidentali per salvare l’Ucraina. Certi solo i profitti dei produttori

Massimo Nava su Remocontro

Sul Corriere della Sera il dubbio ben rappresentato dalla illustrazione di Doriano Solinas. «C’è il pericolo che il gigantesco sforzo finanziario determini profitti per i produttori di armi più che apprezzabili risultati politici e la pace in Ucraina». Massino Nava sull’Europa e l’Occidente nella corsa al riarmo, dopo che Piero Orteca ci ha detto dell’economia russa che va molto meno peggio di quanto vorrebbero i suoi molti nemici. Mentre la nostra di casa paga di più sia le sanzioni che il gas non più russo. Conti economici da brivido, e molti dubbi.

Difesa europea e scelte industriali

Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato nei giorni scorsi un piano di spesa per la difesa di 413 miliardi nei prossimi sette anni. È il più grande investimento dal 1960, da quando il generale de Gaulle decise di dotare la Francia dell’arma nucleare. La Germania ha stanziato 100 miliardi nei prossimi cinque anni, per alzare la spesa militare al 2 per cento del Pil: benché la Bundeswehr avesse effettivamente bisogno di un massiccio ammodernamento, si tratta del più grande investimento dalla Seconda Guerra mondiale. La Polonia punta a spendere per la difesa il 5 per cento del Pil. Già oggi può vantare uno degli eserciti più numerosi ed efficienti d’Europa, grazie anche a moderni aerei e carri armati forniti da Stati Uniti, Corea del Sud e Germania.

Svizzera neutrale di convenienza e Giappone ex

La Svizzera difende il principio della neutralità, ma vende a Paesi europei munizioni per carri armati e caccia bombardieri per circa venti miliardi.
Fuori dai confini europei, è in corso il grande riarmo del Giappone, che ha messo in soffitta l’articolo 9 della Costituzione sul ripudio della guerra e ha raddoppiato il budget per la difesa. L’aggressività della Corea del Nord e le mire cinesi su Taiwan hanno convinto i giapponesi a prepararsi al peggio.

860 miliardi anno di armi Usa

Nulla di comparabile naturalmente alla spesa degli Stati Uniti, lievitata quest’anno a 860 miliardi di dollari, dodici volte la spesa della Russia e quattro volte la spesa totale dell’Europa. Le forniture e l’assistenza militare all’Ucraina sfiorano ormai i 40 miliardi di dollari. Il bilancio della difesa Usa è enorme, tanto più se rapportato alla spesa mondiale di tutti i Paesi messi insieme, circa 2.000 miliardi di dollari. (Secondo diverse stime, occorrerebbero circa 300 miliardi per sconfiggere la fame nel mondo entro il 2030).

Corsa mondiale al riarmo

Gli investimenti menzionati sono in parte consacrati all’ammodernamento tecnologico, alla ricerca e alla cyber difesa, in parte alla produzione e in parte al ripristino degli stock svuotati per la guerra in Ucraina. Da queste cifre si conferma una corsa mondiale al riarmo secondo uno schema illusoriamente ritenuto superato dalla deterrenza nucleare e dalla fine della guerra fredda. Tenuta in ghiaccio -almeno per ora- l’opzione nucleare, si è riproposta, sia pure con mezzi più moderni e sofisticati, un modello di guerra convenzionale, di cui l’Ucraina e la Siria sono i più tragici e attuali esempi: decine di migliaia di soldati caduti e di vittime civili, distruzioni infinite e milioni di profughi.

Corsa al riarmo di reazione

La corsa al riarmo, scattata all’indomani dell’invasione russa, è una scelta quasi obbligata dei governi occidentali in risposta alla politica di Mosca e abbastanza condivisa dalle opinioni pubbliche. L’allargamento della Nato ai Paesi baltici e a nuovi membri nell’Europa dell’Est, il rilancio di un sistema coordinato di difesa europea e un sempre più impegnativo programma di aiuti militari a Kiev sono il corollario fondamentale di questa scelta.

Ma c’è il forte rischio che il gigantesco sforzo finanziario determini profitti per l’industria militare più che apprezzabili risultati politici, ovvero il contenimento della Russia, la sicurezza dell’Europa, la pace in Ucraina.

Il controllo delle armi all’Ucraina

Perché questi obiettivi siano realizzabili, occorre che alcuni problemi vengano affrontati senza indugi. In primo luogo, occorre un rigoroso controllo delle forniture militari all’Ucraina per evitare che una parte, più o meno importante, finiscano in mani sbagliate, nel mercato nero delle mafie e del terrorismo o addirittura in mani russe. L’eroismo degli ucraini non può essere una coltre di silenzio sul livello di corruzione del Paese. È necessario inoltre che le sanzioni siano sempre più efficaci contro la Russia e sempre meno penalizzanti per gli europei.

Anche Bruxelles e non solo Washington

In secondo luogo, occorre che il concetto di difesa europea si traduca finalmente in scelte industriali che privilegino le industrie europee. In terzo luogo, occorrono decisioni prese anche a Bruxelles e non soltanto a Washington: il sostegno unanime dei governi all’Ucraina continua a lasciare spazio a troppi distinguo e ipocrisie, come l’assurdo balletto sulla fornitura dei carri armati tedeschi, lasciata alla responsabilità di Berlino, come se la solidarietà a Kiev non dovesse comportare anche un atto di sovranità europea in materia di difesa.

Le ragioni e i torti a colpi di cannone

La guerra in Ucraina sta arrivando, o forse è già arrivata, a un punto di non ritorno. Sarà lunga e più sanguinosa. Non si vedono prospettive di negoziato. Parlano carri armati e missili. Possiamo continuare a discutere sui torti della Russia e sulle ragioni dell’Ucraina, ma avrebbe poco senso spendere tanto e ottenere così poco sul piano politico. Tanto più che le sanzioni non colpiscono solo Mosca, ma anche le nostre economie. Con risultati modesti, è inevitabile che la tenuta delle opinioni pubbliche ne risenta.

La Germania, l’Europa e l’Islanda

La Germania indecisa è più di un campanello d’allarme. Ci dice che il più forte Paese europeo ha paura che la Russia si spinga oltre ogni limite. E ci dice che l’Europa nel suo insieme non è ancora in grado di decidere a prescindere dai timori tedeschi o dai veti di questo o quel Paese. Altrimenti meglio fare come l’Islanda, membro della Nato, ma senza un esercito dal 1869.

Tags: armi Ucraina


La ricerca

da Facebook

Un sardo ventenne piccolo e malformato, che vantava lontane origini albanesi («anche Crispi», diceva, «fu educato in un collegio in Albania»), grazie al suo genio e alla sua tenacia nel 1911 vinse una borsa di studio bandita dal Collegio Carlo Alberto di Torino per consentire a 39 studenti senza mezzi usciti dai Licei del Regno di studiare all’Università di Torino.

Antonio Gramsci da Ales

Con 55 lire in tasca, a cui aggiunse le altre modestissime 70 della borsa mensile, Antonio #Gramsci da Ales, in provincia di Oristano, battendo i denti dal freddo in misere camere d’affitto, riuscì a seguire le lezioni di economisti quali Achille Loria e Luigi Einaudi e del grande storico dell’arte Pietro Toesca, fino a diventare un leader che cambierà il modo di pensare di intere generazioni. In quella città che per un soffio non era riuscita a diventare stabile capitale d’Italia andava sbocciando un orizzonte di alto profilo, politico, ma soprattutto culturale, fra il socialismo di Gramsci e il pensiero liberale di Piero Gobetti.

Nel 1917, due anni prima che esca l’articolo di quest’ultimo sulla necessità che la scuola educhi a risolvere i problemi della vita ripensando ai Classici, Gramsci pubblica sulla sua rivista «La città futura» una magnifica pagina intitolata “Contro gli indifferenti”, in cui la stessa idea di Gobetti vibra di intensità morale e civile, pedagogica e politica insieme.

Il grande nemico è l’indifferenza

Il grande nemico da combattere e sconfiggere è l’indifferenza, quella stessa che un altro diciottenne, Alberto Moravia, nel suo romanzo del 1929 eleggerà a specchio infranto di un mondo ormai appiattito nel conformismo cinico di chi «non prende parte» perché è già costretto ad essere «parte di un tutto» totalitario e senza differenze interne, senza più vita che non sia il bios ammutolito, inerte. La pagina di Gramsci è ancora una grande lezione di etica democratica:

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti. […] L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. […]

Il male che si abbatte su tutti

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. […] Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? […] Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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