Accade quello che molti di noi temevano con l’allargamento a 27 dell’UE e le difficoltà che questo comporta per concordare la rappresentanza. L’Europa rinunciava in pratica a una presenza efficace e non solo autorevole. Quel vuoto sarebbe stato riempito da coalizioni minori. Come questa dell’E3 (Francia, Regno Unito e Germania). L’Italia del governo Meloni, con la sua aspirazione a fare da tramite con gli Stati Uniti di Trump, risulta per ora esclusa. E data l’imprevedibilità del presidente Usa, anche in una posizione piuttosto scomoda. Non dimentico che qualche decennio fa la politica estera italiana, con il presidente Fanfani e l’Eni di Enrico Mattei, si qualificava per l’alleanza con gli Usa ma anche per la sua posizione al centro del Mediterraneo, non lontano da Medio Oriente e Nord Africa. (nandocan)
Piero Orteca su Remocontro
L’attacco aereo israeliano nello Yemen, dell’altro ieri, non è stato solo una rappresaglia contro la leadership degli Houthi. Dietro il tentativo di omicidio ‘mirato’ per decapitare un nemico sempre più ostinato, l’obiettivo di un messaggio all’Iran, che ha il ‘patronage’ del regime di San’a.

Non solo una rappresaglia
Non solo una reazione ai saltuari lanci di droni e missili con i quali, ormai da oltre un anno, i guerriglieri sciiti prendono a bersaglio lo Stato ebraico, per solidarietà con i palestinesi di Gaza. Giovedì gli israeliani hanno intercettato due droni in arrivo dallo Yemen, e subito dopo, quasi a orologeria, i caccia con la stella di David sono partiti al contrattacco. Si è trattato di una missione che, evidentemente, era pianificata da tempo, grazie anche alle fonti di intelligence che il Mossad ha saputo disseminare nell’isolato Paese arabico. I jet di Netanyahu sono andati subito al sodo, colpendo siti specifici nel centro di San’a. Fonti militari israeliane hanno riferito «che sono stati presi di mira alti funzionari Houthi, tra cui il Ministro della Difesa e alti ufficiali dell’esercito, riuniti per ascoltare un discorso del leader del gruppo, Abdul Malik al-Houthi». Secondo il think-tank Al Monitor, «in attesa della conferma delle vittime, i leader israeliani ritengono che alcuni dei presenti siano rimasti uccisi. Il canale yemenita Al-Jumhuriya ha riferito venerdì che il Primo ministro Ahmed al-Rahawi è stato ucciso in un appartamento».
E3, Francia, Regno Unito, Germania
Tutto è avvenuto in concomitanza con un evento parallelo molto importante: la decisione del cosiddetto ‘E3’ (Francia, Regno Unito e Germania) di deliberare la riapplicazione delle sanzioni economiche, entro un mese, contro Teheran, per la sua ambiguità sullo sviluppo del programma nucleare. In realtà, le tre potenze europee, firmatarie dell’intesa raggiunta nel 2015 sotto gli auspici del Presidente americano Barack Obama, avrebbero preso la loro decisione «in stretto coordinamento con gli Stati Uniti e Israele». Una rivelazione sorprendente, che fa sospettare come, dietro la cortina fumogena della diplomazia, l’Europa collabori, di fatto, strategicamente col governo Netanyahu.
La soffiata è di Al Monitor, specialista di affari mediorientali e con eccellenti ‘entrature’ nei diversi establishment della regione. «I Paesi dell’E3 – sostiene il think-tank – propongono anche di proseguire i negoziati per un altro accordo, per scongiurare le sanzioni, ma i leader politici e della difesa israeliani sono divisi sulla questione di una possibile nuova intesa. Il Primo ministro israeliano, Netanyahu, e il Ministro per gli Affari strategici, Ron Dermer, sono favorevoli a continuare a esercitare pressioni internazionali ed economiche sull’Iran, piuttosto che arrivare a un accordo».
La destra israeliana
È questa una vecchia posizione della destra israeliana e di molti circoli militari, molto scettici, anzi proprio refrattari, riguardo alla possibilità di sistemare le cose col regime degli ayatollah per via diplomatica. Dal canto suo, Katja Kallas, l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione Europea, che notoriamente sostiene sempre soluzioni ‘muscolari’, ha detto che «adesso entriamo in una nuova fase, perché abbiamo 30 giorni per trovare una soluzione diplomatica». Aggiungendo, a margine di una riunione informale tenutasi a Copenaghen, che «le nostre preoccupazioni sono chiare e si riferiscono al programma nucleare iraniano e a quello missilistico».
Una dichiarazione improvvida, perché fa intuire come sul tavolo della crisi non ci sia solo il timore per l’arricchimento dell’uranio a fini bellici, ma anche, più in generale, l’ambizione del regime degli ayatollah di crescere come potenza militare. Anzi, di diventare sempre più sponda utilissima per rifornire le armate di Putin impegnate in Ucraina. L’obiettivo, non tanto segreto, dei circoli occidentali più oltranzisti, è quello di puntare a un collasso interno del regime teocratico persiano. Un’implosione provocata dal malcontento popolare, per un’economia sempre più in ginocchio e un tenore di vita che si va deteriorando. In questo senso, le sanzioni sono una sorta di “arma impropria”, che potrebbe essere efficace.
Abbattere il regime iraniano
Solo che l’attuale governo israeliano, in buona parte, non condivide questa visione e punta deciso a regolare definitivamente i conti con l’Iran, perché crede che un accordo, finché dura il regime degli ayatollah, non sia possibile. «L’economia iraniana continua a deteriorarsi, la carenza d’acqua sta aumentando e questo è molto angosciante per il regime», ha confidato ad Al-Monitor un collaboratore di Netanyahu, parlando in condizione di anonimato. Tra le altre cose, oltre a non credere alla opportunità di riesumare il vecchio patto sul nucleare, che poi Trump ha stracciato, diversi israeliani, nelle segrete stanze, manifestano molti dubbi sull’affidabilità che potrebbe avere un nuovo accordo sul nucleare. Loro pensano che l’attuale Amministrazione americana sia troppo ‘distratta’ da mille altri problemi, per potersi concentrare solo sul Medio Oriente. Altri funzionari della Difesa dello Stato ebraico, invece, credono che un nuovo accordo, se correttamente supervisionato dall’Amministrazione Trump, possa essere l’opzione migliore. Dunque, la cosa che salta subito agli occhi, è la spaccatura esistente ai vertici del potere, a Tel Aviv, sulla migliore strategia di sicurezza da perseguire nei confronti di Teheran.
L’atteggiamento della Russia
Che la partita sia molto più grossa di quello regionale ed evidentemente non solo limitata al Medio Oriente e al Golfo Persico, è testimoniato anche dall’atteggiamento assunto dalla Russia. Qualche analista comincia a temere che Europa e Stati Uniti, condizionati dall’oltranzismo di Netanyahu, possano finire per spingere definitivamente l’Iran nelle braccia di Putin. Regalandogli di fatto quell’accesso ai ‘mari caldi’ che la Santa Russia ha sempre sognato fin dai tempi degli zar. Certo, bisognerebbe far leggere alla Kallas ciò che riporta il quotidiano israeliano Haaretz, parlando delle proposte dell’Europa sulla crisi iraniana.
«L’Iran riafferma che l’offerta delle’E3 di riavere le sanzioni è piena di precondizioni irrealistiche», titola il giornale di Tel Aviv. E prosegue: «Germania, Francia e Gran Bretagna hanno proposto un piano per ritardare il ripristino delle sanzioni contro Teheran, che è pieno di clausole senza senso, ha affermato venerdì l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani. L’Europa dovrebbe invece sostenere una breve e incondizionata estensione tecnica della risoluzione 2231, quella che ha sancito l’accordo sul nucleare iraniano del 2015».
Cioè proprio quella che gli europei hanno firmato e che ora disconoscono, facendo finta di non ricordare. Quello che Trump ha stracciato in mille pezzi, perché il suo amico Netanyahu non vedeva l’ora di risolvere il «problema Iran» a modo suo. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.
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