Usa-Russia: per ora il conto di Kiev lo paga l’India

Consiglio al lettore frettoloso di leggere almeno l’ultimo paragrafo, quello sottolineato, che riassume i motivi per cui insistere in quella che America e Nato consideravano e in parte considerano ancora una pace “giusta”, ma in pratica una resa incondizionata di Mosca, rischia davvero di coinvolgere, almeno economicamente, in una pericolosa escalation, anche il resto del mondo. Ma davvero Trump vorrebbe farne pagare le spese con i dazi alle esportazioni nei paesi poveri? Puntare sulla neutralità dell’Ucraina e su una limitata concessione dei territori contestati in cambio di una ripartizione equa delle enormi spese per la ricostruzione potrebbe essere, nell’opinione dei piú, l’unica via d’uscita. Poiche oggi non esistono piú guerre “giuste”, come ormai sembra orientata a riconoscere anche la Chiesa, non possiamo neppure aspettarci delle “paci giuste”. (nandocan)

Pino Orteca su Remocontro

Per ora i recenti successi militari russi in Ucraina li paga solo l’India, alla quale Trump ha applicato un ulteriore ‘dazio speciale del 25 per cento (la ‘tassa Putin’). E così si arriva al 50 per cento e si scoprono i calcoli politici della Casa Bianca. Che usa le tariffe doganali per affossare i Paesi ‘non allineati’ in guerra col dollaro.

Scusa del petrolio russo e non il suo

La colpa di Nuova Delhi è di importare petrolio dalla Russia. “Dopo aver preso in considerazione, tra le altre cose, informazioni aggiuntive – afferma la nota del Presidente Trump – ritengo che l’emergenza nazionale descritta nell’Ordine Esecutivo 14066 persista e che le azioni e le politiche del Governo della Federazione Russa continuino a rappresentare una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”. Per cui, al momento, e come si diceva ai tempi del terrorismo rosso, “se ne colpisce uno (l’India) per educarne cento”. Tutto questo, dopo che ieri l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, ha fatto l’ennesima comparsata a Mosca. La quinta, negli ultimi mesi. Con risultati, definiti a sorpresa da Trump «altamente produttivi». Non solo. Ma anche forieri di un possibile vertice tra i leader delle due superpotenze e quello ucraino. Domani sarebbe dovuto scadere uno dei ‘millanta’ ultimatum del Presidente Usa, che ormai si moltiplicano come i porcini dopo un acquazzone autunnale.

Penultimatum e Gattopardo

La Casa Bianca minacciava ‘cose terribili’ contro chi commercia con la Russia (un ulteriore giro di vite a partire dal petrolio) se Putin non avesse mostrato qualche minimo interesse a trattare seriamente la pace in Ucraina. O, almeno, se non avesse palesato un atto di buona volontà. Bene, il colloquio con il leader del Cremlino è durato tre ore, necessarie ad affinare ciò che il diplomatico Usa e il negoziatore-capo russo, Kiril Dmitriev, avevano probabilmente concordato in mattinata, durante una lunga passeggiata in un parco, nel centro della capitale. Insomma, pare proprio che Putin e Trump, dietro le quinte, fossero già in sintonia. L’impressione è che la soluzione che potrebbe essere stata suggerita sia un po’ gattopardesca: fare finta di cambiare, perché tutto resti come prima. Come trapelato da spifferi mediatici di corridoio (Bloomberg, Tue Bell), ripresi dal britannico Guardian, «Putin ha dato pochi segnali di essere pronto a fare concessioni o a voler modificare gli obiettivi di guerra fondamentali della Russia. Tuttavia – prosegue il Guardian – il Cremlino potrebbe aver proposto a Trump di sospendere gli attacchi a lungo raggio da entrambe le parti. Sia Trump che Kiev hanno chiesto un cessate il fuoco completo e incondizionato per consentire l’avvio dei negoziati, ma la sospensione degli attacchi a lungo raggio potrebbe offrire un gradito respiro a entrambe le parti» – conclude il giornale. Anche se, in verità, la situazione sul campo di battaglia volge decisamente al peggio per Zelensky e per l’Occidente che lo sostiene.

Crisi militare ucraina

Nelle ultime settimane, le truppe di Mosca hanno scatenato offensive multiple su diversi fronti, mettendo in serie difficoltà gli ucraini. Dal suo punto di vista, Putin teme che un cessate il fuoco temporaneo possa finire per favorire Kiev, che potrebbe sfruttare la pausa per riarmarsi grazie ai cospicui rifornimenti della Nato. «Le precondizioni militari e politiche di Mosca per la pace – sostiene la BBC –  rimangono inaccettabili per Kiev e i suoi partner occidentali. Il Cremlino ha inoltre ripetutamente respinto (finora n.d.r.) le richieste di Kiev di un incontro tra Zelensky e Putin. Nel frattempo, l’Amministrazione statunitense ha approvato ulteriori vendite militari all’Ucraina per un valore di 200 milioni di dollari, in seguito a una telefonata tra Zelensky e Trump, in cui i due leader hanno anche discusso della cooperazione in materia di difesa e della produzione di droni. L’Ucraina – aggiunge la tv britannica – ha utilizzato i droni per colpire le raffinerie e gli impianti energetici russi, mentre Mosca ha concentrato i suoi attacchi aerei sulle città ucraine. L’Amministrazione militare di Kiev ha dichiarato che il bilancio delle vittime dell’attacco alla città della scorsa settimana è salito a 32, dopo la morte di un uomo per le ferite riportate. L’attacco è stato il più mortale dall’inizio dell’invasione». Anche l’Ucraina ha colpito infrastrutture energetiche e militari russe con droni a lungo raggio e ha causato il caos nel settore dell’aviazione civile, costringendo diversi aeroporti a chiudere temporaneamente.

Effetto mediatico e mediatore sospetto

Da quando Putin ha deciso di colpire massicciamente anche le città ucraine con attacchi notturni di droni (fino a 500 alla volta) però, la tensione è salita. E Trump è andato su tutte le furie, per l’effetto mediatico dei bombardamenti russi, che dimostrano, secondo molti critici, come la guerra sia forse più sanguinosa di prima. C’è anche un problema aggiuntivo. Come tutti i ‘trattativisti’, in certi ambienti ‘duri e puri’ (il complesso militare-industriale?) Witkoff mediatore viene addirittura etichettato come una specie di ‘filo-putiniano’. Ecco come lo presenta il Guardian, per far capire il rapporto che il diplomatico ha saputo instaurare col Cremlino: «Lunedì scorso, il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha dichiarato che il Cremlino attende con ansia la visita di Witkoff e apprezza i colloqui con lui. ‘Li consideriamo importanti, concreti e molto utili’, ha affermato.

Witkoff, avvocato specializzato in diritto immobiliare, non ha alcuna precedente esperienza diplomatica e i suoi viaggi in solitario in Russia hanno allarmato alcuni altri alleati dell’Ucraina, che temono che Putin possa averlo preso in giro. In alcune interviste, ha parlato con calore del rapporto che ha con il Presidente russo e ha affermato che Trump è rimasto ‘toccato’ da un dipinto a olio del Presidente degli Stati Uniti, che gli è stato regalato tramite Witkoff». Comunque sia e per non sbagliare cavallo (e tappare le bocche dei tanti alleati europei che vorrebbero vedere la Russia messa spalle al muro) si sa che, un colpo al cerchio e uno alla botte, anche l’inviato di Trump in Ucraina, Keith Kellogg, visiterà Kiev nei prossimi giorni.

Gira rigira ma alla fine i ‘non allineati’

Certo, se Trump, per convinzione, frustrazione o, più semplicemente, banale ripicca, volesse portare avanti la sua minaccia di ulteriori sanzioni economiche contro Mosca, allora gli effetti potrebbero essere pesanti, con un effetto domino che finirebbe per toccare anche molti Paesi ‘non allineati. È quello che già sta succedendo oggi con l’India, col Brasile, con la Cina e altri Stati che fanno parte dei Brics. Un progetto studiato a tavolino, per fare pagare al resto del pianeta i conti presentati alla cassa da Zelensky? Forse. Per ora, sostiene la BBC, le minacce di Trump rischiano di mandare all’aria i mercati dell’energia (gas e petrolio) colpendo con dazi secondari del 100 per cento i prodotti di chi commercia con la Russia. Senza distinzioni, rovinando per esempio le aspettative di alleati come la Turchia e, ma questo è sicuro, contribuendo a diminuire ulteriormente la popolarità di Zelensky in molti Paesi, trascinati incolpevolmente in una guerra che sentono essere molto distante da loro. In ogni caso, il drammatico cambio di passo nella retorica occidentale segna, più di qualsiasi altra cosa, il vero orizzonte attuale della crisi ucraina: si è passati dalla granitica certezza nella vittoria, alla ossessiva richiesta di una tregua, che maschera un cocente fallimento. Negli ultimi giorni le offensive russe stanno facendo traballare tutto il fronte del Donbass, mentre il tempo lavora a favore di Putin, le cui truppe cominciano ad avanzare più velocemente.

Uomini e non solo armi

Per l’Ucraina è una questione principalmente di uomini e di riserve e non di mezzi tecnologici o di risorse finanziarie. Senza altri soldati sul terreno, la guerra per l’Ucraina è irrimediabilmente persa. Il grande dilemma davanti all’Occidente, e all’Europa in particolare, è dunque: chiuderla con una pace ritenuta ‘ingiusta’, o aprirla ancora di più, prendendo la Russia di petto e, in nome e per conto del diritto internazionale, mandare i figli dell’Europa a morire per Kiev, col rischio finale di un auto annichilimento planetario? Certo, e di questo siamo sicuri, ci vuole più coraggio a firmare una brutta pace che a proseguire una guerra ‘giusta’, ma senza speranza.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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