Washington-Mosca sull’Ucraina: Ue degli intransigenti esclusa

Se non avviene che nella politica internazionale l’Europa unita conti piú o almeno altrettanto delle grandi potenze è solo perché non dispone di una leadership altrettanto rappresentativa. Non credo di sbagliare se aggiungo che l’allargamento a 27 progressivamente acquisito non ha contribuito ad accrescerne l’autorità quanto avrebbe forse potuto riceverne da una federazione degli stati fondatori, con l ‘aggiunta della Germania della Spagna. E ora che Stati Uniti, Cina e Russia sembrano disporre di guide particolarmente forti, la debolezza di un’Europa divisa si farà sentire ancora di più (nandocan).

Ennio Remondino su Remocontro

Telefonate Washington-Mosca, e forse qualcosa di più, prima di colloqui ufficiali dove eventualmente invitare anche l’Europa per educazione e oneri che le ricadranno addosso. Il rapporto Casa bianca-Cremlino sulla questione ucraina lascia l’Unione umiliata, mentre la responsabile della politica estera e di sicurezza Ue, l’estone Kaja Kallas, non sa far altro che ripetere il sostegno incondizionato a Kiev.

Spiazzati, infastiditi. Umiliati

«La telefonata tra Trump è Putin non è stata coordinata con Bruxelles»: l’Unione europea prende le distanze e scopre la sua marginalità. Poi la portavoce prova a sminuire. «Siamo all’inizio del processo», rimandando all’incontro tra von der Leyen e Zelensky al vertice sulla sicurezza di oggi a Monaco di Baviera. Così i vertici Ue reagiscono all’iniziativa del presidente americano e alla sua telefonata a Putin per accordarsi sulla fine della guerra in Ucraina. Deliberatamente scavalcata, a Bruxelles frena, reclamando il proprio coinvolgimento. La stessa linea intransigente e non vincente della strategia in questi tre anni di conflitto.

Il Cremlino osserva e rileva

I silenzi e le esitazioni di Bruxelles non sfuggono al Cremlino. «Prematuro parlare di una partecipazione europea ai negoziati», osserva il portavoce Dmitry Peskov. Peggio Dmitry Medvedev: «L’Europa è una vecchia zitella frigida pazza di gelosia. È brutta e inutile». Meno caricaturale il premier ungherese Orban, quando attacca quella stessa Ue di cui il suo paese fa parte: «Mentre Trump e Putin negoziano sulla pace, i funzionari dell’Ue rilasciano dichiarazioni prive di valore». Il riferimento alla ‘ministra esteri Ue è evidente’. «Non si può chiedere un posto al tavolo dei negoziati. Bisogna guadagnarselo con forza, buona leadership e diplomazia intelligente».

L’Ue dei ‘corollari’

In risposta all’iniziativa Usa, l’Ue si arrocca sulla posizione più vicina possibile a quelle sostenute finora, rileva Andrea Valdambrini sul manifesto. «Ogni pace giusta e duratura deve includere l’Ucraina al tavolo», ripete Bruxelles. Con tre corollari. Il primo è che sicurezza ucraina ed europea coincidono. Di conseguenza, sia Kiev che Bruxelles devono essere al tavolo delle trattative, cosa di cui Trump però non si è preoccupato. Infine, «la pace si deve basare sul rispetto di indipendenza e sovranità, ovvero l’integrità territoriale dell’Ucraina». Una posizione molto lontana da quella di Washington, che giudica «altamente improbabile» il ritorno ai confini pre 2014.

‘Una pace giusta’, quale e fra chi?

Fine del «whatever it takes»: ‘qualunque cosa serva’ per arrivare e cosa? Il premier Polacco Tusk rilancia «l’unità di Ucraina, Ue e Usa» per l’avvio dei negoziati, ma sembra una preghiera tra mille interrogativi che dovevano essere posti prima. Ruolo e costi per l’Europa, a non voler essere ipocriti. La contropartita che sarà promessa all’Ucraina dall’Occidente, una volta terminato il conflitto, per la sicurezza futura. Problema, non è tanto l’adesione di Kiev all’Ue, innocua per Mosca e di là da venire, quanto l’ingresso nell’Alleanza atlantica su cui Trump ha giù ribadito un netto No di apertura al dialogo con Putin. «Sarà al momento opportuno, non adesso», insegue l’obbediente segretario generale della Nato Mark Rutte.

Tremila miliardi Ue in dieci anni

Trump vuole tirarsi fuori dall’affaire ucraino lasciando la patata bollente in mano all’Europa e ai suoi governi. Volete garantire la sicurezza dell’Ucraina? Accomodatevi, ma con i vostri soldi. Volete la Nato? Portate la spesa per le armi al 5% del Pil. Insomma, con la rielezione di The Donald alla Casa Bianca tutto il castello costruito dalla precedente leadership democratica con le cancellerie europee si sta sgretolando. E chi rischia di rimanere sotto le sue macerie è l’Europa, che, dopo aver dovuto rinunciare al gas russo per comprare Gnl americano ad un prezzo quattro volte superiore e subire i contraccolpi delle sanzioni.  Con la Germania da due anni in recessione e l’Italia a dicembre, con un clamoroso -7,1%, una perdita di 90 miliardi su base annua.

3,1 trilioni il conto in dollari

Riguardo all’Ucraina, Bloomberg ribadisce che per garantirne la protezione i paesi europei dovrebbero spendere almeno 3,1 trilioni di dollari nei prossimi 10 anni. I 15 maggiori paesi dell’Unione dovrebbero aumentare gli investimenti nella difesa di 340 miliardi di dollari all’anno, fino alla cifra monstre, molto vicina al budget 2025 degli Stati Uniti, di 900 miliardi (https://www.remocontro.it/2025/02/13/stati-uniti-2025-armati-per-900-miliardi-di-dollari/). Attualmente tutta l’Ue non supera i 280 miliardi.  Per la sola ricostruzione dell’esercito ucraino servirebbero 175 miliardi di dollari in 10 anni, mentre per una forza di peacekeeping ce ne vorrebbero più di 30.

Zelensky, isolato, crisi politica interna

L’offensiva diplomatica da parte di Trump sta gettando l’Ucraina nella confusione. Il presidente Zelensky, prova a frenare: «Non accetteremo alcun negoziato senza di noi». Ma in un post sui social, il presidente Usa scrive che sarebbe quasi pronta una squadra per impegnarsi al tavolo delle contrattazioni. E così Peskov ha detto che quella russa è in via di preparazione. «Consideriamo gli Stati Uniti la nostra principale controparte», ha detto il portavoce del Cremlino. «In un modo o nell’altro, Kiev dovrà sedersi al tavolo».

L’Ucraina, oltra alla fase estremamente negativa della guerra, vive gravi rotture politiche interne. Il Consiglio di sicurezza e della difesa ucraina ha annunciato di aver messo sotto sanzioni per «alto tradimento», fra gli altri, l’ex-presidente Petro Poroshenko. Accusa, l’acquisto di carbone dai territori sotto controllo russo.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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