Netanyahu “l’americano” conta molto sulla vittoria del suo amico Trump, anche se da Kamala Harris non ha niente da temere, tutt’al piú qualche innocua “ramanzina” alla Biden, diretta più a non scontentare troppo gli alleati europei degli Stati Uniti che a esercitare una seria pressione su Israele. Netanyahu lo sa bene e per questo, come ha fatto di recente, continuerà a infischiarsene (nandocan)
Piero Orteca su Remocontro

Nell’aula del Congresso Usa, gli applausi pur tra molti e significativi vuoti nei banchi, fuori del Campidoglio la protesta fermata con spray al peperoncino sui manifestanti riuniti a denunciare i 40mila palestinesi uccisi a Gaza, ma che per il premier israeliano ancora non bastano, e per questo chiede ancora bombe americane.
Quei 40mila morti non bastano
Cominciamo dalla fine: dopo 40 mila morti a Gaza, deputati e senatori americani gli hanno pure rivolto una “standing ovation”. Bipartisan, per chi c’era. Tutto questo, mentre lui diceva: “Dateci gli strumenti (armi) più velocemente e noi finiremo il lavoro più velocemente”.
Rapporto Stati Uniti-Stato ebraico
Ascoltare le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu, pronunciate ieri in Campidoglio, a Washington, fa capire il complesso rapporto, per noi a volte incomprensibile, esistente tra gli Stati Uniti e lo Stato ebraico. Il premier israeliano, vero animale politico, capisce che deve cercare di frenare la sua natura ‘spaccatutto’. Cosi, si è autoimposto di fare il funambolo, camminando sulla corda, in modo da difendere i suoi interessi senza scombinare troppo quelli degli alleati, che vivono una fase di confusione politica. Ma non sempre ci riesce. A complicare tutto, il momento scelto per accettare l’invito, rivoltogli dai capigruppo di Camera (il repubblicano Mike Johnson) e Senato (il democratico Chuck Schumer). Insomma, sbarcato a Capitol Hill con la ‘mission’ di tenere un intervento bipartisan, però, alla fine ‘il pour abile Netanyahu, per accontentare l’intero Congresso, forse ha finito per scontentare un po’ tutti i deputati.
Poche cose giuste e tante sbagliate
Ha detto qualche cosa giusta (sugli ostaggi e le trattative) e molte cose sbagliate (sulla guerra che va avanti), tornando a cavalcare il solito leit motuv del “siamo tutti nella stessa barca”. Cioè, Israele, in Medio Oriente è l’unico avamposto credibile della democrazia. E il solo argine alle malefiche velleità espansionistiche dell’Iran. Il vero nemico pubblico numero uno che, ha fatto capire, forse su questa sponda dell’Atlantico qualcuno avrebbe sottovalutato.
“I nostri nemici sono i vostri nemici – ha detto – e la nostra lotta è la vostra lotta. La nostra vittoria, infine, sarà la vostra vittoria”. Ha poi definito “utili idioti dell’Iran”, i gruppi che protestavano contro di lui (e che venivano manganellati o accecati con lo spray) fuori dal Campidoglio.
Il fuoco sotto la cenere
Ma a parte la coreografia, in aula il fuoco covava sotto la cenere. La deputata democratica Rashida Tlaib (di origine palestinese) ha esposto un cartello con la scritta “criminale di guerra”.
Il senatore Schumer, invece, non ha gradito le lodi (indirette) a Trump per i Patti di Abramo. Con i democratici ci sono ruggini di vecchia data. La più significativa è di quando, nel 2015, Netanyahu tenne un altro discorso al Congresso Usa, attaccando duramente Barack Obama per la sua politica di “appeasement” con l’Iran.
Ma non è che le cose filino tanto bene pure con i repubblicani. Pare, infatti, che Trump non gli abbia perdonato i calorosi abbracci con Biden, subito dopo il cambio della guardia alla Casa Bianca.
Il tycoon lo ha definito “un ingrato”, per non avere tributato gli omaggi di ordinanza, all’ex Presidente Usa, proprio dopo la sigla dei Patti di Abramo.
Stati Uniti e Israele, due crisi faccia a faccia
Secondo Chuck Freilich, ex vice Consigliere per la Sicurezza nazionale di Israele, “Netanyahu ha cercato di stare molto attento nel suo discorso, per non alienarsi tutti e due i partiti”. E che il viaggio sia stato organizzato, dosando impegni e protocollo col bilancino del farmacista, è testimoniato dal fatto che oggi il premier vedrà ufficialmente Biden, mentre domani si recherà fino in Florida, per incontrare privatamente Trump. Un colpo al cerchio e uno alla botte.
Le assenze che pesano
Certo, nonostante tutta la sapiente ‘hasbara’ (abilità diplomatica) dimostrata dai funzionari di Tel Aviv, ci sono stati degli intoppi che hanno rischiato di mandare tutto all’aria. In particolare, una lettera (anonima) predisposta da 230 membri del Congresso, invitava tutti a boicottare l’evento. E viste le posizioni politiche incarnate da Netanyahu e lo sfacciato “endorsement’ di qualche suo ministro a Trump (Ben-Gvir), è probabile che la quasi totalità dei “rivoltosi” fosse democratica.
All’evento non ha partecipato il senatore Bernie Sanders, ebreo americano, autentica anima del progressismo americano, che sulla liberazione degli ostaggi e sui massacri di Gaza ha sempre avuto una posizione di trasparente chiarezza, invocando da sempre un immediato cessate il fuoco.
Voto e finanziamenti degli ebrei americani
Non c’era il candidato repubblicano Vance, ma soprattutto non c’era Kamala Harris, a fare gli onori di casa istituzionali, come vice Presidente. Forse per ‘differenziare’ la sua posizione da quella di Biden, sullo sterminio palestinese, nonostante il suo ruolo nel Consiglio per la Sicurezza nazionale che decide sulle esportazioni di armi Usa. Il difficile e ‘complesso rapporto tra Usa e Stato ebraico’ di cui dicevamo nel titolo. Reso più complicato adesso dalle ‘donazioni’ a sostegno delle dispendiose campagne elettorali dei diversi candidati presidente.
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