“Bunga/bunga Italia”

Leonardo Cecchi su Facebook

Bene che si stia pensando al ricorso per impedire che l’aeroporto di Milano venga intitolato a Berlusconi.

E vinco la resistenza morale del parlare di un defunto perché penso che Silvio Berlusconi la vita se l’è goduta pienamente, a differenza di tanti altri. Se l’è goduta così tanto da aver creato l’associazione “bunga bunga/Italia”, un bel tratto distintivo che ancora oggi circola in un’Europa già piena di pregiudizi nei confronti del nostro Paese.

Se l’è goduta così tanto – aggiungo – da potersi definire quasi un monarca, datosi che, come negli assolutismi da ancient regime, la Cosa pubblica qui è stato piegata a suo uso e consumo, con leggi ad personam che hanno ricondotto la nostra Repubblica al livello di Stato libero di Bananas di alleniana memoria.

Per non parlare poi di mafiosi portati in Parlamento (sono fatti, ci sono condanne chiare), vicende legate a prostituzione minorile, epurazioni nella televisione pubblica che avrebbero inorgoglito il dictator Silla con le sue liste di proscrizione e tanto, tantissimo altro ancora.

Silvio Berlusconi è stato senza alcun dubbio un uomo intelligente, su questo non ci piove. Ma è stato il primo responsabile del dissesto morale dell’Italia, caricaturalmente ridotta a orgiastico circo a cielo aperto. A lui si deve – e non mi stancherò mai di dirlo – l’abbassamento dell’etica collettiva, l’edificazione valoriale della furbizia, l’affermazione, tramite la tivvù, di modelli grotteschi nel panorama culturale italiano e lo scempio della cultura politica istituzionale, divenuta oggetto di scherno soprattutto grazie a lui. Tutto portato avanti con ferma convinzione perché più il Paese scendeva in basso più aumentavano le sue chance di vittoria.

Con quell’eredità facciamo i conti anche oggi. Magnificarla intitolandogli un aeroporto non mi pare proprio il caso.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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