Paura e rabbia

Non da oggi anche quella degli Stati Uniti si rivela una democrazia malata. E la prospettiva che la corsa alla leadership della più grande potenza mondiale si svolga tra un miliardario arrogante e un anziano smemorato non può che preoccupare qualunque vero democratico. Ma ancor più preoccupa che ad affrontare una grave crisi politica ed economica, climatica e ambientale non vi sia ancora in Europa l’indispensabile intesa e solidaretà tra parlamenti e governi che favorisca una vera autonomia. (nandocan)

di Massimo Marnetto

La pallottola che avrebbe dovuto ucciderlo, potrebbe portarlo alla vittoria. È un bene che Trump l’abbia scampata, sia dal punto di vista umano che politico. Se fosse stato assassinato, gli USA sarebbero caduti in una rivolta senza freni. Ora più che mai, Trump è lanciato verso la Casa Bianca. Ora più che mai, occorre sostituire Biden con un vero competitore, per raccogliere le residue possibilità dei democratici di resistere all’effetto ”martire”. 

Ma una cosa è certa: la democrazia americana è malata. Da quando c’è stato l’assalto a Capitol Hill si è aperta una ferita che ha ridotto al minimo la speranza, il globulo che ossigena la democrazia.  Quando la società è contaminata da paura e rabbia, la violenza diventa per molti una soluzione. Spero che a Trump guarisca presto il suo orecchio. Spero che Biden capisca presto che è vecchio. La lucidità dell’America ci riguarda.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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