L’Europa apre una rischiosa guerra dei dazi contro la Cina

da Remocontro

Il 4 luglio l’UE parte alla guerra dei dazi. Nel mirino i tre principali produttori cinesi di auto elettriche (Byd, Geely e Saic) con misure punitive che vanno dal 17% al 38%. In gergo si chiama ‘de-risk’, riduzione del rischio da forze rivali, politiche, economiche o militari che siano. Ovviamente sapendo che il colpito -e in questo caso ‘che bersaglio’-, non starà fermo a subire senza risposta.

Auto elettriche come inizio

Si parte da un principio innegabile: i produttori cinesi di veicoli elettrici stanno indebolendo anche le case automobilistiche europee attraverso sussidi statali. In sostanza è un vero e proprio conflitto economico in alleanza con americani e giapponesi. Ma cosa c’è dietro la strategia di difesa europea e soprattutto sarà efficace?

Strategia non solo economica Usa

Negli ultimi due anni Washington ha lanciato una campagna per impedire alla Cina di accedere alla tecnologia dei microchip ad alta tecnologia, necessari alla produzione di auto elettriche. Gli Usa hanno fatto pressione sul Giappone e su altri alleati per bloccarne le esportazioni verso Pechino. E gli americani -come troppo spesso accade- hanno saltato a piè pari l’Europa per trattare direttamente con l’olandese ASML, il leader europeo nella produzione di chip, per limitarne le forniture alla Cina. Ora l’Unione nella versione bis di Ursula Van der Layen, cerca di promuovere l’immagine della nascitura Commissione con un atto di forza proclamando la propria indipendenza, ma sempre sulla scia della stategie economico politiche di Washington.

Guerra: colpi a dare, colpi a ricevere

E se colpire le auto elettriche cinesi fosse come il famoso e indicibile dispetto da fare alla moglie cattiva? Aziende europee produttrici di chip come la tedesca ‘Infineon’, e la franco-italiana ‘STMicro’, sono i meglio posizionati per rifornire il mercato in forte espansione dei veicoli elettrici, compresi quelli della cinese BYD e di altri marchi. Gli esperti di politica sui microchip del think tank tedesco Stiftung Neue Verantwortung, affermano che la crescita di questi produttori europei è indissolubilmente legata dalla produzione di auto elettriche cinesi. E il thin tank avverte che le autorità europee dovrebbero stare attente anche (e soprattutto)ai tentativi di Pechino di sostituirsi ai fornitori europei con lo sviluppo di propri microchip.

Rischio di guerre a perdere

Di norma, dove ci sono guerre di dazi ci perdono tutti, soprattutto i lavoratori, che sono anche consumatori-elettori. L’incertezza di tali misure non trova quindi grandi estimatori e la Germania, la cui industria è la più coinvolta, sta tirando la volata dei mediatori, con buona pace della non apprezzatissima Van der Leyen in casa. Per non parlare della posizione dell’Ungheria di Orban, presidenza UE di turno, che ha ricevuto da poco la visita di Xi a Budapest. L’Ungheria è beneficiaria di un investimento cinese di 16 miliardi, comprendenti un accordo con Huawei, visto da Bruxelles (via Washington) come un fornitore ad alto rischio. Se non bastasse, i cinesi si apprestano a costruire il collegamento ferroviario Budapest -Belgrado.

Pechino reagisce per ora senza esagerare

Dal canto suo Pechino sta smorzando i toni del conflitto in corso. Annuncia le ‘solite ritorsioni’ sui liquori francesi e la carne di maiale spagnola, che non sono pochissima cosa. ‘Assaggi’. Bassa  intensità conflittuale anche dal linguaggio dei giornali di Pechino. Il Global Times  parla con ottimismo di «colloqui non facili con la UE, ma importanti per la de-escalation sulle tensioni commerciali».

Distinguere l’Europa dagli Stati Uniti è l’obbiettivo principale di Pechino in nome del ‘dividi et impera’ che si addice alle sue ambizioni. E l’’attacco frontale europeo già molto discusso prima delle nascita, potrebbe rivelarsi un fuoco di paglia. Anche a nostro rischio.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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