Orban a Kiev invoca la tregua subito ed è gelo con Zelensky

da Remocontro

Visita a sorpresa nella capitale ucraina del leader ungherese Orban, il giorno dopo aver assunto il ruolo di presidente di turno dell’Unione, a rompere un vecchio e sempre più incerto tabù europeo. «Un cessate il fuoco immediato per accelerare i negoziati di pace con la Russia». Basta precondizioni, la sostanza, invocando ciò che nessun altro partner europeo aveva chiesto finora al leader ucraino. ‘Men che meno in casa sua’ osserva Stefano Intreccialagli, dell’ANSA. 
Risposta risentita del leader ucraino: ‘Serve una pace giusta’. Mentre gli Usa annunciano: ‘Altri 2,3 miliardi di aiuti militari’

Orban a sorpresa, Zelensky come sempre

Zelensky come sempre: per Kiev può esserci solamente una ‘pace giusta’, senza alcuna concessione a Mosca», invitando piuttosto il leader magiaro a «unirsi agli sforzi dell’Ucraina in questo senso». Come se nulla fosse cambiato in questi due anni di guerra, come fa rilevare indirettamente Orban. Zelensky, sulle posizioni di sempre, rilancia l’appello affinché nulla cambi in Europa in termini di aiuti militari a Kiev: «È molto importante che il sostegno all’Ucraina rimanga ad un livello sufficiente, anche per quanto riguarda la nostra difesa», magari con qualche arma a più lunga gittata da poter usare contro Mosca. Posizioni inconciliabili comunque segnali sui ‘due fronti’: per Kiev un’Europa preoccupata e sempre meno compatta nella sua costosa solidarietà, e per Orban e il ‘fronte scettico’, «Altri 2,3 miliardi di aiuti militari Usa».

Orban a Zelensky perché Von Leyen intenda

Che tra Orban e Zelensky non corresse buon sangue non era certo un segreto, rileva l’agenzia, citando l’animato scambio di opinioni durante il vertice del Consiglio europeo a Bruxelles il 27 giugno. E con la sorpresa di Kiev, Orban ha voluto evidentemente inviare un messaggio chiaro in più direzioni, dal leader ucraino che solo 24 ore prima aveva detto di sperare che «Budapest potesse promuovere efficacemente i nostri valori, obiettivi e interessi condivisi europei», ai colleghi europei e al vertice della Commissione Ue che si sta definendo. L’antico ‘dire a nuora perché suocera intenda’.

Coerenza ungherese ‘contro’

Quella del premier ungherese rispetto a quasi tutti gli altri 26 leader dell’Unione è una posizione contraria su molti dei dossier legati all’Ucraina, primo tra tutti, l’essersi sfilato anche dall’obbligo di sostegno militare nella Nato e il rifiuto alle sanzioni alla Russia. L’Ungheria -detta brutalmente- ‘non vuole morire per Kiev. E nel presentare la visita, Budapest aveva preannunciato che «l’argomento più importante in discussione sarebbe stata la possibilità di costruire la pace». ‘Ammorbidante diplomatico’ nel resoconto di Zelensky, che ha parlato invece di colloqui su questioni fondamentali delle nostre relazioni di vicinato: commercio, cooperazione transfrontaliera, infrastrutture, energia e sfera umanitaria».

Il Cremlino guarda e apparentemente tace

Da parte sua, il Cremlino ha minimizzato la visita del leader magiaro a Kiev, sottolineando di non avere aspettative: «Saranno le responsabilità nel contesto degli interessi di Bruxelles a prevalere», afferma il portavoce Peskov, che ha poi assicurato che nessun colloquio si è tenuto tra Budapest e Mosca in vista del viaggio di Orban. Tutto vero, visto che il contatto diretto è arrivato solo in serata tra il ministro degli Esteri ungherese Szijjarto e l’omologo russo Serghei Lavrov. Bilaterale anche sulla ‘crisi ucraina’, come ovvio, con un’attenzione al tema della tutela della minoranza ungherese che vive nel Paese invaso, ulteriore motivo di attrito tra Budapest e Kiev, su cui sarà utile tornare in qualche altro approfondimento.

Putin e la cooperazione di Shangai

Vladimir Putin prosegue intanto le sue missioni politico diplomatiche su fronte asiatico. Dopo la tappa dei giorni scorsi a Pyongyang e ad Hanoi, il presidente è volato ad Astana dove prevede di incontrare Xi Jinping e il presidente turco Erdogan a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Ad Astana sono attesi leader o rappresentanti di Azerbaigian, Bielorussia, India, Iran, Kazakistan, Qatar, Kirghizistan, Cina, Mongolia, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Tagikistan, Turkmenistan, Turchia e Uzbekistan. Parteciperà anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Non ci sarà invece il primo ministro indiano Narendra Modi, atteso a Mosca questo mese.

Ucraina americana a incubo Trump

Zelensky ha incassato nuovi aiuti militari Usa per 2,3 miliardi di dollari con armi anti-tank, intercettori, munizioni per Patriot e altri sistemi di difesa aerea, informa sempre l’agenzia ANSA. Ma i risultati di questi aiuti continuano a farsi attendere sul terreno, dove intanto Mosca rivendica la conquita di nuovi villaggi e attacca città e strutture militari: il ministero della Difesa russo dichiara di aver distrutto sette jet militari ucraini in un attacco missilistico sull’aeroporto di Myrhorod. Mentre Kiev aspetta ancora l’arrivo degli F-16, promessi per questa estate ma non ancora arrivati.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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