Corte suprema Usa: l’immunità a Trump e la post democrazia americana

da Remocontro

Per la prima volta dalla fondazione degli Stati Uniti nel XVIII secolo, la Corte Suprema dichiara che gli ex presidenti possono essere protetti da accuse penali negli atti ufficiali. «Nessuno è al di sopra della legge, neanche il presidente degli Stati Uniti» denuncia la Casa Bianca. Prima conseguenza -le vera motivazione dietro la sentenza- è che il processo per il tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni del 2020 -l’assalto al Campidoglio-,  slitterà, quasi sicuramente, a dopo l’election day. Il futuro del mai.

A precipizio verso la post democrazia americana

«Grande vittoria per la nostra costituzione e la democrazia. Orgoglioso di essere americano!», ha subito esultato Donald Trump, che è riuscito a portare a casa questo risultato fondamentale anche grazie alla maggioranza di giudici conservatori (sei su nove) ben tre quelli da lui nominati, nel massimo tribunale Usa. Dura la reazione delle tre giudici liberal – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson – che hanno criticato aspramente la sentenza. «I padri fondatori non l’avrebbero appoggiata, la nostra Costituzione non protegge il presidente», ha dichiarato Sotomayor esprimendo il suo dissenso. «Questa sentenza rende il presidente un re al di sopra della legge», ha avvertito.

Verso il Presidente-Re

Ora il caso torna nelle mani della giudice di Washington, Tanya Chutkan, che dovrà decidere se una parte delle accuse mosse dal procuratore speciale Jack Smith deve essere archiviata sulla base della dirompente distinzione decisa dalla Corte Suprema tra azioni decise nei poteri costituzionali del presidente, e quindi ufficiali, e azioni intraprese nella sua veste privata. Trump non può essere giudicato per «atti ufficiali» intrapresi quando era in carica, la sostanza. Di fatto una pericolosissima immunità presidenziale. Ma non solo: se l’ex presidente dovesse vincere le elezioni il 5 novembre -come diventa sempre più probabile-, potrebbe anche imporre al dipartimento di Giustizia di archiviare il procedimento e lasciar cadere le accuse, o addirittura, potrebbe concedersi la grazia.

Anche la porno-assoluzione

Galvanizzato da questa vittoria – che arriva in un momento cruciale della campagna con la convention repubblicana e la sentenza di condanna per il caso dei pagamenti alla pornostar Stormy Daniels tra dieci giorni – Trump chiede «la fine della caccia alle streghe per tutti gli altri casi che lo riguardano». La decisione della Corte Suprema sull’immunità ha contribuito ad aggravare ulteriormente la tensione nel campo dem. «La sentenza non cambia quello che è successo il 6 gennaio: Donald Trump ha incoraggiato una folla a rovesciare i risultati di un’elezione libera ed equa. Trump è candidato alla presidenza pur essendo un criminale condannato per la stessa ragione per cui è rimasto seduto a guardare mentre la folla attaccava violentemente Capitol Hill: pensa di essere al di sopra della legge ed è disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere e mantenere il potere», la requisitoria politica dem.

Cosa si meritano gli americani

«Gli americani meritano che il processo a Trump si svolga prima delle elezioni», secondo il presidente Usa, la cui autorevolezza proprio in questi giorni viene messa in discussione all’interno del suo stesso partito alla vigilia di scelte difficili e laceranti sulla sua ricandidatura. «Gli americani devono decidere se è accettabile che il tycoon abbia incoraggiato la violenza per mantenere il potere», ha denunciato Biden riferendosi all’assalto al Congresso americano del 6 gennaio del 2021. Un tribunale federale aveva confermato la legittimità delle accuse del procuratore speciale Jack Smith secondo cui, dopo aver perso le elezioni, Trump aveva promosso una campagna di disinformazione su presunti brogli e cercato di invalidare i risultati con ogni mezzo, compreso il tentativo di bloccarne la certificazione da parte del Congresso incitando una folla di sostenitori ad assalire il parlamento.

Dietro la sentenza della Corte

«La Corte crea per i presidenti una distinzione fra atti d’ufficio e atti «personali» (passibili invece di procedimento penale), ordinando alla giudice del processo di distinguere dettagliatamente fra le due categorie», un procedimento appellabile ad oltranza che offre la possibilità a Trump di ritardare i procedimenti a dopo le elezioni di novembre, l’osservazione attenta di Luca Celada sul Manifesto. «Tattica dilatoria cucita su misura per la campagna Trump». Ma dietro c’è di peggio. I ‘supremi giudici’. Tra loro Clarence Thomas, la cui consorte, Ginni, ha attivamente sostenuto l’insurrezione del gennaio 2021, e da Samuel Alito, che in quei giorni davanti casa ha issato i vessilli del movimento eversivo. «Di fatto però la decisione crea, per la prima volta nella storia nazionale, una presidenza imperiale i cui unici limiti saranno posti dalla discrezione etica e dagli scrupoli morali del presidente in carica».

‘Federalist Society’ e la destra cattolica

«La conquista conservatrice del massimo tribunale è iniziata con il boicottaggio, da parte dei Senatori repubblicani, di una nomina che spettava ad Obama, per sostituire il reaganista Antonin Scalia nel 2016. Trump ha potuto invece selezionare ben tre nominativi dalla lista compilata dalla ‘Federalist Society’, associazione che funge come una sorta di ‘opus dei’ della magistratura, stilando una lista di candidati dalle comprovate credenziali conservatrici. I sei giudici che compongono l’attuale super maggioranza reazionaria della Corte appartengono tutti a quella associazione. Tutti sono integralisti cattolici e allineati con Trump». Solo la scorsa settimana un’altra sentenza aveva di fatto cancellato il potere normativo delle agenzie federali preposte a regolare dalla finanza alla salute, clima e protezioni ambientali. Quella «decostruzione dello stato amministrativo» inserita nel radicale programma repubblicano denominato Project 2025.

Deriva ideologica della Corte

La sentenza di ieri è stata resa nel cinquantesimo anniversario della decisione con cui la stessa corte, nel 1974, ordinò a Richard Nixon di consegnare alla commissione di inchiesta sul Watergate le registrazioni segrete effettuate nello studio ovale. Quell’atto, che avrebbe condotto alle dimissioni del presidente, rimane ad oggi celebrato come apoteosi della democrazia contro gli abusi di potere. Abusi che oggi la corte avvalla e rende inevitabili in futuro, avverte Celada, a dar voce alla ancora larga società democratica statunitense ora in forte difficoltà anche per assenza di un leader.

Democrazia dimezzata

«Controllato oggi da una setta politicamene oltranzista, il terzo ramo del governo, composto da giudici non eletti, incaricati a vita e senza norme auto disciplinari (come dimostrato dagli scandali che li hanno recentemente investiti), si è dato da ieri un ruolo primario nella potenziale conversione degli Stati uniti in regime post-democratico. E nella decostruzione di una democrazia che da oggi è dimezzata.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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