Il cerchio della memoria

Sulla spiaggia di Steccato di Cutro nell’anniversario della strage, una veglia di memoria e di lotta. Familiari delle vittime e superstiti fanno causa civile allo Stato italiano per omissione di soccorso. Pubblicato sul CRS il 26 Febbraio 2024 

di IDA DOMINIJANNI 

Sono 35, uno per ogni bambino annegato, i peluche che compongono il cerchio della memoria sulla spiaggia di Cutro, ore 4 del mattino del 26 febbraio, la stessa ora in cui un anno fa la Summer love con 180 migranti a bordo si infranse spinta dallo scirocco sulla secca a cinquanta metri dalla riva o poco più. Pioveva a dirotto l’anno scorso, e le onde erano alte: mare forza 7, fu l’alibi dell’omesso soccorso al quale nessuno, fra i testimoni della strage, credette.

La strage è di Stato

La strage è di Stato, si disse e si scrisse, contestando riga per riga la ricostruzione abborracciata della catena di comando fatta da Piantedosi & Co: chi di soccorsi se ne intendeva sapeva che col mare forza 7, volendo, si esce e si soccorre. Quella notte qualcuno non volle e la procedura di soccorso non fu avviata. E che la strage fosse di Stato lo ricorda oggi implacabilmente uno striscione dell’associazione 26 febbraio steso sulla sabbia: “Dal Mediterraneo ai Cpr memoria, verità e giustizia per tutte le stragi di Stato”.

Un anno dopo invece la pioggia, venuta giù a cascata per tutto il giorno, è cessata improvvisamente alle 3 di notte, quasi che il cielo volesse consentire che la veglia in memoriam convocata dalle associazioni della società civile si svolgesse senza intralci, con le candele accese e i peluche asciutti. Che sono gli stessi che dopo la strage i bambini di Crotone portarono sulle bare dei bambini annegati, nella sala del Palamilone che di bare piccole e grandi ne allineava 94, quante sono le vittime accertate con un nome e un cognome mentre almeno 11 restano tuttora sotto la voce “dispersi”.

I bambini di Crotone ci sono anche quest’anno, in spiaggia, accompagnati dai loro genitori, “perché è giusto, anche se è doloroso, che sappiano com’è fatta la vita”. E i peluche, diventati un simbolo della strage ma anche e soprattutto delle pratiche del lutto che la comunità locale è stata capace di inventare dando una lezione di civiltà all’Italia e al mondo, verranno conservati ed esposti insieme con i resti della barca in un piccolo memoriale in fase di allestimento. Lo annuncia Filippo Sestito, attivista e dirigente dell’Arci, che di accoglienza si occupa da lustri e da un anno sulla ricerca della verità e sulla costruzione della memoria non demorde e non demorderà.

Una preghiera islamica

Dal cerchio della memoria si alza a un certo punto una preghiera islamica, la voce è di Jamshidi Gulaqa, un afghano, zio di uno dei bambini annegati, l’h aspirata è la stessa dei dialetti della fascia jonica calabrese, controprova di altre e più antiche migrazioni che uniscono il Mediterraneo in una tessitura meticciata di volti, lingue, consuetudini. Chissà perché non si parte da questa antica tessitura, invece di innalzare muri e fortificare confini e lasciare morire la gente in mare.

Ringrazia tutti, Jamshidi, per la dimostrazione “di fratellanza e sorellanza”; dopo di lui l’ambasciatore afghano a Roma parlerà del regime “liberticida e misogino” che costringe tanti e tante a mettere a repentaglio la vita pur di andarsene dal suo paese. Altro che “l’irresponsabilità di mettersi in mare” che il ministro Piantedosi ebbe la spudoratezza di rimproverare ai migranti, come se morire fosse colpa loro.

Parla un superstite del naufragio

Parla anche un superstite del naufragio, ricorda il terrore di quelle ore, “ancora non capisco perché il destino abbia voluto che io mi salvassi”. Poi il cerchio si scioglie e si dirige verso la riva, in testa Vincenzo, il pescatore che un anno fa prestò i primi soccorsi e che oggi chiude la breve cerimonia lanciando in mare una corona di fiori. Le onde la disfano in un attimo, e Vincenzo piange ancora come un anno fa, con pudore, quasi scusandosi perché non ce la fa a trattenersi ripensando a quei corpi senza vita con gli occhi ancora aperti che fece di tutto per salvare senza poterci riuscire.

Un anno dopo, di come andò davvero quella notte non sappiamo ancora niente. La procura di Crotone ha in mano l’inchiesta relativa agli esposti delle associazioni della società civile sulle responsabilità istituzionali nella strage; sono indagati alcuni ufficiali della Guardia di finanza e della Guardia costiera, forse anche di Frontex, ma si attendono lumi sull’inizio del processo. La novità è che i familiari delle vittime e alcuni superstiti, una cinquantina in tutto, hanno deciso di fare causa civile allo Stato italiano per omissione di soccorso.

I processi contro i presunti scafisti

Sono ovviamente cominciati subito, invece, i processi contro i presunti scafisti (uno siriano, due pakistani e tre turchi fra cui il capitano della barca che però è morto nel naufragio), che rischiano di essere i soli a pagare e non per la strage ma per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Inevasa da parte del governo resta la richiesta dei superstiti di agevolare l’ingresso dei loro familiari in Europa, nulla essendo seguito alle promesse fatte dalla presidente del consiglio un mese dopo la cinica sfilata del governo a Cutro senza neanche una sosta sulla spiaggia del naufragio né un saluto alle bare dei defunti.

In occasione dell’anniversario, del resto, sono sbarcati a Crotone Elly Schlein, Laura Boldrini e Pietro Bartolo, ma non s’è visto nessun esponente della maggioranza. Non s’è visto nemmeno Piantedosi, che venerdì scorso ha fatto un giro sulla spiaggia del naufragio e ha portato dei fiori alle salme sepolte nel cimitero di Cutro, ma di soppiatto e senza pronunciare verbo. Anche alla veglia di stanotte i rappresentanti delle istituzioni locali, comuni e regione, di centrodestra e di centrosinistra, hanno brillato per assenza. Mentre la veglia finisce le notizie dalla Sardegna dicono che alle elezioni regionali si conferma l’astensione di metà dell’elettorato: poi ci si chiede come mai.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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