Manganelli

Sbaglierò ma a me pare improbabile che l’iniziativa di ricorrere all’uso del manganello sia stata presa per eccesso di zelo da singoli agenti o soltanto dal comandante di turno. Magari in altre occasioni meno documentate dai media sarebbe sfuggita all’attenzione del Quirinale e forse chissà anche elogiata dai superiori. Meglio così, speriamo che le promesse di maggior cautela per l’avvenire non passino come si dice “in cavalleria” (nandocan)

di Massimo Marnetto

La condanna dell’uso violento dei manganelli contro manifestanti a volto scoperto è sacrosanta. E bene ha fatto il Presidente Mattarella a sottolineare il ”fallimento” di questa modalità. Ciò detto, occorre stare molto attenti a non criminalizzare in toto i componenti delle Forze dell’ordine, perché l’ingiusta generalizzazione provoca poi un sentimento di frustrazione degli operatori in divisa, pronto ad emergere al primo segnale di ”libertà di rivalsa”, come quello che questa destra ha dato e che determina l’eccesso di manganello. 

Quindi è giusto sanzionare i singoli poliziotti violenti, ma in contesto di stima ”pedagogica” per le Forze dell’ordine, affinché si promuova l’autocontrollo come indicatore di professionalità apprezzata dalla collettività. L’operazione di ordine pubblico più riuscita deve diventare quella dove i responsabili dei reparti parlano con i dimostranti. Ma ci vuole più formazione, perché le tecniche di negoziazione in situazioni critiche vanno apprese.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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