Rivelazioni-denuncia del New York Times sui prigionieri d’Israele a Gaza

Piero Orteca su Remocontro

«Spogliati, picchiati e poi scomparsi. Il trattamento riservato da Israele ai detenuti di Gaza suscita allarme». Nel titolo del quotidiano americano, la sintesi più efficace – commenta Remocontro – sulla sorte delle migliaia di palestinesi incarcerati dalle autorità di Tel Aviv, e sottoposti a vessazioni al limite della tortura. A me pare tuttavia che se il governo di Netanyahu può tranquillamente infischiarsene dell’allarme negli USA difficilmente gli Stati Uniti avranno usato tutti i mezzi a loro disposizione per convincerli a cambiare atteggiamento (nandocan)

«Spogliati, picchiati, scomparsi»

Umiliazioni e percosse, forse torture. Un trattamento indegno per uno Stato  moderno, democratico e civile,  come dovrebbe essere quello israeliano, il primo commento del giornale americano. Uno Stato che, benché mortalmente ferito dall’aggressione terroristica di Hamas, non dovrebbe mai abdicare ai principi basilari che ha scelto come fondanti per la sua stessa costituzione.

Istigazione a delinquere

«A Gaza andiamo a combattere contro animali-umani». Le parole pronunciate dal Ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, e riprese nell’arringa accusatoria della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, sembrano quasi una terribile esortazione.

Dall’accusa di genocidio a quella di tortura?

Sempre il New York Times svela che «un ufficio delle Nazioni Unite ha affermato che la carcerazione e il trattamento dei detenuti potrebbero equivalere a tortura. Si stima che migliaia di persone siano state detenute e tenute in condizioni orribili. Alcune sono state liberate indossando solo perizomi».

Accertamenti giornalistici

I giornalisti americani hanno cercato di vederci chiaro, interpellando direttamente i funzionari dell’IDF. Le risposte sono state piuttosto evasive. L’esercito israeliano ha affermato di detenere persone «sospettate di coinvolgimento in attività terroristiche, e di aver rilasciato successivamente coloro che sono stati scagionati». L’unico problema, per usare un eufemismo, è che le procedure utilizzate per accertare il loro coinvolgimento sono quantomeno discutibili.

Sospettabili e galera facile

Se per essere ‘sospettati’ basta poco, per finire in galera ci vuole meno ancora. Regna una vera e propria legge quasi-marziale, che da Gaza alla Cisgiordania, viene applicata col pugno di ferro. Tuttavia, secondo quanto scrive il New York Times, «le autorità israeliane hanno affermato di trattare i detenuti in conformità con il diritto internazionale. Inoltre hanno difeso l’obbligo di costringere uomini e ragazzi a spogliarsi, affermando che ciò serve a garantire che non nascondano giubbotti esplosivi o altre armi».

‘Desaparecidos’ anche a Gaza

Il caso, denunciato dal portavoce della Croce Rossa, Hisham Mhanna, su ben 4000 palestinesi letteralmente scomparsi da Gaza. In base alle denunce ricevute, si ritiene che almeno 2000 di essi siano stati segretamente incarcerati dall’esercito israeliano. È stato possibile avere qualche conferma della loro esistenza in vita, solo in una manciata di casi. E così, arriviamo al punto di quella che, a prima vista, potrebbe essere la causa scatenante di una violazione sistematica dei diritti fondamentali dell’uomo.

‘Tutti terroristi’

L’ipotesi che fanno al New York Times è semplice, ma rabbrividente: «Durante il primo mese di guerra, Israele avvertì coloro che non fuggivano dalle aree sottoposte a ordine di evacuazione che potevano essere considerati partner di un’organizzazione terroristica. Il mese scorso un portavoce del governo di Tel Aviv, Eylon Levy, ha detto che le forze israeliane stavano detenendo uomini in età militare in quelle aree». Evidentemente si ritiene che ogni palestinese maggiorenne, nella Striscia di Gaza, possa essere un miliziano presente o futuro, un semplice fiancheggiatore, o persino un innocuo simpatizzante, dell’organizzazione terroristica Hamas.

‘A Gaza non ci sono innocenti’

E questo corrisponde con quell’affermazione, espressa dall’ex ministro delle difesa  Avigdor Lieberman, sostenitore dell’attuale governo, il quale ha detto che «a Gaza non ci sono innocenti». Se le motivazioni dell’attivismo repressivo israeliano, rivolto contro i civili palestinesi non combattenti di qualsiasi età, dovessero essere queste, si tratterebbe di una interpretazione pericolosa e assolutamente fuorilegge.

Ecco il parere del New York Times: «Francesca Albanese, Relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi occupati, ha affermato che designare i civili che non sono stati evacuati come complici del terrorismo non solo rappresenta una minaccia di punizione collettiva, ma potrebbe costituire pulizia etnica».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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