Memoria

Antonio Cipriani su Remocontro

Memoria riottosa, che non sa concedersi tregua. Incapace di adeguarsi al semplice conforme modo di essere. E sarebbe comodo, conveniente. Come se il buon vivere fosse adeguarsi al massimo, per meglio interpretare contorni da altri tratteggiati, obbedienze colorate, nette e feroci. (Non c’è niente di peggio degli schiavi che si sentono liberi perché moderni). L’arenarsi dei voli chiede allo sguardo di continuare a guardare distante, oltre il cuore degli olivastri colmi d’ombra e di tempo. Testimoni di millenni. 

Memoria in cammino. Lungo passi nella terra rossa di crepuscoli lenti e profumi pazienti da scoprire. Avvolti dal vento, senza troppi fronzoli. Direi senza alcuna concessione alle comodità del conformismo. Le case qui nel Sulcis sono piccole e sincere, rimesse a posto con fatica. Sono essenziali. E così i negozietti, perfetti. I colori delle facciate sono accesi, giallini, azzurri, verdi. Dipinti da bambini. Il forno per il pane e per i dolci, il macellaio, la piccola bottega dove fare la spesa, il bar di paese dove gli anziani leggono il giornale, bevono Ichnusa e giocano a carte.

Il pane civraxiu del forno è sublime.

Ancora camminando. La memoria è un labirinto lieve. Porta alla scoperta di ciò che già immagini, il lentisco e il ginepro, le vigne spoglie d’inverno, quelle del ricordo, con le foglie verdi e l’uva raccolta dalle mani nodose di un vecchio contadino, di poche parole, sguardo opaco, qualche errore e rimpianti. Col cuore generoso. Prendere ogni acino e assaporare il miracolo. Laggiù strizzando gli occhi al tramonto nelle saline dove riposano leggiadri i fenicotteri rosa. Le colline intorno sono gialle di un piccolo fiore che si chiama acetosella. Non hanno la sensualità della Val d’Orcia, ma possiedono personalità, direi che si tratta di un paesaggio che conserva l’asprezza della storia, della fatica, delle attese… 

Gli eucalipti ornano i bordi dei campi. Come ricami. Sono misteriosi, sono gli alberi che sanno conservare il ricordo, che proteggono il fiore e col fiore il futuro. Lasciano al passaggio un odore di caramello. Forse una sensazione. E un’aria di libertà, però.

Quante parole, divagando, camminando per amore, lasciando che la penna scriva ciò che la memoria assapora e ipotizza. E poi c’è una poesia di una poetessa strabiliante, Maria Marchesi: “Divago, è vero, divago per non restare nel cerchio che mi sta stretto e modellato come ombra di un’ombra maledetta dal fiume dei ricordi a bocca piena. Non ho più paura se tu osservi qualcosa e mi rimbrotti. Oh, Dio, ma tu manchi da diciott’anni e io continuo a bere dal tuo bicchiere rotto, dalla tua infanzia grama”.

Questo è il nostro tempo, e ci sta stretto di vergogna, guerre e ferocia. Modellato come ombra di un’ombra maledetta. Qui e ora, questa memoria di antiche culture spezza la linea di ciò che sembra necessario fare e non lo è; spalancando le mappe dei nostri desideri, della sapienza delle cose semplici. Mi chiedo se questa è la strada e chiedendolo la percorro.

A questa bella pagina di Antonio Cipriani sulla mia terra di origine accompagno la mia memoria in versi di un viaggio di qualche anno fa (nandocan)

O Sardus Pater

(di ritorno dalla Sardegna)

Prima le pietre,

idoli

dalla gran madre partoriti

al Sole

onnipotente

sui selvaggi campi di mirto.

Pietre

dalla pietà raccolte

dell’uomo antico

a farne muri

e ovili

e cattedrali

al Padre Sardo.

Pietre

viola di luce e penitenza,

scavate come i volti dei pastori,

dalla fatica dei millenni,

arse

dal vento vivo della costa

e vive anch’esse

come lane di greggi

sul respiro dell’erba in riva al mare.

Poi il pianto acuto dei gabbiani

sopra le rocce emerse

di cupo azzurro

alla coscienza

pigra

del giorno.

E la danza più lenta del rapace

intorno al sole

accecante

alla soglia del nuraghe

del re pastore

che dal buio

freddo di pietra,

o Sid Arrir Babay,

o Sardus Pater,

si affacciava alla tua benedizione.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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