Il primo scontro del governo Milei in Argentina

di Livio Zanotti

Lo sciopero generale realizzato mercoledi 24 scorso dalla confederazione nazionale dei sindacati, ha portato nelle piazze dell’intero paese centinaia di migliaia di manifestanti a sostegno delle opposizioni che al Congresso -sebbene divise- si oppongono al neo-presidente, deciso ad abbattere lo stato sociale e indebolire quello costituzionale. E’ la prima volta in 40 anni di democrazia, che dopo appena qualche settimana di vita e in periodo di piene vacanze estive, un governo si trova a dover affrontare una così allarmata e vasta reazione popolare. Sebbene il governo e con particolare animosità la ministra di Polizia, Patricia Bullrich, l’abbiano contrastata con spirito di sfida, una manifestazione si è svolta con molta rabbia e qualche momento di estrema tensione ma senza incidenti di rilievo. Ha prevalso una cautela che lascia trapelare anche i timori presenti in qualche misura da una parte e dall’altra.

Una mobilitazione destinata a protrarsi con esiti oggi imprevedibili

Hanno sospeso il lavoro camionisti, esercenti, minatori, studenti, dipendenti pubblici, musicisti, attori, cantanti, scrittori, operai della costruzione, massa e celebrità, ma pur sempre lavoro dipendente: è stato l’avvio di una mobilitazione destinata a protrarsi con esiti oggi imprevedibili. Un esplicito e concreto esempio di unità che ha scavalcato d’istinto le divisioni ben evidenti invece nelle opposizioni e che rimarcano la loro debolezza strategica. Sia all’interno del peronismo, senza dubbio il blocco maggiore e meglio strutturato, nondimeno ricompattato esclusivamente dal ripudio a Milei; sia nelle mini-formazioni della sinistra classica, così come nei diversi gruppi di estrazione prevalentemente centrista e moderata, rispettosi in ogni caso dell’ordine democratico ma disponibili a negoziare con il governo. Mentre i peronisti respingono invece in blocco quella che definiscono un’assoluta e inaccettabile controriforma. 

Centinaia di provvedimenti in un decreto legge

Di certo il neopresidente non ha mai nascosto il suo estremismo anarco-capitalista, convinto fideisticamente di dover distruggere lo stato, in quanto il mercato attraverso il confronto tra gli individui risolverebbe nel migliore dei modi tutte le questioni d’ogni collettività umana. Non lo inducono a riflettere gli innumerevoli disastri storici che clamorosamente lo contraddicono (dalla tragedia alimentare delle patate che nell’800 uccise o disperse per il mondo milioni di irlandesi, alla crisi del 1929 negli Stati Uniti, che solo lo stato riuscì infine a fermare: per fare solo un paio di esempi tristemente celebri). Ha dunque affastellato in un unico decreto-legge centinaia di provvedimenti (366 per l’esattezza) che riducono o cancellano dai contratti collettivi di lavoro ai diritti d’autore, all’aborto, alla sanità e all’istruzione pubbliche, ogni forma definita di produzione materiale e del pensiero; per liberalizzare in cambio il commercio di organi umani, la privatizzazione delle aziende di stato, il sistema fiscale.

Legiferare per decreto

Egli è stato eletto alla Casa Rosada e giustamente governa il paese. La Costituzione che garantisce la sua carica di presidente è la stessa che garantisce le prerogative del potere legislativo (Montesquieu). Dove le urne, però, non gli hanno dato una propria maggioranza. Per questo lui tenta di legiferare per decreto. Non solo ignorandone il carattere di eccezionalità, sottolineato nella sua stessa definizione di ”necessità e urgenza” (DNU); bensì trasformandolo in una legge-omnibus, com’è stato subito battezzato. In pratica un rovesciamento del sistema giuridico-parlamentare, nell’opinione della maggior parte dei costituzionalisti.  Ne è scaturito un confronto sulla forma oltre che nella sostanza. In cui a favore del governo gioca l’urgenza di interventi capaci in qualche modo di superare la stagnazione produttiva e l’inflazione che rischiano di asfissiare l’Argentina, stretta anche dal grave debito estero e dal rischio di default. 

Inflazione e povertà aumentano

La realtà, ancorchè spesso trascurata, non si lascia tuttavia ignorare facilmente. Milei, pur esaltandosi ogni volta che può nel suo illusionismo millenarista (vedi al Forum di Davos, di dove ha insultato tutti: da Keynes a papa Bergoglio, agli stessi -pochi- capi di stato presenti, e fantasiando su metafore bibliche), declina sempre l’assoluto ma poi sembra dimenticarsene e tratta, negozia, viene a patti. Ha dunque rinunciato all’impossibile “dollarizzazione” dell’economia, a qualche privatizzazione, a negare ogni aumento ai redditi fissi, lavoratori e pensionati, dopo aver svalutato del 50% la moneta nazionale e liberato prezzi e tariffe all’inflazione galoppante (quasi 200% sugli ultimi 12 mesi). Ma anche ad aumentare i prelievi sull’export agricolo e il prelievo fiscale sulle grandi fortune. Le corporazioni si fanno sentire. Il suo decreto-omnibus fatica ancora a passare. Ne è stato prorogato il voto. Inflazione e povertà aumentano. Come tutti, anche il governo va avanti alla giornata.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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