“Mi-Ley”, così -con un gioco di parole-, numerosi media hanno ribattezzato la legge-base formulata fin dal primo giorno di governo come una delega di poteri personali al capo dello stato e approvata dal Congresso argentino dopo 6 mesi di dibattiti, intrighi e accordi con parte dell’opposizione in una versione letteralmente dimezzata.
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Apparenze e realtà di un rebus non solo argentino
Il presidente Milei sembra guadagnare popolarità dalle sue stesse contraddizioni (un recente sondaggio gli attribuisce il 46% di approvazione, quasi 4 punti in più in 4 mesi). I diversi tentativi di spiegarlo alimentano un dibattito ch’egli evita. Ha un marketing-service h24, ad aggiornamento continuo, e se ne serve abilmente. Anche gli insulti ai giornalisti oltre che pesanti sono ininterrotti, a prescindere dal colore politico: uno tra i più noti l’ha querelato per diffamazione e altri stanno perseguirlo. Il presidente ne ha per tutti, ma direttamente non risponde a nessuno.
Il primo scontro del governo Milei in Argentina
Lo sciopero generale realizzato mercoledi 24 scorso dalla confederazione nazionale dei sindacati, ha portato nelle piazze dell’intero paese centinaia di migliaia di manifestanti a sostegno delle opposizioni che al Congresso -sebbene divise- si oppongono al neo-presidente, deciso ad abbattere lo stato sociale e indebolire quello costituzionale. E’ la prima volta in 40 anni di democrazia, che dopo appena qualche settimana di vita e in periodo di piene vacanze estive, un governo si trova a dover affrontare una così allarmata e vasta reazione popolare.
