Piero Orteca su Remocontro
Il Consiglio Ue approva l’apertura dei negoziati con l’Ucraina (e Moldavia) per l’adesione. La guerra come binario veloce per l’Europa, ma la strada non sarà breve. I Balcani aspettano da decenni. Zelensky canta vittoria, ma è propaganda interna. Orbán non partecipa al voto e ottiene i finanziamenti in bilico. I problemi verranno strada facendo alla fine della guerra. Dalla democrazia alla corruzione. Il pesante lascito statunitense a guerra ancora in corso e a ricostruzione mostro da garantire.

Applausi e ipocrisie
A Bruxelles e a Kiev si festeggia l’avvio dei negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Ma pure a Budapest si festeggia, perché questa prima e molto simbolica vittoria politica è costata 10 miliardi di euro di fondi comunitari bloccati, che dovranno essere versati, prima o dopo, nelle casse dell’Ungheria. L’iter di adesione prevedeva il consenso di tutti i 27 Paesi dell’Unione, per poter essere avviato. Ma il premier magiaro, Viktor Orban, già da un pezzo si era messo di traverso, sostenendo che «avviare un negoziato in questo momento era una decisione del tutto irrazionale e sbagliata». Valutazione tecnica forte, ma valore politici dell’adesione vincente. E con un gioco di prestigio diplomatico, mercoledì la Commissione ha sbloccato la prima rata degli stanziamenti destinati al Paese danubiano, ‘ammorbidendo’ la posizione di Orban. Così, quando ieri si è votato, il premier magiaro, anziché mettere il veto, è semplicemente… uscito dall’aula.
La decisione ha riguardato anche la Moldavia, mentre alcuni Paesi balcanici in lista d’attesa dovranno fare ancora anticamera, arrabbiandosi. Sorpresa? Si è trattato solamente di un’operazione politica, anzi, squisitamente geopolitica, che ‘bisognava fare’ per molte ragioni.
Paradosso grancassa
Il lato più paradossale della vicenda è che i vertici dell’Unione hanno suonato la grancassa, attribuendosi il merito di aver condotto un’operazione che invece ha tutte le stimmate di un compromesso al ribasso. Anche perché l’iter è stato solo avviato e per portarlo faticosamente avanti bisognerà superare altri ostacoli, meno facili da saltare. E Orban e una parte silenziosa di scettici tra i 27, per ora silenti, sarà sempre vigile, aspettando al varco il rispetto reale dei progressi, questa volta senza sconti, o alzando ancora la posta in fondi Ue di altre eventuale forzature.
Doppiopesismo a perdere
Tutta la solidarietà possibile all’Ucraina aggredita, ma incomprensibile il palese ‘doppiopesismo’ nel valutare le garanzie degli altri aspiranti. Garanzie ‘di sistema democratico’, che secondo i burocrati di Bruxelles, a molti altri candidati non ucraini ancora mancano. A cominciare dal funzionamento della macchina istituzionale, dai rapporti tra i poteri dello Stato e dalle garanzie offerte all’indipendenza del potere giudiziario, per finire all’indice di corruzione. Da questo punto di vista, basandoci soltanto sulla legittimità dei criteri di ammissione, crediamo che Paesi come Albania o Serbia non siano da giudicare meno attrezzati a entrare in Europa, se paragonati all’Ucraina.
E allora? La risposta è chiara: si tratta di una scelta politica, la cui tempistica accelerata, però, risulta sollecitata dal potente alleato americano. Una sorte di lascito politico su cui dover fare i conti.
Euroipocrisia e bilancio
Quello che non viene pubblicizzato, in queste ore, è lo scontro che si sta sviluppando a Bruxelles intorno agli stanziamenti per il bilancio. Tra tanti malumori, scontri e ricatti. Si parla di erogare ben 50 miliardi di euro di nuovi aiuti all’Ucraina, di cui 33 in prestiti e 17 come ‘sovvenzioni dirette’, regalo di Natale. E qui il problema diventa grosso perché i 17 miliardi vengono presi dal bilancio di medio termine UE, che da 66 miliardi è stato già ridotto a 25. Insomma, la solidarietà costa. E certa generosità non è affatto unanime.
Effetto ‘rebound’
Rischio grave della forzature geopolitiche di oggi, un ‘effetto rimbalzo’ della procedura, che nel futuro dovrebbe portare all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Qualcuno pensa (molti) che l’Amministrazione Biden abbia cominciato una sorta di operazione ‘scaricabarile’, cercando di diminuire il suo impegno finanziario e logistico con Kiev per passare il compito agli alleati europei. Non solo rispetto ai costi vivi della guerra e le sue rovinose ricadute diplomatiche, ma c’è un altro fattore di cui –a guerra ancora aperta-, nessuno parla: la ricostruzione.
E ogni giorno in più di conflitto fa aumentare il costo del rifacimento dell’Ucraina. Il tempo dilata la distruzione delle infrastrutture e del tessuto produttivo in maniera tale che gli interventi per ripristinare il sistema avranno un costo faraonico.
Eredità gravosa
E se l’Ucraina dovesse entrare nell’Unione, la sua ricostruzione dovrebbero pagarla (e sarebbe pure logico) i cittadini europei. Ripensandoci bene, avranno detto i suoi adviser a Biden, in fondo l’Ucraina è un affare europeo. «Che se la vedano loro, per ricostruirla. Noi abbiamo messo le bombe, loro ci metteranno i mattoni».
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