A riprova che le prediche di Biden a Netanyahu, sempre che siano credibili e non specchietti per le allodole democratiche, hanno meno efficacia di una predica in Chiesa. Se il leader dello Stato più protetto, finanziato, armato e garantito dai governi americani “gela” l’inviato USA molto probabilmente vuol dire che è anche autorizzato a permetterselo (nandocan).
Ennio Remondino su Remocontro
Fin che c’è guerra c’è Netanyahu, fin che c’è Netanyahu ci sarà guerra.
Netanyahu gela l’inviato Usa: «La guerra durerà più di diversi mesi». Replica dura all’americano Sullivan che chiedeva di passare «entro settimane (quante?) a una fase di combattimenti a più bassa intensità». Ammazzare un po’ di meno e in maniera meno brutale. Quante settimane e quanto ‘bassa intensità’? La Casa Bianca: «finisca il prima possibile»: il ‘prima possibile’ quanto? E deciso da chi? Tra ignavia e impotenza.

Tempo delle bombe, degli arroganti, degli imbecilli
«Questione di tempo, perché cessino di piovere bombe a Gaza», annota Avvenire. Molto tempo, per Israele. Meno per gli Stati Uniti, che avrebbero fretta di chiudere ma non hanno il coraggio o la forza di imporsi. E da Israele, quasi lo sberleffo: «Serviranno più di diversi mesi, sarà una guerra lunga», avverte il ministro della Difesa Yoav Gallant al consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan, che chiedeva ‘moderazione e tempi brevi’. Netanyahu rincara la dose, in una versione meno esplicita del Vaffa nostrano. Che la Cnn ammorbidisce in «difficoltà di rapporti tra Netanyahu e l’«amico» presidente Joe Biden».
Troppa strage sotto gli occhi del mondo
‘Questione di tempo’, dicono quei presunti statisti. «Il tempo che si consuma tra le bombe assieme alla sopravvivenza dei 138 ostaggi. E dei 2,3 milioni di palestinesi, di cui l’85% sfollati, per i quali il tempo del vivere passa in fila ad aspettare di ricevere una razione di farina. Questione di tempo anche il dilagare delle epidemie», avverte Anna Maria Brogi. All’ospedale al-Nasser di Khan Yunis sono comparsi una trentina di casi di epatite A, che ha un mese di incubazione e si contrae per ingestione di acqua o cibo contaminati. «Entro un mese ci aspettiamo un’esplosione di casi»avverte il primario di Pediatria Ahmed al-Farra.
Niente testimoni e taglie
Tutte le comunicazioni web e telefoniche nell’enclave da giovedì sono interrotte. L’esercito comunica, come sempre, con il lancio di volantini in arabo. L’ultima novità è una taglia di 400mila dollari su uno dei massimi leader di Hamas, Yahya Sinwar: il denaro in cambio delle informazioni. Una ricompensa di 300mila dollari è prevista per chi darà notizie su Muhammed Sinwar, che comanda la brigata meridionale di Hamas, mentre ne sono promessi 100mila a chi sappia qualcosa su Mohammed Deif, che guida l’ala militare.
Le vittime e il consenso
Il ministero della Sanità, gestito dai rappresentanti palestinesi eletti (come Netanyahu in Israele), afferma che il bilancio delle vittime è salito a 18.886, oltre a 50.897 feriti. Più vicina le resa o la prossima guerra? Un sondaggio durante la tregua di fine novembre, pubblicato dal Guardian, rivela che il sostegno ad Hamas è cresciuto. In Cisgiordania sarebbe più che triplicato. Per il 60% dei 1.231 intervistati l’Autorità nazionale palestinese (Anp) dovrebbe essere sciolta. Il più popolare dei candidati vicini ad Hamas è risultato Marwan Barghuti, in carcere dal 2002.
Bombe su Rafah, «luogo sicuro»
«Siamo sotto assedio totale da sette giorni». Il messaggio audio di Ahmed Muhanna, direttore dell’ospedale Al-Awda a Gaza nord viene recapitato nel primo pomeriggio a decine di giornalisti nei gruppi WhatsApp per i media e rilanciato dal Manifesto. È un grido di aiuto e una lista di abusi: «I carri armati circondano l’ospedale, uno blocca l’ingresso. Hanno colpito due piani, distrutto chirurgia. Sono morti tre medici, due infermieri sono rimasti gravemente feriti. Un’anestesista ha ustioni sull’80% del corpo. Hanno colpito anche le cisterne dell’acqua, non ne abbiamo più».
Coloni, e arroganza armata
Intanto dalla Cisgiordania, un video che fa discutere. In una moschea di Jenin, dove da giorni (da sempre) operano forze armate israeliane, sono stati filmati soldati che cantano l’inno nazionale e recitano una preghiera ebraica. Identificati, sono stati subito rimossi dal servizio attivo.
L’esercito assicura che «saranno puniti di conseguenza». Utile ricordare che dall’inizio dell’anno in Cisgiordania sono stati uccisi 271 palestinesi di cui 69 minori.
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