Non sarò certo io, che credente e praticante fino a oltre i quarant’anni di età pur avendo maturato da tempo l’impegno politico a sinistra, a condividere il dogma della religione come “oppio dei popoli”. Fortunatamente con il mio grande maestro in gioventù, Ernesto Balducci, ho sempre distinto la fede cristiana da una religiosità popolare diffusa spesso confinante nella superstizione. Dove anche la lettura della Bibbia veniva storicamente adeguata e perfino nel Vangelo, che pure aggiunge l’amore del prossimo come un unico comandamento all’amore di Dio, si trovava qua e là qualche frase a giustificare la guerra: “Non sono venuto a portare la pace ma la spada”.
Le guerre di religione hanno fatto seguito in Europa ai combattenti medievali in nome di Cristo e di Allah e perfino la predicazione del Buddha non sempre è riuscita a contrastare il fanatismo omicida. In Italia, durante il fascismo, non sono mancati i preti che benedicevano i gagliardetti col teschio. Quanto a oggi lascio la parola a Orteca e se mi consola la più recente predicazione dei Papi e dell’episcopato cattolico devo anche constatare l’appoggio a Putin della gerarchia cristiana ortodossa ma soprattutto quello determinante che in Usa il fondamentalismo “cristiano” sta dando al “trumpismo” .( nandocan)
Piero Orteca su Remocontro
«Stati Uniti, Israele e Iran, mondi e civiltà ben diverse con alcuni elementi importanti in comune. Le loro società e governi, a vari livelli, sono condizionati da fattori religiosi. Le maggioranze credono in dio, il medesimo dio, ma i tre paesi, le loro società si scontrano da sempre quando si tratta di interpretare gli insegnamenti di quel teorico essere superiore». Eric Salerno col sofferto privilegio professionale e personale di aver vissuto un pezzo dei tre mondi che descrive così.
«Le guerre di religione hanno segnato la storia del mondo. Quello dell’ebraismo è passato dalle guerre antiche in Terra santa all’antisemitismo che portò, con la Germania di Hitler, all’Olocausto. Quelle protestanti per secoli travolsero l’Europa cattolica non meno degli scontri interni all’Islam. E gli scontri tra laici e religiosi turba oggi, oggi più che in passato, le società monoteistiche».
Bestemmiatori e barbari
A vari livelli i leader dei tre paesi – l’israeliano Netanyahu, l’assassinato iraniano Khamenei, il a dire poco ‘confuso’ Trump negli Usa – sono considerati da molte organizzazioni internazionali, criminali di guerra e non soltanto perché la guerra è sempre criminale. Non voglio con questo paragonare le tre società nel loro insieme ma è significativo che abbiano in comune, per esempio, le barbarie dei loro sistemi carcerari e le leggi che regolano le punizioni. La pena di morte è rampante in Iran. In Israele, un influente ministro della destra dell’attuale governo ha chiesto recentemente di introdurre la pena capitale ma soltanto per i palestinesi. Negli Stati Uniti, il presidente asseconda quegli Stati dove sedia elettrica o iniezioni letale fanno parte delle pene consentite dal codice penale. Questi comportamenti sono a dire poco indicativi della violenza di fondo che permea le nostre società sia quelle dittatoriali che quelle formalmente democratiche.
Partiamo dalla democrazia Usa
Cito da alcune relazioni. Le carceri e le prigioni americane sono in crisi. I detenuti vengono picchiati, accoltellati, violentati e uccisi in strutture gestite da funzionari corrotti che abusano impunemente del loro potere. Alle persone che necessitano di cure mediche, di aiuto per gestire le proprie disabilità, di trattamenti per la salute mentale e le dipendenze e di prevenzione del suicidio vengono negate le cure, ignorate, o punite e messe in isolamento. E nonostante il crescente sostegno bipartisan in Usa alla riforma della giustizia penale, la potente industria carceraria privata continua a bloccare proposte significative.
Passiamo a Israele
Recenti rapporti resi noti dal Ministero della Giustizia rivelano che i detenuti palestinesi rinchiusi nelle carceri hanno subito violenze gravi e sistematiche da parte delle guardie carcerarie, privazioni di cibo e negligenza medica, oltre ad essere stati sottoposti a condizioni antigieniche che hanno causato e aggravato epidemie nelle carceri. Con l’assalto israeliano a Gaza e, in modo minore, ma sistematico, alle comunità palestinesi della Cisgiordania occupata, la situazione nelle carceri è peggiorata. «Gli ispettori dell’Ufficio della Difesa Pubblica che hanno visitato quattro carceri nel 2024 hanno documentato di aver visto prigionieri scheletrici e di aver constatato segni fisici di percosse e negligenza medica sui corpi dei prigionieri che hanno intervistato». Queste relazioni sono state rese pubbliche dopo una battaglia legale durata un anno in seguito al rifiuto del Ministero della Giustizia di renderli pubblici.
Prigioni iraniane
La situazione delle prigioni iraniane, ancora prima dell’attacco Usa-Israele che sta devastando il paese, non è certo meno pesante. Anzì. Di recente, il gruppo di opposizione iraniano, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI ), ha denunciato «La spaventosa e disumana situazione nelle carceri del regime clericale». Di torture e prigionieri fatti scomparire nei meandri del sistema le cronache sono piene. Le impiccagioni sono una punizione comune. Recentemente il Centro per i diritti civili in Iran ha lanciato un nuovo allarme.
Le crisi politiche come alibi
«La Repubblica Islamica ha una lunga tradizione di sfruttamento dell’ombra della guerra e delle crisi per perpetrare abusi nelle carceri e vendicarsi dei prigionieri politici. In un momento in cui l’accesso a informazioni indipendenti sui centri di detenzione è diventato quasi impossibile, si teme seriamente che le autorità giudiziarie e carcerarie possano intensificare i maltrattamenti, in particolare nei confronti di coloro che sono detenuti per accuse di matrice politica. Siamo particolarmente allarmati dalla sorte di decine di migliaia di persone recentemente arrestate durante le proteste nazionali, molte delle quali sono ancora oggetto di sparizione forzata. Molti prigionieri politici, precedentemente condannati a morte a seguito di processi gravemente iniqui, rischiano di essere uccisi in segreto».
I sistemi giudiziari in Iran, Israele e Stati uniti non sono stati certo determinati dal conflitto in corso ma indicano il degrado delle società ancora prima della guerra in Medio Oriente di cui oggi non si vede fine. Fare previsioni è azzardato se non impossibile anche perché gli obiettivi dei tre giocatori sono a dir poco ambigui.
Tra sistemi comunque malati
Abbas Milani, direttore degli studi iraniani alla Stanford University, si dice convinto che la teocrazia iraniana ha ucciso la rivoluzione, quella che aveva portato oltre mezzo secolo fa, alla caduta dello scià. “Nonostante il carisma dell’ayatollah Khomeini e a causa della brutalità dell’ayatollah Khamenei, la maggior parte della gente in Iran è ora convinta che ciò che hanno comprato nel 1979 come panacea per una monarchia corrotta e repressiva non fosse altro che unguento.”. Purtroppo per gli iraniani, quello che potrebbe emergere da questo conflitto non necessariamente sarà per loro un passo in avanti verso una società più libera e moderna. Molti analisti, anche americani, ritengono che il regime iraniano è ancora forte e deciso ad andare avanti fino a coinvolgere, colpire, direttamente o indirettamente, le economie di mezzo mondo.
Trump giullare molto pericoloso
Sui media israeliani sono molti i commentatori e politici contrari alla guerra e danno la colpa del conflitto al presidente americano sostenendo – non ingiustamente – che un negoziato serio con Teheran avrebbe potuto trovare un accordo nuovo per bloccare il progetto nucleare iraniano. Fu Trump, infatti, a cancellare le intese firmate dal suo predecessore alla Casa bianca, Obama con il regime iraniano. Per molti analisti fu proprio Netanyahu a spingere Trump, nel periodo della sua prima permanenza alla Casa Bianca, a denunciare l’intesa ed è stato il premier israeliano a trascinare gli Usa in questa guerra, apparentemente senza fine.
La corte del Re che resta nudo
A sentire le recenti parole del Segretario di Stato americano, Marco Rubio, avrebbero ragione. «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana che avrebbe scatenato un attacco contro le forze americane” da parte del regime iraniano. E sapevamo che se non li avessimo attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime… E poi saremmo tutti qui a rispondere alle domande sul perché lo sapevamo e non abbiamo agito». Rubio aggiunse in seguito: «Ovviamente, eravamo consapevoli delle intenzioni israeliane e capivamo cosa ciò avrebbe significato per noi, e dovevamo essere pronti ad agire di conseguenza. Ma questo doveva accadere a qualunque costo».
A qualunque costo?
Il web ci offre un interessante scheda per aiutarci a valutare il presente osservando il passato. Se ci fermiamo al periodo successivo alla Seconda guerra mondiale e al tempo della guerra fredda, non c’è presidente americano che non abbia sganciato qualche bomba o mandato truppe in qualche Paese, utilizzando una vasta gamma di argomenti (la difesa della libertà, la lotta al comunismo, l’esportazione della democrazia, la minaccia terroristica) senza nascondere interessi economici e geo-strategici e senza preoccuparsi troppo della legittimità del casus belli. Qualche volta il mondo è cambiato in positivo. Per altre volte prevale il detto: «il peggio non è mai arrivato». Guardiamo il caso Libia: dopo l’assalto franco-americano e l’uccisione di Gheddafi, l’ex colonia italiana è divisa da una guerra civile che risponde soprattutto, come per altri conflitti regionali, agli interessi di grandi e piccole potenze nel settore degli idrocarburi e delle sempre più preziose ‘terre rare’.
Le guerre americane
Per le guerre americane, vale la pena ricordare la Corea (presidente Truman), il Vietnam e Cuba (Kennedy), Vietnam e Repubblica Dominicana (Johnson), Cile, Cambogia e Laos (Nixon), Afghanistan e Iran (Carter), Grenada e Libia (Reagan), Panama e Iraq (Bush senior), Somalia, Serbia (Clinton), Afghanistan e Iraq (Bush junior), Siria, Libia (Obama), Afghanistan (Biden) Iran, Venezuela (Trump).
Ma l’America oltre Trump?
Negli Usa, va detto, non tutti sono d’accordo con il presidente americano. Quaranta senatori democratici sono partiti all’attacco della Casa bianca: «Per essere chiari, la guerra contro l’Iran è una guerra decisa senza l’autorizzazione del Congresso…gli Stati Uniti e Israele devono rispettare il diritto statunitense e internazionale, incluso le regole dei conflitti armati». «Eventi con vittime civili di massa come l’attacco alla scuola elementare Minab (centinaia di bambini morti o feriti), non sono solo dannosi per il popolo iraniano che ha già sofferto così tanto per mano del proprio governo, ma minano anche gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti». «Queste preoccupazioni sono aggravate dal presunto utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale per selezionare e dare priorità agli obiettivi in Iran», hanno aggiunto i senatori.
Dall’altro lato dello schieramento politico Usa, mezzo partito repubblicano (quello di Trump) si sta ribellando, non perché giudica insensata l’intervento del loro presidente ma perché rischiano di perdere le elezioni di ottobre e il controllo, quanto meno, del Congresso. Va sottolineato che nemmeno tutti i leader mondiali alleati degli Usa, sono d’accordo con l’assalto israelo-americano all’Iran. Forse le parole più realistiche sono arrivate dal premier spagnolo di sinistra Sánchez: «Così iniziano i disastri dell’umanità. Non si giochi alla roulette russa con milioni di vite».
