Iran, con gli Houthi doppia mossa di strangolamento

Prosegue, con l’attivo contributo di ambo le parti – religiose oltre che politiche – l’escalation avviata da Trump con l’attacco all’Iran e l’omicidio mirato del gran sacerdote dello sciismo Ali Kamenei. Proprio perché non è la prima volta, che cosa significherebbe per il commercio navale internazionale il blocco dell’accesso al Canale di Suez da parte degli Houthi è facile immaginare. Ma “se dio vuole c’è la guerra”, pensano gli speculatori ghignando sulle manifestazioni dei pacifisti, “finché c’è guerra c’è speranza” e il mio pensiero va anche a città come Beirut, distrutta e ricostruita più volte da oltre mezzo secolo. (nandocan).

Piero Orteca su Remocontro

Come se non bastassero la guerra con l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz, adesso all’orizzonte spunta un’altra minaccia: gli Houthi nello Yemen. Hanno sparato un missile contro Israele. Ma non è questo il problema. Potrebbero minacciare la navigazione nello Stretto di Bab-el-Mandeb e impedire, praticamente, di arrivare al Canale di Suez.

Si chiude il cerchio

Lasciamo perdere gli israeliani, che per i loro interessi non guardano in faccia nessuno. Ma, almeno nella ‘Situation Room’ della Casa Bianca, c’è stato qualcuno degli strateghi che affiancano Donald Trump che si sia dato la pena di gettare uno sguardo alle mappe dell’Oceano Indiano? Sicuramente no. In caso contrario, si sarebbe accorto che il ‘capo’ si stava (e ci stava) ficcando in guai grossi quanto montagne. Nell’area considerata, ci sono tre ‘colli di bottiglia’, snodi cruciali di transito di merci, dirette verso tre continenti. Uno, lo Stretto di Hormuz, lo hanno già bloccato gli iraniani, come era ampiamente previsto anche dagli alunni delle primarie. Il secondo, Suez, è controllato dall’Egitto (e fin qui va bene), ma il terzo, che è la porta d’ingresso proprio per arrivare al Mar Rosso e salire fino al Canale, cioè lo Stretto di Bab-el-Mandeb, è nel raggio d’azione dei turbolenti Houthi. Guerriglieri indomiti e anche un po’ feroci, che occupano 2/3 dello Yemen, sono rigorosamente sciiti (come gli ayatollah) e vengono lautamente finanziati (e pesantemente armati) da Teheran. Basta? Beh, forse qualche spiegazione aggiuntiva chiarirà meglio in quale campo minato abbia scelto di ballare il tip-tap l’America, tirandosi appresso, loro malgrado, anche l’Europa e il resto della brigata, cornuta e mazziata, degli alleati occidentali.

Una guerra di religione

Quello delle milizie sciite, distribuite a macchia di leopardo in molte aree del Medio Oriente, era uno dei problemi principali sollevati dagli israeliani nei confronti dell’Iran. Valeva per la Siria, per l’Iraq e soprattutto per il Libano, con la temibile presenza di Hezbollah. Lo Yemen e gli Houthi venivano poco considerati, forse perché troppo distanti o forse perché giudicati poco più di un’orda urlante di scalmanati, armati di Kalashnikov. Beh, nel tempo, tutti hanno dovuto rifare precipitosamente i conti. Rifornito con missili e droni, il gruppo sciita durante lo sterminio di Gaza ha attaccato numerose navi commerciali, proclamando una politica di ritorsione nei confronti di Israele e dell’Occidente che lo assisteva, e di solidarietà verso i palestinesi. In quell’occasione, sono anche stati lanciati missili verso lo Stato ebraico. La reazione Usa e israeliana, attraverso bombardamenti mirati, sembrava aver ‘calmato’ la situazione. Ma adesso, specie dopo l’uccisione della Guida Suprema dello Sciismo, Alì Khamenei, gli Houthi vogliono aiutare l’Iran. E non ne fanno solo una questione politica, ma anche una battaglia religiosa. In questo modo gli americani, autorizzando gli israeliani a eseguire l’omicidio ‘mirato’ di Alì Khamenei, sono stati così stupidi da trasformare in un colpo, uno scontro che era solo politico e nazionalistico in una guerra di religione. La miscela più esplosiva che esista.

Il primo nuovo attacco

Qualche giorno fa gli Houthi hanno annunciato di aver lanciato un nuovo attacco missilistico contro Israele. «Le forze armate yemenite hanno condotto la prima operazione utilizzando una raffica di missili balistici contro siti militari israeliani sensibili», ha dichiarato il portavoce degli Houthi, chiarendo che con il lancio dei missili hanno voluto ribadire il loro sostegno al regime iraniano e alle forze di Hezbollah in Libano. Gli israeliani, dal canto loro, hanno replicato dicendo di avere ‘neutralizzato la minaccia’. I network televisivi americani, proprio paventando la incombente presenza Houthi all’ingresso del Mar Rosso, hanno dato ampio risalto alla notizia. «Secondo quanto riferito a CNBC dagli analisti – ha detto la Tv Usa – gli Houthi potrebbero tentare di bloccare il traffico marittimo attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa, passaggio necessario per le navi che raggiungono il Mar Rosso e il Canale di Suez, aumentando così la pressione sul commercio globale. Il colosso danese delle spedizioni Maersk, all’inizio di marzo aveva dichiarato che la situazione in Medio Oriente l’aveva indotta a sospendere, fino a nuovo avviso, i futuri collegamenti trans-Suez attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb che rappresenta il 12% del commercio marittimo di petrolio e l′8% del Gas Naturale Liquefatto».

L’analisi di Stratfor

«Sebbene attualmente concentrati su Israele – sostengono gli analisti del think tank Stratfor – è probabile che gli Houthi amplino progressivamente i loro obiettivi se la guerra si dovesse intensificare, aumentando il rischio di attacchi devastanti contro il trasporto marittimo commerciale, le basi militari e le infrastrutture energetiche nella regione. Una cosa che, a sua volta, aggraverebbe le ripercussioni economiche del conflitto in corso. Il sostegno all’Iran rafforza il ruolo degli Houthi all’interno dell’Asse della Resistenza di Teheran. Inoltre, accresce la posizione del gruppo a livello regionale e rafforza la sua legittimità interna, allineandosi a un confronto più ampio contro gli Stati Uniti e Israele.

Il conflitto offre agli Houthi l’opportunità di sfruttare la propria posizione geografica lungo il Mar Rosso e lo Stretto di Bab-el-Mandeb per interrompere il commercio globale e aumentare i costi economici, rafforzando potenzialmente la loro posizione in futuri negoziati, in particolare con l’Arabia Saudita, sul futuro dello Yemen. Nel complesso, questi calcoli indicano che la probabilità di un’escalation da parte degli Houthi continuerà a crescere con l’intensificarsi della guerra».


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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