Sia Kiev sia il Cremlino sembrano ora più liberi di giocare le proprie carte, e Zelensky arriva a proporre una soluzione politica per la Crimea. Giorgio Ferrari su Avvenire segnala la coincidenza con la morte di Prigozhin ma non insiste nel collegare i fatti. Anche se la coincidenza con certi cambiamenti politici certi in Ucraina non è contestabile.

Una soluzione politica per la Crimea
«Una soluzione politica per la Crimea, il rischio di perdere il sostegno alleato se si porterà la guerra oltre i confini della Santa Madre Russia, la necessità di indire elezioni politiche per il 2024 nonostante la legge marziale, l’auspicio di un ‘modello israeliano’ sotto l’ombrello americano una volta raggiunto un accordo di pace…»
Da conducator a buonista
E qualcuno comincia a sospettare che dietro al buonismo conciliatorio di Volodymyr Zelensky, che da ‘inflessibile conducator’ nello spazio di un mattino si è mutato nel convinto assertore di un necessario accordo con la Russia vi sia l’ombra dell’uscita di scena di Evegenij Prigozhin, che avrebbe in qualche modo liberato il campo da un ingombrante protagonista «e soprattutto da un ostacolo che ingrippava le strategie di Mosca».
Il 2024 anno cruciale
«Ora sia Kiev sia il Cremlino sembrano più liberi di giocare le proprie carte. Entrambi con la certezza che il 2024 sarà un anno cruciale per tutti: per l’equilibrio mondiale dei poteri, per la possibile fine della guerra, per riconoscere che nessuno ha vinto e tutti hanno perso in quella sconsiderata operazione militare speciale che finora ha lasciato sul campo centinaia di migliaia fra morti, feriti e dispersi».
Secondo il Kiev Independent dal 24 febbraio 2022 la Russia ha perso 261.310 soldati in Ucraina oltre a centinaia fra aerei, elicotteri e migliaia fra veicoli corazzati e carri armati, e altrettanti fra gli ucraini.
Due elezioni politiche all’orizzonte
«Tutto – dice il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podelyak – finirà rapidamente e in un istante, proprio come è iniziato, l’orologio sta già facendo il conto alla rovescia». Un conto alla rovescia che vede nel 2024 due elezioni politiche all’orizzonte, cruciali per il futuro: quelle americane e quelle russe. Vladimir Putin sa che sarà difficile eguagliare il proprio record del 2018. All’epoca guidava una nazione in crescita nonostante le sanzioni europee che ne avevano danneggiato la capacità industriale e tecnologica, senza però che ciò incidesse significativamente sul tenore di vita delle metropoli più evolute, come Mosca, San Pietroburgo, Kazan, Samara. Sei anni dopo il quadro è cambiato.
Putin e l’improbabile 70% di voti
La famigerata formula 70-70 che puntava al settanta per cento dei voti e altrettanto per la partecipazione popolare e che aveva fatto guadagnare a Putin il diritto morale di diventare il leader russo più longevo dai tempi di Stalin si è grandemente sfilacciata sull’onda di un plateale insuccesso militare rispetto alle trionfali previsioni, con l’aggiunta di un corteo di spettri che ogni russo ormai contempla, dalle migliaia di morti alla coscrizione di massa alla perdita dell’integrità territoriale.
Fine della ‘Belle epoque putiniana’
Giorgio Ferarri nei dettagli: «Fino a tre o quattro anni fa la Belle Époque putiniana aveva funzionato, complice la crescita economica, i salari più che decorosi, la corsa al benessere, la svagata amnesia delle nuove generazioni, grazie a un capitalismo autocratico che da un lato scimmiottava l’Occidente e dall’altro nascondeva nelle pieghe più oscure della coscienza dei più anziani – come ben spiegava nel suo ‘Tempo di seconda mano’ il Premio Nobel Svetlana Aleksievič – il lutto per la scomparsa di quel Partito onnipotente e onnipresente, ma tanto rassicurante».
Il consenso della classe media
Perduta buona parte del consenso di quella middle class che lo aveva premiato accettando lo scambio simbolico fra libertà e protezione, oggi Putin può contare solo sulla forza, e per questo rischia molto. «Non tanto agli occhi dell’elettorato, quanto a quelli dell’oligarchia che lo sostiene. Nessuno per ora si lamenta – Moskvà slesàm nie vèrit, Mosca non crede alle lacrime, recita un proverbio russo risalente a Ivan il Terribile – ma tutti sono piuttosto guardinghi».
Il Truce Trump d’oltre oceano
Poi la partita tra Joe Biden e ‘il suo truce rivale, Donald Trump’. L’appuntamento di novembre potrebbe cambiare il volto dell’America e insieme l’atteggiamento di Washington nei confronti della ‘proxy war ucraina’. Anche per questo forse si vanno accelerando i tempi: verso un accomodamento, una sorta di soluzione a tre che possa consentire a tutti, benché sostanzialmente perdenti, di non mostrarlo troppo in pubblico.
Dai problemi politici a quelli sul campo
La rivista Der Spiegel sostiene che l’inchiesta sull’attentato al gasdotto Nord Stream si è arricchita di nuove prove contro i servizi segreti di Zelensky. «Se fosse confermata la responsabilità dell’Ucraina ciò porrebbe fine al continuo sostegno della Germania al Paese mediante la fornitura di carri armati o, potenzialmente, anche di jet da combattimento?». Problemi non solo da parte tedesca, «e non è da escludere che la mancanza di successi nel breve termine possa portare gli alleati occidentali a rimodulare il proprio sostegno al Paese invaso dalla Russia lo scorso febbraio», avverte Sabato Angieri dal Manifesto.
I quotidiani Usa ne scrivono da un mese ormai: «In Ucraina si dovrà trattare», titolava il Washington Post a metà agosto citando funzionari anonimi dell’amministrazione Biden.
New York Times vicino alla Casa Bianca
«La controffensiva sembra progressivamente destinata a fallire»rincarava la dose il New York Times citando «obiettivi troppo ambiziose una «strategia infruttuosa». Nel frattempo, dagli ambienti della Nato, trapelano dichiarazioni che sembrano volte a sondare il terreno: e se l’Ucraina mettesse sul tavolo negoziale la Crimea? Forse è l’inizio di quello che sta accadendo nel silenzio della spersanza.
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