Piero Orteca su Remocontro
La corruzione in Ucraina esplode in America e mette Biden in difficoltà: fatti i conti, sta costando quanto una dozzina di Afghanistan, ma Biden non vuole controlli a Kiev. E impedisce al Senato di varare una commissione che accerti la fine che fanno i miliardi di aiuti. ‘Più soldi in Ucraina di quanti spesi per realizzare l’intero Piano Marshall, dopo la Seconda guerra mondiale’.

La corruzione in Ucraina esplode in America
Oltre l’iniziale e comprensibile reazione collettiva di tutto il popolo statunitense all’invasione russa, il sostegno allo sforzo bellico di Kiev ha continuato a essere pressoché unanime. Con l’andare del tempo, però, come testimoniano alcuni sondaggi (tra cui uno, in particolare, della CNN), l’appoggio ‘morale’ è rimasto, ma quello relativo al sostegno finanziario si è invece ridotto. E di molto. Questo trend, come tutte le cose americane, immancabilmente influenzate dai ‘polls’, ha avuto un’immediata ricaduta anche sulla sfera politica. I Repubblicani hanno colto l’opportunità per rendere la vita difficile a Biden e per fargli pesare alcuni fallimenti della sua politica estera. Così l’Ucraina e, soprattutto, i cospicui finanziamenti relativi al suo riarmo, sono entrati a pieno titolo come argomento da ‘battleground’, da campagna elettorale per la Casa Bianca nel 2024.
Aggressore e aggredito, ma…
Nessuno contesta la verità di un aggredito contro un invasore. Ma ciò che è cambiata, progressivamente, è la percezione di questa crisi devastante. È stata ‘raccontata’ in un modo che faceva presagire un esito diverso e, forse, più immediato. Invece, a un anno e mezzo di distanza dallo scoppio del conflitto, dopo che il pianeta è stato messo sottosopra, politicamente ed economicamente, e nonostante gli Stati Uniti, l’Europa e gli altri alleati dell’Occidente, abbiano speso valanghe di dollari e di euro per armare le forze di Kiev, siamo ancora impantanati in una sanguinosa guerra di trincea. E allora, ecco che l’universo mediatico Usa (che probabilmente ha meccanismi diversi da quelli europei) si mette in movimento, senza guardare in faccia nessuno.
La stampa Usa senza ipocrisie
«Gli americani si stancano di mandare soldi in Ucraina», scrive il Washington Examiner. «Gli Usa non vogliono una guerra eterna in Ucraina», ribadisce PJ Media. «Riconsiderare i finanziamenti all’Ucraina» (RealClearPolitics). «Bastano 500 mila morti e feriti in Ucraina? Apparentemente no» (The Hill). «Biden deve spiegare al popolo americano perché sosteniamo l’Ucraina, prima che sia troppo tardi». Questo è il titolo dell’articolo di Yoni Michanie, che su Newsweek invita il Presidente a essere ‘più chiaro’, nelle sue strategie di sostegno a Zelensky. Un richiamo che sempre su Newsweek si fa pesante, con l’intervento di Christopher McCallion: «Abbiamo bisogno di una supervisione sugli aiuti all’Ucraina. Dove sono il Congresso e i mass-media?».
Il dovere dei controlli e i rischi crescenti
Il dovere dei controlli sui soldi dei cittadini americani spesi in Ucraina, sulla scia di troppi scandali di corruzione: quelli finora denunciati da Kiev. Il Presidente ha chiesto a Capitol Hill altri 24 miliardi di dollari per Kiev, tra assistenza e aiuti militari. Facendo un veloce calcolo e quattro somme, i contribuenti americani in questo modo sborserebbero un totale-monstre di 137 miliardi di dollari. Contraccolpi? Facciamo parlare la CNN: «La richiesta arriva in un momento difficile per l’Amministrazione. Secondo un sondaggio, la maggior parte degli americani ritiene che gli Stati Uniti abbiano già fatto abbastanza per difendere l’Ucraina. La controffensiva estiva si è arrestata, aumentando la prospettiva di uno stallo prolungato. E l’aumento degli attacchi ucraini sul suolo russo solleva interrogativi scomodi su quanto gli Stati Uniti possano sostenere Kiev senza rischiare un’escalation o un coinvolgimento diretto nel conflitto».
Il Senato cieco ed obbediente
Essendoci in ballo soldi dei contribuenti – prosegue la CNN – dovrebbe essere il Congresso ad avere poteri di supervisione sull’utilizzo di fondi così imponenti. Ma, incredibilmente, il Senato controllato dal Partito Democratico, su input della Casa Bianca, ha votato contro l’istituzione di una Commissione per il controllo degli aiuti all’Ucraina. La stessa CNN cita il giudizio, tagliente e che non ammette repliche, di John Sopko, Ispettore speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan (SIGAR). «Spendere troppo e troppo velocemente, con poca supervisione, porterebbe a conseguenze impreviste. Gli Stati Uniti hanno inviato più denaro in Ucraina in un anno di quanto ne hanno spesso in Afganistan in 12 anni. Non sono contrario a spenderli, voglio solo assicurarmi che tutto sia fatto correttamente e che ci sia una supervisione. Anche se entro la fine di quest’anno avremo speso più soldi in Ucraina di quanti ne abbiamo spesi per realizzare l’intero Piano Marshall, dopo la Seconda guerra mondiale».
Armi facili e corruzione diffusa
Il caso dell’Afghanistan, citato ad esempio, è probante: laggiù sono state ‘smarrite’ armi e munizioni per oltre 7 miliardi di dollari. Dove sono finite? Probabilmente, ad alimentare il contrabbando internazionale e i gruppi terroristici. In Ucraina, dice la CNN, all’inizio è successa la stessa cosa, col Pentagono a cui non tornavano i conti e con i servizi segreti di Kiev che denunciavano ‘sparizioni’ di armi leggere. Finite nelle mani della malavita. Il ‘Cato Institute’ cita l’Ucraina come «uno dei più grandi mercati illegali di armi in Europa». Addirittura si parla di 300 mila pezzi ancora prima dell’invasione. Ma, tornando al rapporto aiuti finanziari-corruzione, occorre aggiungere che i fatti interni ucraini sembra che, in qualche modo, stiano dando ragione a quei congressisti Usa che chiedevano una commissione di ‘supervision’. Zelensky è ripetutamente intervenuto per ‘dimissionare’ alti ufficiali o amministratori in odore di corruzione.
Persino l’oligarca Igor Kolomoisky, uno degli uomini più ricchi dell’Ucraina che aveva sostenuto la carriera televisiva e poi politica dello stesso Zelensky, arrestato per frode e riciclaggio di denaro (foto in alto). Oltre a tutti i responsabili degli uffici arruolamento e, da ultimo, il Ministro della Difesa, Oleksii Reznikov. In quest’ultimo caso, per ‘responsabilità oggettiva’, perché pare che lui, personalmente, non c’entrasse proprio niente. La ‘frittata’ (è il caso di dirlo) l’ha fatta, invece, chi è arrivato a strapagare le uova per la truppa che si giocava la vita al fronte.
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