Reader’s – 10 maggio 2023.


Cambiamo la Costituzione

di Massimo Marnetto

Consigliere – Giorgia, con il PNRR siamo in un ritardo pauroso… Niente asili, strade, bandi per le spiagge… la sanità a pezzi… e adesso pure i fuorisede in tenda…

Giorgia – Oddio, e mo’?

C – C’è solo un’uscita di sicurezza: proporre di cambiare la Costituzione. 

G – Ma io nun me ne intendo… Io so’ Giorgia, cristiana, madre, mica costituzionalista!

C – Fidati Giorgia, fallo. Così incartiamo pure Matteo con l’autonomia.

G – A ma io a quello jel’ho detto chiaro: Chi vo’ l’autonomia, nun è fijo de Maria… Vabbe’ che devo fa’?

C – Di’ che ci sono troppi galli a cantare, che serve un capo con pieni poteri per guidare un popolo, che…

G – Ma che sei matto! Così puoi me ridicono che so’ nostalgica e me vonno fa di’ la parola che inizia con anti e finisce co’ fascismo.

C – Buttala sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Suona bene, dà l’idea della democrazia diretta, una cosa che semplifica e…

G – Bravo! Questa è un’idea che funziona. Ma ce vole ‘na bella cerimonia: il tragitto in carrozza, i corazzieri luccicanti a cavallo e poi la famiglia che saluta dal balcone… Sì, questo alla ggente je piace… m’hai convinto.


La controffensiva ucraina che non arriva: da Kiev a Washington chi frena, e perché?

di Remocontro

L’attacco simbolico dei droni al Cremlino e quelli sulla Crimea e gli annunci fatti dal presidente e da molti alti funzionari ucraini indicano che la controffensiva potrebbe iniziare a breve. Doveva essere la controffensiva di primavera e ci avviamo all’estate, ancora in attesa di fatti oltre i proclami. E a questo punto scatta l’interrogativo su cosa stia realmente accadendo dietro le quinte degli apparati politico militari. Mentre trovano sempre maggiore spazio le analisi di fronti opposti che alla fin fine sostengono assieme che non sarà in nessuna controffensiva una possibile soluzione al conflitto.

Controffensiva ma non troppo

Da alcune settimane, si rincorrono le ipotesi (spesso gli annunci) dell’imminente attacco di Kiev, mentre assieme, sono in molti tra Ucraina e alleati a frenare riguardo alla sua efficacia risolutiva. Prudenza assente ieri, o altro? Secondo molti osservatori -sottolinea il Corriere della Sera e rilancia insolitamente il Giornale-,  «una scelta che può essere parte di una tattica». Poker mortale con bluff: «Evitare che la Russia abbia certezze, anche minime, su come colpiranno le forze ucraine sperando in una sottovalutazione del rischio», scrive InsideOver. Ma secondo altri, la valutazione più realistica di Lorenzo Vita, semplice e saggio realismo. «Il tributo di sangue e di mezzi dell’Ucraina è stato elevato, anche se impossibile da verificare, l’Ucraina teme il dispendio di mezzi, soprattutto per la difesa aerea, e se la controffensiva viene ammantata di eccessive aspettative, un mancato raggiungimento del successo potrebbe comportare un pericoloso contraccolpo psicologico e anche strategico».

Nessuna vittoria in vista

A confermare questo problema è stato lo stesso ministro della Difesa ucraino, Oleksii Reznikov, che con il Washington Post ha messo in guardia su questo ‘assalto finale alle linee russe’. E Reznikov per la prima volta rovescia il teorema: dalla quantità di armamenti occidentali per vincere la controffensiva, alla riuscita della stessa da cui dipenderanno gli aiuti occidentali e il sostegno a Kiev. Controffensiva che, in caso di fallimento, potrebbe aprire la strada a un negoziato per il governo ucraino avrebbe il sapore della resa. Ma i russi, in questi mesi, oltre a tentare di sfondare nel ‘tritacarne di Bakhmut’, hanno soprattutto fortificato i territori occupati. Condizioni tattiche e geografiche molto diverse dai successi di Karkhiv o verso Kherson, e i russi, questa volta, attendono l’attacco.

Il timore di Reznikov è che quelle controffensive parzialmente vincenti siano considerate, a livello di opinione pubblica, come dei precedenti replicabili.

Ottimismo rischioso

Dello stesso avviso è stato il presidente della Repubblica Ceca, l’ex generale Petr Pavel, che al Guardian, ha espresso lo stesso concetto di Reznikov: «Sarà estremamente dannoso per l’Ucraina se la controffensiva fallirà, perché non avrà un’altra possibilità, almeno non quest’anno». E il timore del presidente ceco è che Zelensky e i suoi comandanti non siano al momento estremamente sicuri della buona riuscita di questa operazione bellica. Pavel inoltre ha messo in guardia anche dalla possibile sottovalutazione dei russi: «Non sono così incapaci in termini di difesa. E, naturalmente, essere in difesa rende loro le cose più facili, perché l’Ucraina avrà subito terribili perdite, anche se ben preparata».  «Attaccare un nemico come la Russia sarà difficile e i russi non saranno colti di sorpresa per la seconda volta» ha spiegato il generale-presidente non simpatizzante con Mosca.

Anche il super generale Usa

I sospetti su questa controffensiva sono stati poi certificati anche dal capo dello Stato maggiore congiunto delle Forze armate degli Stati Uniti, il generale Mark Milley. Da sempre sostenitore di pragmatismo sul conflitto, il vertice delle forze Usa in una conversazione con ‘Foreign Affairs’ ha ribadito che in questo momento «la buona riuscita dell’operazione ucraina è impossibile da prevedere, dal momento che essa può risultare completamente vittoriosa come fallimentare». Milley ha confermato che Mosca non ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissata, che gli ucraini sono ora ben equipaggiati e addestrati e in grado di colpire i nemici in modo molto più deciso. Ma il capo di Stato maggiore congiunto di Washington ha anche aggiunto:

«Penso che la probabilità che entrambe le parti raggiungano i propri obiettivi politici sarà molto difficile. E francamente, non credo che ciò sia probabile quest’anno». Realismo sulle possibilità che la controffensiva possa annientare la resistenza russa.

Posizioni in campo per la trattativa

Uno scenario, questo che traccia il generale Mark Milley, con molto sottintesi politici che la parte militare non può ufficialmente svelare. L’opinione diffusa per cui il vero obiettivo di questa campagna ucraina, più che sbaragliare le truppe russe, obiettivo improbabile, sia quello di guadagnare in una posizione di vantaggio rispetto a qualsiasi ipotetica apertura di un negoziato, ottenendo risultati sufficienti a rafforzare Kiev.

In questo senso, è possibile che la riconquista della Crimea sia solo un diversivo a fronte di un risultato strategicamente altrettanto rilevante: spezzare il legame terrestre tra la penisola e il Donbass colpendo l’area di Mariupol e Melitopol.


Il neoliberalismo reale e la sinistra perduta

Filippo Barbera su “Volere la luna”

Ancora oggi e nonostante tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, si sente qualcuno riproporre la “terza via”. I riformisti, quelli che fanno gli offesi per il “massimalismo” (sic!) di Elly Schlein, si richiamano a quell’esperienza. L’emblema della terza via è stato New Labour di Tony Blair e Gordon Brown, con partiti eredi della tradizione di sinistra sempre meno caratterizzati da una dirigenza di provenienza popolare e con una cultura economica modellata sul there is no alternative.

L’esito è stato, oltre alla rottura con l’elettorato popolare, l’abbandono dei territori più colpiti dalla globalizzazione, dalle aree interne alle periferie urbane, alle conurbazioni e ai territori della produzione manifatturiera dove si anniderà poi il malumore e il risentimento dei “luoghi che non contano”, come li ha definiti Andrés Rodriguez-Pose. Di fronte a questi esiti, riproporre oggi le ricette della terza via equivale a credere che Happy Days sia l’avanguardia delle serie tv. 

Lo Stato servente

Nella cattura cognitiva delle classi dirigenti da parte delle parole d’ordine priorità e ricette neoliberali nasce e cresce il grande esodo dei voti operai in fuga dai partiti di sinistra. Nelle strategie di dominio messe in campo da organizzazioni e think-tank prosperano le radici di una nuova egemonia che mitizza le virtù salvifiche del mercato e relega lo Stato a un ruolo servente gli interessi che “sanno farsi ascoltare”.

Nella melassa dell’indistinzione programmatica – nel caso italiano ben rappresentata dal motto veltroniano del “ma anche” – il passato, le radici, la tradizione socialista e comunista sono stati abbandonati e ripudiati con la testa bassa per la vergogna dalle classi dirigenti che una volta si ritenevano orgogliosamente di sinistra.

Pochi hanno avuto il coraggio di ricordare che la critica al capitalismo si può avvalere dell’intersezione tra pensiero liberale e tradizione social-comunista, all’insegna del rapporto tra diritti, redistribuzione del potere e rimozione degli ostacoli alla libertà sostanziale delle persone (Luciano Barca, L’eresia di Berlinguer: un programma fondamentale non scritto [vol. 3], 1992, Sisifo. Per una ricostruzione retrospettiva, dello stesse autore si veda, Del capitalismo e dell’arte di costruire ponti, Roma, Donzelli, 2000). 

La societa di mercato

Temi, questi, trascurati per abbracciare il neoliberalismo reale, non quello delle dottrine dell’economia di mercato promessa a tutti i “meritevoli”, quanto quello dei rapporti di forza che sorreggono la società di mercato dove il vantaggio per pochi si trasmette lungo linee di classe, famiglia e luogo di nascita. Dove i rappresentanti degli interessi forti, gli intellettuali da salotto o da talk-show, le cerchie di riconoscimento trasversali agli schieramenti che si frequentano nei salotti buoni dei centri delle città, si danno pacche sulle spalle asserendo “signora mia la patrimoniale che orrore!” e “la colpa è dei giovani non hanno più voglia di lavorare”.

È, questa, l’architettura sociale che ha sorretto il neoliberalismo reale nel nostro Paese: un reticolo intrecciato e trasversale agli schieramenti politici, unificato dal riconoscimento nelle parole d’ordine neoliberali e avverso a ogni tentativo di equità fiscale, potenziamento dell’azione pubblica, lotta alle diseguaglianze. Un reticolo salottiero che ambisce a farsi pubblicare su Il Foglio e a farsi rappresentare nei board delle organizzazioni che contano. 

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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