Reader’s – 26 aprile 2023

Controffensiva quando e quanto? Se il tentativo di riconquista non avesse successo, sarebbe un boomerang anche per gli alleati di Kiev. E il fattore tempo gioca a favore di Mosca. Il rischio di ‘strappi’ da settori della resistenza, segnala Avvenire. Uno scenario per i prossimi mesi che agita sia Zelensky e i comandi militari di Kiev, sia le cancellerie occidentali.

Ucraina: controffensiva o fallimento? Dilemma per Zelensky e Biden

da Remocontro

14 i mesi dall’invasione russa del Paese e comincia a trasparire uno scenario che -oltre la dichiarazioni ufficiali e la propaganda organizzata-, agita sia Zelensky e i comandi militari di Kiev, sia le cancellerie occidentali. «Il motivo ruota intorno alla ormai fin troppo annunciata controffensiva delle forze ucraine per la riconquista dei territori occupati dalla Federazione, o almeno di una grande parte di essi», la sintesi di Andrea Lavazza.

Rinvio dopo rinvio fino a quando o cosa?

Finora si è detto che l’avvio delle operazioni sia stato ritardato dalle condizioni climatiche: il fango che blocca i cingolati, o l’attesa per ulteriori forniture di armi da parte della enormità confusa della cinquantina di Paesi che sostengono più o meno efficacemente Kiev. Ma le cose sono più complicate. «Il fattore tempo è certamente fondamentale. Ogni giorno che passa le truppe di Mosca possono rafforzare le trincee e gli sbarramenti per reggere l’urto dell’attacco a venire. Inoltre, nei territori conquistati e formalmente annessi alla Federazione prosegue l‘opera di ‘russificazione’, rendendo più difficile anche la collaborazione dall’interno alla liberazione delle zone di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson».

Un solo tentativo

Sia Zelensky sia Biden sanno che non si può sbagliare –annotano gli analisti di mezzo mondo-, segnalando che potrebbe esserci un solo tentativo da sfruttare, se si deciderà (Usa-Ucraina) ‘per un’azione su larga scala’. Mentre il presidente ucraino deve anche mettere in conto le reazioni dei suoi alleati a uno scarso successo della controffensiva, un risultato che non ponga in seria difficoltà le forze russe sul campo né avvicini una reale ripresa dei territori persi tra il 2014 e il 2022. Di fatto, senza nulla con cui indurre il Cremlino a trattare per la fine del conflitto, o perlomeno una tregua, su un piano paritario.

Zelensky e la campagna elettorale Usa

Vista dalla Casa Bianca -ancora Lavazza su Avvenire-, «l’evoluzione della crisi ha bisogno di un’accelerazione perché con la maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti e l’avvio della campagna elettorale di cui ora lo stesso Biden fa ufficialmente parte dato l’annuncio della corsa al secondo mandato, il prolungamento della guerra con queste modalità – pochi avanzamenti e grande dispendio di armi – non può essere sostenibile per gli Stati Uniti».

Chi perde paga

Se la controffensiva non sarà un successo, il presidente Usa entrerà nel mirino di molti, con accuse contrapposte. Perché ha esitato a dare tutte le armi che Zelensky ha continuato con insistenza a sollecitare. O dalle ‘colombe’, che gli imputeranno l’essersi intestardito ad alimentare‘un conflitto per procura con Putin senza ottenere l’esito sperato e al prezzo di moltissime vite e di una spesa decisamente ingente’«Per questo, anche se il tempo è vitale sul fronte ucraino, si esita a far partire le operazioni in grande stile», la conclusione.

L’Europa ‘americana’ delusa

La stessa Europa, di fronte a un fallimento di fatto della reazione di Kiev finanziata e armata dai Paesi Ue (seppure con meno mezzi di quanti promessi), sarà tentata di rallentare il suo sforzo e premerà su Zelensky perché si sieda a un tavolo negoziale al quale avrà poche frecce al suo arco e dovrà necessariamente accettare dolorose concessioni territoriali.

Fronte del grano e Polonia

«Segnali chiari arrivano con il caso del grano, che sta incrinando persino la granitica e pugnace solidarietà polacca nei confronti di Kiev». I contadini dei Paesi dell’Est del Continente in rivolta contro l’arrivo sui loro mercati di prodotti agricoli ucraini a basso prezzo e ora privi di dazi d’importazione, favore Ue alla disastrata economia di Kiev. Ma ora il disastro contadino dilaga. I coltivatori polacchi, slovacchi, ungheresi, rumeni, con i loro già esigui ricavi minacciati, stanno facendo fortissime pressioni sui loro governi. Perché la solidarietà costa, ma non tutti la pagano in modo eguale. Bruxelles tenta di mediare.

«La vicenda dimostra quanto difficile sia mantenere un sostegno incondizionato all’Ucraina se non a un costo molto alto e, probabilmente, sul lungo periodo troppo oneroso nella forma attuale».

Solidarietà non infinita e controffensiva

E si torna al dilemma della controffensiva. «Lanciarla al più presto per evitare il logoramento dell’Alleanza con il rischio di non avere una seconda chance o procrastinare la situazione di sostanziale stallo in attesa di maggiori rifornimenti e migliori chance di una chiara vittoria sul campo di battaglia? Realisticamente, il tempo non è molto e gli arsenali non si riempiranno tanto di più, vista la lentezza o la riluttanza di fatto di diversi Paesi nell’invio di armi, mezzi e munizioni».

Stoltenberg fuori tutto

L’accelerazione sugli F-16 proposta dal segretario dell’Alleanza Atlantica Stoltenberg, subito seguita da forti critiche, vorrebbe rendere le forze ucraine capaci di sostenere anche la battaglia dei cieli, ma il segretario uscente in lunga proroga, ha perso molta delle sua credibilità politico-militare e scopre che non c’è margine per convincere tutti i partner e, soprattutto, addestrare in modo accettabile i piloti di Kiev.

Rischio azzardo, prendi o perdi tutto

In questa incertezza, il timore di Avvenire sulla possibilità di una fuga in avanti di qualche settore dell’esercito o dell’intelligence ucraini, «come fatto balenare dal drone lanciato verso Mosca e dalla notizia che Washington avrebbe bloccato piani per attacchi in profondità nel territorio russo. Scatenare un effetto domino sarebbe la (molto pericolosa) strada per coinvolgere ancora di più nel conflitto Usa ed Europa».

Il tentativo di un colpo da KO, o almeno penetrazione che permetta di cantare vittoria anche con successi limitati ed eviti, in caso negativo, lo spettro del nulla di fatto con conseguenze politiche disastrose anche in casa Ucraina.

Il Cremlino arroccato aspetta

«Da parte sua, il Cremlino sta a guardare. Il fattore tempo gioca a suo favore. Putin sa di non avere la forza per avanzare ulteriormente, ma può consolidare la presa sui territori invasi e giungere a una tacita accettazione della nuova carta geografica nell’affievolirsi del sostegno occidentale al governo ucraino».

Uno scenario –conclusione dell’attenta analisi di Andrea Lavazza-, che non lascia spazio all’ottimismo sulla vicina fine delle ostilità nel cuore dell’Europa


Sul 25 aprile, antifascismo e post fascismo

Donatella Di Cesare su Facebook

I fascisti sono fascisti. Non sono ignoranti. Difficilmente cambierebbero le loro idee se, come alcuni ripetono in questi giorni convulsi, studiassero meglio i libri di storia. L’erronea convinzione che un fenomeno politico possa essere ridotto a incultura, incompetenza, nasce da un certo progressismo di sinistra che si è visto, e si vede ancora, come il partito che cavalca il tempo seguendo la freccia della storia. Una freccia diretta appunto verso il progresso.

Questa visione ingenua e riduttiva ha portato alla situazione attuale. Quelli che venivano chiamati nel migliore dei casi “rigurgiti” – a indicarne appunto il riemergerne temporaneo dal passato, una ricomparsa esigua e non preoccupante – sono diventati i capi del governo attuale.

Un trauma profondo per molta parte del paese che fa fatica ad accettarlo. Tanto più che i “rigurgiti”, una volta al potere, hanno agito (o non agito) in coerenza con il loro post-fascismo, vale a dire esibendo elementi di continuità con il passato, ma mostrando anche tratti inediti che ne fanno un nuovo animale politico.

La data di nascita di un nuovo paese

Ed ecco il 25 aprile, la data di nascita di un nuovo paese. Per La Russa & Co. una data da aggirare con parole e gesti. Perché loro antifascisti non sono e non lo saranno mai. A che pro chiederglielo? Per anni e decenni hanno guardato con occhi torvi i cortei che sfilavano per ricordare l’ingresso festoso dei partigiani nelle città italiane liberate. Loro erano dall’altra parte, e si sentivano sconfitti.

La cosiddetta “pacificazione” – una delle tante parole vuote – non c’è mai stata e non poteva esserci. Perché in Italia in quegli anni ha avuto luogo una guerra civile che, al contrario di quel che è avvenuto nel contesto spagnolo, non è stata riconosciuta nella sua gravità e profondità. Le “forze progressiste” si sono raccontate di aver vinto per sempre e definitivamente. E siccome il progresso va solo assecondato, hanno abdicato ai loro contenuti, rinunciato ai loro ideali. Anche a costo di distruggere e annientare parti decisive della sinistra, come è accaduto negli anni Settanta.

È stata quella una nuova fase, quasi una ripresa della guerra civile, dove i fascisti, oltre a scatenare una violenza inaudita, andarono tessendo nell’ombra le trame più buie ed eversive. A lottare nelle piazze fu la generazione Settanta, che dalla stessa sinistra subì una terribile repressione e che viene ancora stigmatizzata. Erano peraltro quelli che promossero una critica contro l’Unione sovietica e si identificarono in Jan Palach che si era dato alle fiamme per protestare contro i carrarmati a Praga.

il mito dell’identità etnica

I “nipoti di Mussolini” si sono moltiplicati; la loro natalità è alta, perché hanno fatto leva non tanto sull’ignoranza quanto sulla fortissima depoliticizzazione di questo paese, dove molti si sentono esautorati dalla democrazia. E ora che sono al potere riscrivono la storia, quella del ventennio e quella degli anni Settanta. Partono astutamente dal dogma dei due totalitarismi, avallato qualche anno fa anche dall’Ue, per cui il nazismo sarebbe equiparabile allo stalinismo.

È una tesi controversa. Le analogie sono evidenti: soppressione della democrazia e delle libertà individuali, introduzione del partito unico e il monopolio dello Stato. Ma le differenze sono incommensurabili. L’ideale umanistico di emancipazione può essere criticato, ma neppure lontanamente avvicinato al nazifascismo, che è stato il progetto di una perversione, quello del rimodellamento etnico della popolazione. E soprattutto il gulag non è il campo di sterminio dove, con un salto nell’antimondo, si è passati all’industrializzazione della morte. Se non si capisce questo, si rischia di sottovalutare un progetto politico fondato sul mito dell’identità etnica, che non si è esaurito e ricompare oggi in altre forme e con slogan analoghi.

Antifascismo dato troppo spesso per scontato

La Russa, Lollobrigida, Piantedosi, Nordio, Valditara – la fascistizzazione dello Stato è in atto. E passa fra l’altro per il discredito gettato sulla Resistenza, a cui hanno contribuito quelli che nell’ultimo anno l’hanno a torto utilizzata per avallare la guerra d’Ucraina. Un paragone vergognoso, che ha avuto e ha ripercussioni politiche devastanti.
In questo nuovo scenario occorre allora interrogarsi davvero sull’antifascismo, dato troppo spesso per scontato, prenderlo non come punto d’arrivo, bensì di partenza.


Ricordando l’amico Beppino

Concludo ricordando, con il collega Attilio Gatto che ringrazio, un vecchio amico in comune, scomparso venti anni fa. Conobbi Giuseppe Fiori nella redazione di Tv7, il primo settimanale televisivo nella degli anni ‘60 e ‘70 (insieme in piazza del Duomo, a Milano, intervistavamo gli operai intervenuti in massa ai funerali per le vittime della strage di Piazza Fontana) , poi nel tg2 di Andrea Barbato di cui Gatto ricorda la sua personalissima “cartolina”. Tra i pochi amici che non dimenticherò mai. (nandocan)

Attilio Gatto su Facebook

Sono vent’anni che Giuseppe Fiori ci ha lasciato. È morto nella sua casa romana il 17 aprile del. 2003. Giornalista e scrittore dall’intelligenza viva, incapace di stancarsi nonostante il gran lavoro e, se aveva un momento di crisi, bastavano pochi minuti e lo vedevi riprendere vigore, riacquistare forza.

Nato a Silanus il 27 gennaio 1923 – è l’anno dei cent’anni dalla nascita – originario di Cuglieri, ha percorso tutte le strade del giornalismo: quello scritto, “L’Unione Sarda”, quello con le immagini, la Rai prima a Cagliari poi a Roma con l’inarrivabile Tv7 insieme a Sergio Zavoli. E poi vicedirettore del Tg2 . direttore Andrea Barbato – con la nota che raccontava a casa quello che molte testate tenevano nei cassetti. La nota l’ascoltavamo la domenica e poteva capitare anche che il vicedirettore, in diretta, chiedesse al tecnico di smetterla di telefonare.

Professionalità fino in fondo, anche col rischio di valicare la linea rossa della buona decenza borghese. E Renzo Arbore che andava in onda, mi pare di ricordare, prima di Fiori, aveva ribattezzato il suo intervento, con simpatia, “Il sermoncino”. L’altro sermoncino – potremmo dire – era quello di Roberto Benigni critico cinematografico, uno spasso irripetibile, il suo cinema preferito era quello della zoomata, che i linguisti chiamerebbero metafora oscena.

E poi venne la rottura con Craxi

E poi venne la rottura con Craxi, e Berlinguer che candidò e fece eleggere Giuseppe Fiori indipendente di sinistra nel senato della Repubblica Allora c’era i muro di Berlino, la guerra fredda, non c’era tempo per litigare sull’antifascismo. Chi non era antifascista si vedeva, e si vede anche adesso.
C’era la P2 con Costanzo che prima negava, poi ammetteva. Nel suo salotto Fiori non si sarebbe mai seduto. E con l’elezione arriva anche la direzione di Paese Sera, con tanti bravissimi professionisti. Vicedirettore era Piero Pratesi.

E i libri, le grandi biografie, alcune delle quali Fiori mi fece leggere in bozza. C’era giá stato Antonio Gramsci, il capolavoro, la coraggiosa ricostruzione. Poi la vita di Berlinguer, Mike Schirru ( a cui si ispirò in chiave grottesca anche Lina Wertmuller ), Rosselli, Ernesto Rossi. Berlusconi ed altri ancora.

Giuseppe Fiori era appassionato di cinema, critico. E nel primo libro di “Cagliari al cinema” di Giuseppe Podda – suo grande amico -vedo un capitolo che s’intitola “La fronda di celluloide” a firma Giuseppe Fiori. L’attacco è questo:”Film e cartelloni della mia infanzia a Cagliari, a distanza di sessant’anni, li rivedo come in un sogno. Gigantografia di Greta Garbo in largo Carlo Felice…Marlene Dietrich fa venire i brividi agli spettatori dell’Olympia. Assia Noris incede verso Vittorio De Sica pronto a sdoppiarsi nel giornalaio esuberante e nel nobile ricco di “charme” in quel gioiellino cameriniano che è ””il signor Max”. Irrompe Amedeo Nazzari, lesto a strappare le vesti per rivelare lo scandaloso seno lunare di Clara Calamai nel mediceo “La cena delle beffe” di Sem Bonelli.

Si racconta che Giuseppe Fiori, a “Paese Sera”, non volesse sentire silenzio. “Fatemi sentire il rumore delle macchine da scrivere”: diceva con voce robusta. Chissá come ho fatto io, mentre andavo in Via Emilia, la casa colonica la chiamava Giuseppe Podda, nella stanza dell’Unità, dove Podda comandava, a incontrare Giuseppe Fiori e a dare del tu a un carattere che faceva paura. Era un vero direttore, Un capo, Ma, chissá perchè, mi coinvolse in una chiacchierata. Qualche mese dopo, nell’anno 1980, ero corrispondente da Cagliari di “Paese Sera”.


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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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