«Trovare una coerenza nelle mosse e contromosse di Washington appare piuttosto arduo. La vittoria tattica dello Jevromajdan, otto anni fa, ha prodotto un incubo strategico: la coppia Cina-Russia è qui per restare». Così Lucio Caracciolo di Limes ci avverte e si interroga.

Russia cattiva, ma l’America cosa vuole?
«Qual è il piano degli Stati Uniti nella crisi ucraina? Soprattutto, ne hanno uno? Tutti ci interroghiamo sugli obiettivi russi e sui mezzi con cui intendono raggiungerli, invasione del vicino non esclusa».
«Almeno altrettanto importante sarebbe stabilire che cosa voglia l’America. Specialmente per noi, che apparteniamo al suo campo strategico, come testimonia la robusta presenza di assetti militari statunitensi sul nostro territorio».
«Certo, in una partita di così decisiva portata nessuno scopre tutte le sue carte e tutti investono nella propaganda, memori del detto di Churchill per cui in tempi di guerra la verità è così preziosa che va protetta da una guardia del corpo di bugie».
Russia-Ucraina, ritiro finto o reale?
Ieri il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che una parte delle truppe spiegate nelle regioni frontaliere dell’Ucraina ha iniziato a far ritorno nelle basi, dopo aver terminato le esercitazioni. L’agenzia Interfax ha precisato che anche i soldati schierati in Crimea hanno cominciato a far rientro nelle caserme. Le manovre, tuttavia, continuano nel resto delle zone di confine. L’annuncio si aggiunge alle indicazioni di Sergei Shoigu, il ministro della Difesa, che anche le simulazioni in Bielorussia «stanno per concludersi».
Biden per ora insiste
Biden, oscillazioni continue. «Difenderemo ogni centimetro della Nato, il ritiro russo non è verificato, ci sono ancora possibilità di attacco ma siamo pronti a tenere aperto un canale diplomatico». E ancora la minaccia di sanzioni, ma solo di quello, in caso di attacco da parte di Putin.
Forse l’Europa s’è desta
A Mosca, da Putin, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz ha portato avanti l’iniziativa diplomatica concordata con collega francese, Emanuel Macron, e passata anche per il doppio vertice a Kiev con il presidente ucraino, Zelensky.
Due diversi livelli. Primo livello sul fronte militare: «Per la mia generazione la guerra in Europa è inimmaginabile e dobbiamo assicurarci che rimanga tale», ha ripetuto Scholz di fronte ai giornalisti. Ai russi lui e Macron hanno chiesto il ritiro dell’esercito dal confine con l’Ucraina, e i russi nel pomeriggio hanno fatto sapere di avere cominciato a ridurre il numero degli uomini.
‘Isterie occidentali’
Secondo il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, «si tratta di operazioni pianificate che non dipendono dall’isteria occidentale». Polemiche a parte, è il primo risultato concreto di questa trattativa. Vero è che il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, se n’è andato in Siria, lontano dal posto di comando, segnala opportunamente Luigi De Biase.
Ed è lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg a dare conferma minacciando: «Occorre ritirare i mezzi, oltre agli uomini».
‘La sicurezza non contro la Russia’
Putin: «Siamo pronti a lavorare con l’occidente», ha detto Putin, «ma temiamo che i colloqui sulla sicurezza in Europa possano andare troppo per le lunghe: non permetteremo che in questo tempo la sua situazione peggiori».
Scholz: «la sicurezza non può essere non può essere costruita contro la Russia, ma in cooperazione con essa». Ventiquattro ore prima, a Kiev, aveva apertamente ridimensionato i progetti atlantici del paese, progetti che sono stati inseriti anche nella Costituzione.
Putin: «Non accetteremo mai l’allargamento della Nato fino ai nostri confini». «Da trent’anni ci dicono che l’Alleanza non si allargherà verso la Russia, eppure sta accadendo. Ci dicono che l’Ucraina non è ancora pronta. Che possa avvenire dopodomani, anziché domani, per noi non c’è alcuna differenza. Vogliamo risolvere questa questione adesso».
Rapporti europei a Cremlino
La pressione militare gradualmente si riduce ma le conseguenze di questa crisi rischiano di essere permanenti, segnala il manifesto. «Dopo settimane di rapporti su una imminente invasione russa smentiti uno dopo l’altro dai fatti, gli Usa hanno deciso di spostare la loro ambasciata da Kiev a Lviv, nella parte ovest del paese». Una forzatura plateale, con le stesse regole dell’abbandono di Kabul.
Costringendo il presidente Zelensky a ironizzare sulle ultime stime dell’intelligence americane sull’attacco russo, previsto fra ieri e quest’oggi: «Ci hanno detto che il 16 febbraio avremmo subito un attacco: noi celebreremo un giorno di unità nazionale», ha detto in un messaggio diffuso sui social network.
Meno nobile per Zelensky il richiamo in patria di parlamentari, numerosi, che negli ultimi giorni hanno abbandonato l’Ucraina nel timore di una guerra. Con loro se ne sono andati imprenditori e industriali.





