Si parlerà anche dei conflitti nel Medio Oriente nell’incontro pubblico organizzato dal circolo PD di Roma Centro storico, in via dei Giubbonari, a due passi da Campo dei Fiori. Alla vigilia della ventesima Marcia della Pace da Perugia ad Assisi, sul tema indicato nel titolo interverranno Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace e organizzatore della marcia medesima, il presidente della delegazione italiana all’assemblea parlamentare della NATO Andrea Manciulli e il consigliere regionale del PD, Riccardo Agostini. Il vostro Fernando Cancedda (nandocan) introdurrà e modererà il dibattito, al quale siete tutti invitati (nandocan).
***di Mostafa El Ayoubi, 4 ottobre 2014* – Improvvisamente il mondo ha scoperto il problema «Stato islamico» dell’Iraq, ma in realtà esso era già operativo in Siria dal 2013, quando ha occupato diverse aree del Paese. Quando i jihadisti combattono in Siria sono considerati dei combattenti per la libertà, mentre quando si espandono in Iraq sono considerati dei terroristi. E intanto i mezzi d’informazione contribuiscono ad incrementare il terrore tra l’opinione pubblica internazionale ma non aiutano a inquadrare meglio questo fenomeno.
Il macabro gesto di decapitazione dei tre giornalisti occidentali da parte dei jihadisti dell’Isis, questa estate, documentato da video postati nella rete, ha creato in seno alla comunità internazionale un forte senso di terrore e insicurezza.
A partire da giugno, e nel giro di pochi mesi, lo Stato islamico dell’Iraq e del levante, Isis (sigla inglese per indicare il movimento), rinominato in seguito Stato islamico, è diventato di punto in bianco una grande minaccia per il mondo intero.
L’approccio sensazionalista dei media al fenomeno Daesh – così viene chiamato in arabo questo gruppo jihadista – ha contribuito ad incrementare il terrore tra l’opinione pubblica internazionale. Chiunque avesse visto la mappa del nuovo califfato islamico ipotizzato da Abu Bakr Al Bagdadi, capo del movimento, si sarebbe terrorizzato. I media mainstream hanno omesso di proporre all’opinione pubblica – quella occidentale in particolare – analisi oggettive contestualizzate per meglio inquadrare questo fenomeno.
Non si tratta di una omissione casuale: un’opinione pubblica mal informata è facile da condizionare. È facile quindi farle accettare determinate scelte politiche da parte di chi detiene il potere: la lotta contro Daesh significa impiego di ingenti forze armate e quindi enorme spesa militare con tagli all’istruzione, alla sanità e ad altri servizi. È il prezzo da pagare se si vuole stare al sicuro dal terrorismo. Come non accettare questo sacrificio?
È dal settembre 2001 che le grandi potenze occidentali dicono di combattere i terroristi. Eppure, più li combattono più questi ultimi proliferano.
I boia di Folley e dei due altri giornalisti sono allievi del boia dell’americano Nicolas Berg nel 2004, dei diplomatici russi nel 2006. Come mai, nonostante le cospicue risorse militari e finanziarie impiegate dagli Usa e dai suoi alleati europei nella guerra al terrorismo, quest’ultimo è sempre in buona salute ? Due potrebbero essere le tesi.
La prima: l’Occidente, nonostante la sua potente macchina militare e la sua sofisticata rete di intelligence, è stato incapace di sconfiggere gruppi armati non professionisti ripescati nelle paludi della povertà, dell’ingiustizia e del fanatismo religioso nei loro Paesi di origine.
La seconda: i movimenti jihadisti – da al-Qaeda a Daesh – sono funzionali all’agenda geopolitica degli Usa per mantenere una parte consistente del mondo sotto il suo dominio. I jihadisti in passato sono stati utilizzati in Afghanistan, nella Yugoslavia e di recente in Iraq, Libia e Siria. Stando a questa logica il terrorismo non va debellato, ma solo contenuto e indirizzato verso gli obiettivi prestabiliti. E all’occorrenza si interviene per frenare le folli ambizioni dei suoi leader e, se necessario, farli fuori: come suggerisce la «favola» di Bin Laden, ucciso e dato in pasto ai pesci nel mare.
