Reader’s – 11 giugno 2023. Rassegna web di nandocan magazine


Ennio Remondino, che da molti anni ormai anche i venticinque lettori di nandocan hanno imparato a conoscere ed apprezzare, ci racconta oggi della “preistoria” degli anni ancora precedenti, da lui vissuti come corrispondente e inviato speciale, ma soprattutto dell’”eterno presente cui siamo condannati perché ci è stata rubata la memoria”. Esperienze in parte condivise, sia per l’età che per interlocutori aziendali, lui al tg1 soprattutto dall’estero, io al tg2 soprattutto in Italia, che per una comune coerenza e sensibilità politica agli avvenimenti (nandocan)

Soltanto un po’ di tempo fa

di Ennio Remondino

Accidenti come corre il tempo. Cose che a te sembrano accadute ieri e che rischierebbero di finire su un libro di storia, se solo fossero state abbastanza importanti da meritarselo. Credo dipenda dalla elasticità del concetto stesso di tempo, quando la filosofia prevale sulla fisica. Più sei giovane e più il tempo risulta infinito. Poi, via via, lo spazio tra i diversi fatti della vita si accorcia, come le giornate d’inverno. In realtà il tempo della vita non lo misurano né gli orologi né i calendari. Calcolo personale, intimo direi. La successione dei fatti che ti appartengono, accelerati o rallentati sulla base di come li esalti o li nascondi nella memoria della tua vita.
Prologo di un libro mai scritto fino in fondo.

Sembrava ieri ed è accaduto quasi una vita fa, capita a volte di scoprire. Preistoria per un’epoca che sembra vivere soltanto al presente. In assenza di futuro certo, si è portati a cancellare tutti verbi che si declinano prima del presente. Ma il peggio è che, quale sia l’oggi che ti viene proposto o raccontato, non ha più un precedente o una sua origine. Un suo passato. La vita e il mondo ridotti all’indicativo presente, come un telegiornale.

Dato che di giornali e televisione ho campato per 40 anni, a farli, a leggerli, a vederli, spesso a bestemmiarli, anche di questo voglio parlare. Dell’eterno presente cui siamo condannati perché ci è stata rubata la memoria. Non certo per raccontarci come si stava meglio quando si stava peggio. Soltanto per scoprire assieme che tutto ciò che ci piomba addosso oggi nasce da uno ieri ben preciso. Prevedibile già allora, fossimo stati capaci di capire. Ovviamente il mio punto di vista nasce da un osservatorio privilegiato. Spesso testimone diretto di fatti e circostanze di grande portata. Eventi, li chiamano, confondendoli sovente con le semplici notizie soltanto per gonfiarle.

Nei guai per istinto

Di notizie campa qualsiasi giornalista. Io, come direbbe Totò, giornalista non lo nacqui ma lo diventai quasi per caso. In mezzo agli eventi, vale a dire nei guai, mi ci sono cacciato per istinto. Non so come e perché mi sia capitato, ma ho vissuto cose abbastanza insolite, una parte delle quali vale la pena raccontare. L’altro ieri per capire l’oggi, sarebbe la pretesa, a consolare col patrimonio della memoria lo scorrere degli anni. Senza pretese d’insegnare nulla a nessuno, soltanto per parlare.

Del giornalismo stesso, ad esempio. Dal passato remoto del come fu, all’imperfetto del come era. A scoprire che il tempo presente è decisamente meno perfetto. Come le grandi battaglie politiche d’allora. Ideologiche, si esecra oggi, come se le illusioni di alcuni modelli sociali cui aspirare fossero infantilismo rispetto all’attuale cinismo del semplice appartenere. Dai partiti, alle correnti, ai club, alle cordate, ai furbi ed ai furbetti di palazzi e quartierini. Tempo fa, rosso e nero erano soprattutto colori di classe, scelte di appartenenza, non possibili puntate alla roulette.

Brigate rosse e terrorismo nero

Le Brigate erano rosse e le bombe terroristiche erano nere. Assassini in entrambi a casi, ma con differenze chiave su obiettivi e mandanti. Le stesse trame occulte erano, a loro modo, trasparenti. Servizi segreti deviati quando fuori rotta erano i governi che li comandavano. Anche certa massoneria era deviata allo stesso modo. Specchio del potere dominante al tempo. Vuoi mettere la loggia P2 del gran maestro Licio Gelli con la presunta P3 di Flavio Carboni? Gelli il suo piano di ‘Rinascita democratica’ l’ha visto realizzare. I nipotini in grembiulino e cappuccetto alle cronache di oggi, andavano a vendere favori per incassare appalti.

Anche per la grande criminalità organizzata l’impressione è quella di un deciso degrado. Non certo a rimpiangere l’impunità dei boss negli anni delle stragi di mafia. Allora i Falcone e i Borsellino non avevano a disposizione la complessa modernità delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Indagini classiche, sino a morirne non solo per mafia. Domani forse, quelle intercettazioni non ci saranno più o saranno imbrigliate da leggi a difesa della privacy. Privatamente, i nuovi boss festeggeranno.

M’è capitato di vedere il cadavere di Salvo Lima crivellato di colpi su una strada di Mondello. Conoscevo l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Allora i rapporti tra mafia e politica, a volerli leggere, erano sostanzialmente chiari. Fosse ancora vivo  Masino Buscetta, avremmo avuto di che parlare passeggiando in piazza Montecitorio, come accadde, a ricordare le sue visite agli ‘amici degli amici’ dentro il Palazzo. O avrei potuto chiedere a don Tano Badalamenti, in una delle decine di nostri incontri nel carcere di Memphis, Tennessee. Con lui le risposte avrei dovuto interpretarle dagli sguardi.

Svilite anche le tragedie del mondo

Le tragedie stesse del mondo, come le guerre, sembrano essersi svilite. Idealpolitik fragile per una realpolitik sempre più disumana e pasticciona. Il Vietnam americano e l’Afghanistan sovietico, in grado di seppellire nella vergogna l’arroganza delle due superpotenze. Poi siamo passati da Ho Chi Minh a Milosevic, dall’eroe mujaheddin Shan Massud al signore della guerra Hamid Karzai. Dall’appartenenza coloniale ai blocchi, imposta a qualsiasi costo, alle furberie misere della ‘guerra umanitaria’ o della caccia al fantasma di Bin Laden.

Di quelle guerre ormai cancellate dall’attualità crudele e confusa tra Russia e Ucraina di cui sono semplice lettore, per tornare a fatti simili vissuti molto fa vicino. Avrei qualche cosa da raccontare sull’Iraq che fu di Saddam Hussein. L’ultimo Iraq unitario prima dell’attuale dello Stato bricolage, dove tre pezzi di popoli e territori sono tenuti assieme col bitume del petrolio. Vorrei tornare anche nel Medio oriente dei premi nobel per la pace Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin. Prima delle guerre a perdere di Ehud Olmert in Libano e degli eterni ritorni di Benjamin Netanyahu che il fascismo lo sfiora non solo nella memoria dell’olocausto.

Questione di spazio

Tornare, infine, per innamoramento personale, nella Sarajevo martire e ritrovare la città multietnica che resistette durante la guerra. Sogni avvelenati da molta rabbia. Semplicemente vorrei poter tornare nel Mondo Altro delle mie troppe avventure, a raccontare un’Italia esaltata non soltanto dalle sue bellezze e dal grande passato. Poter essere testimone di una Italia dignitosa e apprezzata nel suo presente. Quindici anni di vita all’estero mi avevano impedito di scorgerla, quell’Italia. Dovevo essere distratto io. Per questo -dieci anni dopo- mi ostino a raccontare il mondo attorno, lasciando ad altro giornalismo l’oggi di casa.

Col dubbio che buona parte del mio passato prossimo, di cui do testimonianza personale rara, episodi o semplici curiosità, non sia poi così lontano da quel presente seminascosto che non trova spazio in molti telegiornali. Questione di spazio, certamente.


Cultura del rispetto

di Massimo Marnetto

Ho provato solidarietà nei confronti del Gay Pride, come mi capita verso tutte le minoranze che resistono all’impulso di repressione da parte delle maggioranze nei loro confronti. La diversità è vissuta nei gruppi più involuti come una minaccia. In molte tribù africane, gli albini vengono perseguitati e uccisi, perché visti come portatori di sventura. In scala minore, quello che capitava fino agli anni 60-70 ai mancini – termine che deriva dal latino mancus, storpio – rieducati a forza per far cessare l’uso disdicevole della ”mano del diavolo”.

Su questi ed altri fenomeni di atipicità, si scatena la violenza del conformismo. Che colpisce i diversi non per fatti specifici, ma solo perché turbano la normalità. La rivoluzione è scoprire che l’orientamento sessuale – come gli altri casi citati – è innato. Cioè non è una malattia da curare, né una perversione da punire, ma un’altra normalità. Il vero problema invece è la persecuzione delle minoranze. Astenersi dalla sopraffazione quando si è dominanti è innaturale. Richiede cultura del rispetto dell’inerme ed educazione all’autocontrollo. L’opposto della legge del più forte, in vigore da millenni.


Narendra Modi e lo scettro d’oro del potere induista

Michele Marsonet su Remocontro

‘Narendra Modi ha inaugurato il nuovo Parlamento indiano, da lui voluto per sostituire quello in uso ai tempi della dominazione britannica, impugnando lo scettro d’oro, simbolo sacro del potere’, ci racconta Marsonet, svelando retroscena e riassumendo la storia di un enorme paese nato multietnico e multireligioso oggi spinto a settarismi autoritari di potenza tra oriente e occidente

Lo ‘scettro di Nehru’, orgoglio nazionale e potere

La storia ci dice che tale scettro risale all’antica dinastia Tamil dei Chola, che fondò nei primi secoli dopo Cristo un potente impero collocato nella parte meridionale del subcontinente indiano, ed è ricordato per le sue conquiste e il suo splendore culturale.
E’ anche conosciuto come “lo scettro di Nehru”, il primo premier dell’India indipendente. A lui venne consegnato dai sacerdoti del Tamil Nadu come simbolo della riacquistata indipendenza, con l’approvazione di Lord Mountbatten, ultimo viceré inglese. Ma, dopo quell’episodio, non se ne sentì più parlare.

Nehru e Gandhi traditi

Tuttavia Jawaharlal Nehru, sulla scia del Mahatma Gandhi, aveva in mente un’India multietnica, multiculturale e, soprattutto, multireligiosa, in cui i tantissimi gruppi che fanno parte del Paese potessero vivere in pace.
L’esatto contrario di quanto va sostenendo l’attuale premier. Il suo partito BJP (Bharatiya Janata Party), che detiene la maggioranza assoluta in Parlamento, vuole un’India totalmente indù. Progetto impossibile da realizzare, se solo si pensa che nella Federazione vivono circa 140 milioni di musulmani (il terzo più grande gruppo islamico al mondo dopo Indonesia e Pakistan), mentre i cristiani rappresentano poco meno del 3% del totale della popolazione.

Induismo autoritario di Stato

Questa situazione non sembra affatto spaventare Modi e il suo partito. Tutte le leve del potere sono in mano agli indù (fatto mai accaduto in precedenza), e si intensificano le persecuzioni contro le minoranze religiose. Per i cristiani, ad esempio, è sempre più difficile svolgere attività missionaria. Anche le suore di Madre Teresa di Calcutta, che gestiscono molti ospedali e rifugi per i poveri, vengono apertamente osteggiate.
A riprova del dominio indù, Modi ha deciso di collocare in modo permanente lo scettro d’oro nel nuovo Parlamento. Come sempre si sono verificate proteste da parte delle minoranze. Sul piano politico il premier è stato accusato di violare la Costituzione poiché non ha coinvolto nella celebrazione il presidente della Federazione Indiana.

Politica di potenza a prendere da tutti

Nel frattempo quest’ultima ha superato la Cina come nazione più popolosa del mondo, anche se è ancora lontana dalla Repubblica Popolare in quanto a peso economico e commerciale (e anche militare).
Modi andrà in visita a Washington il 22 giugno (i suoi rapporti con Biden non sono buoni, mentre erano ottimi quelli con Trump), e in settembre presiederà il G20. Nella politica internazionale il leader indiano è cercato da tutti, ma mantiene una grande ambiguità. Non ha approvato le sanzioni anti-russe dopo l’invasione dell’Ucraina ma non chiude i canali di comunicazione con Usa e Ue.

Doppiogiochismo, fin che dura

Sfrutta inoltre l’appartenenza al gruppo dei “Brics” per promuovere azioni anti-occidentali, e al contempo partecipa all’alleanza “Quad” con Australia, Giappone e Stati Uniti in funzione anti-cinese. Una vera e propria mina vagante, della quale è sempre arduo indovinare le mosse.


A quale futuro stiamo andando incontro?

di Giovanni Lamagna

Stamattina leggevo una pagina del libro di Aniela Jaffé “In dialogo con Carl Gustav Jung” (Bollati Boringhieri 2023), anticipata dall’inserto “Robinson”, uscito con “la Repubblica” del 27 maggio 2023, pagina nella quale veniva in grande evidenza l’importanza che ha avuto il Buddhismo per il grande pensatore svizzero.

Ad un certo punto Jung afferma: “A volte mi sono chiesto se non sono la reincarnazione di un indiano. Se così fosse, sarei stato di certo un buddhista.”

E mi è venuto spontaneo pensare all’India e poi alla Cina attuali e mi sono chiesto: quanto di Buddhismo sopravvive oggi, a pochi decenni di distanza da quando Jung fece questa affermazione, in questi due paesi, dove il Buddhismo 2500 anni fa nacque, si sviluppò e prosperò?

Il buddismo nella Cina e nell’India di oggi

Ho l’impressione – da quanto ne so – che ne sopravvive ben poco e, forse, temo, ne sopravvivrà sempre meno in futuro, travolto dallo sviluppo tecnologico, industriale e postindustriale, che ha oramai preso piede anche in quei due paesi, che tendono sempre più ad assomigliare, almeno da questo punto di vista, alle società occidentali.

Si sta verificando insomma, anche in India e Cina, ciò che si è verificato già da quasi due secoli in Occidente: un progressivo ma sempre più impetuoso rinnegamento delle antiche tradizioni spirituali su cui Oriente ed Occidente si erano fondati e retti per più di due millenni.

Al tramonto come il cristianesimo in occidente

In India e Cina sta tramontando (se non è già tramontato) il Buddhismo (ma lo stesso discorso lo si potrebbe fare per l’Induismo); in Occidente già da tempo è tramontato – nei fatti, se non nella forma – il Cristianesimo (ma si può dire altrettanto dell’Ebraismo).

Tutte e quattro queste grandi tradizioni spirituali sono oramai ridotte ad essere vissute e testimoniate in piccole riserve, largamente minoritarie, che si assottigliano sempre più col passare del tempo e che, forse, prima o poi, (tutto lascia pensare questo) saranno destinate a sparire completamente.

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