Fine del giornalismo e altri inizi

Antonio Cipriani su Remocontro

Fine è un termine ambiguo. Contiene una sottile indicazione di senso, un punto d’arrivo oltre il quale non si va, e il riferimento verso il quale far camminare i propri passi, le idee, i progetti. Così, aver gettato nella discussione il titolo “Fine del giornalismo” aiuta a capire quale fine espediente possa rappresentare in una situazione così oscura, mediaticamente, da far pensare alla fine di un percorso glorioso, o all’inizio invece di una nuova finalità della narrazione di ciò che accade, dunque del mondo intorno a noi.

Premessa doverosa per aprire un dialogo su questi temi. Considerando un elemento: il giornalismo così com’è funziona abbastanza bene. L’arena mediatica è operosa, il successo di alcuni personaggi illumina la scena, la capacità adattativa ai tempi televisivi insieme all’acquisizione delle tecniche comunicative, rapide e senza troppa profondità, rende alcuni bravissimi, altri meno ma sempre utili nella società dello spettacolo.

I grandi giornali vanno avanti, si sono abbastanza adeguati alle nuove tecnologie, perdono copie ma navigano tranquillamente come grandi navi nella laguna di Venezia. Funzionano, insomma. Funzionano più o meno come funziona il nostro paese. Rappresentano una certa utilità di sistema. Nonostante tutto.

Se poi invece parliamo di democrazia, di informazione civile, le cose cambiano. Ma le cose cambiano sempre, se cambia il punto di vista.

Dal punto di vista della multinazionale, che basa la sua scala di valori unicamente sul profitto, il manager che taglia teste mandando a casa personale, mettendo famiglie sul lastrico, è un grande professionista da premiare con soldi e carriera. Dal punto di vista del lavoratore che ha tre figli da mantenere e perde il lavoro è un criminale. Tutto il resto è apatica indifferenza per i destini altrui. Con una netta predisposizione ad ammirare il ricco, il potente, il padrone.

Giornalismo secondo il punto di osservazione

Ecco: il giornalismo funziona o non funziona secondo il punto di osservazione. Dipende dal complesso sistema di interessi che tocca. Se si pone sulla linea del tempo e non racconta altro, oltre ciò che esprime questo nostro tempo, più o meno bene, ha un valore abbastanza riconosciuto. Se invece crea interferenze rischia di avere un maggior valore etico, minore successo mediatico e riconoscimento economico.

Su questi temi sarebbe utile riflettessero insieme giornalisti di ogni età, professionisti, aspiranti, docenti, cronisti che fanno inchieste, narratori controcorrente, lettori, cittadini. Il fine o la fine del giornalismo? E se il fine fosse la fine?

LEGGI TUTTO


Rispondi

Turn on JavaScript to leave a comment.

Classificazione: 1 su 5.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨