E io non posso farci niente

di Gilberto Squizzato

Anche oggi. Come ieri.
Come l’altro ieri.
È come l’altro altroieri.
Come domani.
Dal febbraio dell’anno scorso.

E non posso farci niente.

Non posso
non riesco a impedire che anche oggi
almeno dieci o venti o trenta
soldati ucraini siano colpiti
falcidiati sventrati
Altri padri che lasciano una lunga
interminabile scia di orfani
stracolmi di odio rancore
bisogno di vendetta
per onorare la morte dei padri.
E l’odio doveroso e imperterrito
andrà avanti per secoli

Lo stesso accade
dall’altra parte. Come a birilli
del booling planetario
il nuovo zar ha ordinato:
andate a farvi ammazzare
per la santa Madre Russia.
E intanto bacia icone,
si segna con la croce.
Dalle isbe partono i coscritti
costretti alla tomba
in un tank o in una zolla
di fango
non lontano da dove caddero
le centomila gavette di ghiaccio.

E io non posso farci niente
ma sono costretto a sapere,
ignorare mi è negato
anche se sono già così provato
fin dai tempi del Grappa e dell Isonzo,
di Caporetto e del Piave
lugubri memorie dei miei nonni
per non dire dei caduti partigiani
degli internati degli annientati
che mi raccontó mio padre
per averli conosciuti di persona.

E io non posso farci niente
Come Francesco, come Zuppi.
Perché questo, Zuppi, non è il Mozambico
dove in cinque anni
sei riuscito a costruire la pace. Questo, Zuppi,
non è un odio casuale,
questo è un odio vecchio di secoli.
Ci hanno marciato sopra
imperi viennesi, polacchi, ungheresi,
tedeschi, con gli ebrei che davano
invano
il meglio di sé a una terra
che non li sentiva come figli.
Coi nazisti che si son fatti lustrare
gli stivali immacolati
intrisi della feroce merda hitleriana
da quelli che credevano
di glorificare la loro povera
patria
mettendosi coi più forti.

E io non posso fare nulla.

Neanche per le migliaia di madri
che urlano per i figli rapiti
trasferiti dai prati del Dniepr
fin oltre il Volga,
perche questo è un odio
che risale dentro le vene
del tempo incrudelito
per secoli e secoli
qui dove l’Oriente ha fine
e nasce l’Occidente.
Terra predestinata
ad esser martoriata.
E intanto Ivan e Pietro e Caterina
danzano la danza macabra
del trono mai sazio
di popoli e di sangue.

Brutta bestia il Tempo
che finge paci eterne
e poi si agghinda di trincee
così all’improvviso, perfida-
mente e con lui mente
cinica la Storia
vendemmiando bombe a grappolo
come se fosse niente.

P e P, Putin e Prigozhin,
hanno già messo su due Redipuglia, forse di più
con la carne dei giovani russi:
cinquecento ogni h. 24,
belli biondi
ignari nuovi servi della gleba
dell’Impero che più non nascerà.
E Intanto a Kiev, Leopoli e Karkiv
la lunga fila di amputati, ciechi
e storpi e sordi e deprivati
si domanda: servi o morti,
per noi non era meglio?

La Storia ride, si fa beffe la Storia.
Ogni massacro ha le sue spiegazioni
complesse
razionali
internazionali
inconsce
subliminali

Zuppi spera, insiste, prega;
Bergoglio esecra gli armamenti,
fra i lamenti implora fine
a questa mole immensa
di tormenti.
Io qui giaccio, vedo, sento,
io non posso farci niente.
Ogni TG mi scava dentro una trincea
Sto anch io in prima linea
sull’assurdo del dolore.

Anche se non posso farci niente.
Da quando ho cominciato a scrivere
queste inutili parole
altri cinque, sei, sette, dieci ucraini
non vedranno più figli, mogli, fidanzate,
altri dieci ragazzi russi
sono andati docilmente a farsi ammazzare.


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