Alla guerra come al contrassegno

Paolo Butturini su Facebook

La propaganda, su entrambe le sponde, insiste. Ogni attacco ucraino in territorio russo viene presentato come la prova che Mosca è sempre più vicina al collasso. È una narrazione sperimentata e ripetuta più volte: suggerisce che la guerra sta prendendo una direzione favorevole e basterà insistere ancora un po’.
Ma la storia raramente funziona così. Le grandi guerre non finiscono perché una delle parti si arrende improvvisamente. Più spesso finiscono quando entrambe scoprono che il prezzo della vittoria è diventato insostenibile.
Se l’Ucraina colpisce Mosca e la Russia risponde colpendo Kiev, non stiamo assistendo a una marcia di avvicinamento alla pace. Stiamo osservando una guerra che si allarga, che penetra sempre più in profondità nelle società coinvolte e che rende più difficile ogni soluzione politica. Chi pensa che l’escalation sia l’unica via di uscita non vede il tunnel di morte e distruzione che si allunga sempre più. O forse lo vede e l’ha cinicamente messo in conto.
La Russia non è sull’orlo del collasso, come non lo era l’Ucraina quando molti la davano per spacciata nel 2022. Entrambe le società hanno dimostrato una capacità di resistenza molto superiore a quella prevista dagli analisti più ottimisti o più pessimisti. In compenso ancora non sappiamo quante vittime abbia fatto questo conflitto e le cifre che circolano (1 milione, 1 milione e mezzo? forse di più) dovrebbe atterrirci non soddisfarci.
Per questo è stupido chiedersi chi abbia inflitto il colpo più spettacolare della settimana. Dovremmo chiedere conto a chi decide se abbia in mente un punto di arrivo, quale soluzione. Perché se l’obiettivo è che l’Ucraina bruci finché non crolla la Russia, il rischio è che alla fine brucino tutte e due. Nel frattempo, l’Europa si sta abituando all’idea che una guerra permanente sia una condizione normale della politica.
Qualcuno sta ancora pensando a come fermare tutto questo?


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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