“Per ogni madre israeliana che piange il proprio figlio, devono piangere mille madri libanesi. Il Libano deve bruciare.” Questa dichiarazione di Ben Gvir, il ministro che l’UE non riesce a sanzionare, ricorda altri periodi bui ma non è solo questo a essere inquietante.
Il dramma sta nel fatto che il ministro e il suo capo Netanyahu devono resistere al pressing americano e continuare a essere sempre più sanguinari perché la società israeliana lo chiede. È sconfortante ammetterlo ma i cittadini israeliani desiderano il Grande Israele a tutti i costi. Se Netanyahu abbassasse il livello di ferocia, cederebbe il passo all’opposizione che fa campagna elettorale promettendo di essere più dura e decisa dell’attuale governo.
Pensate, le aziende che riforniscono quel poco che entra a Gaza, devono nascondersi agli occhi dei cittadini israeliani che, convinti che i palestinesi debbano morire di fame, giudicano come intollerabile qualsiasi forma di ingresso di generi alimentari nella Striscia e avvierebbero una campagna di boicottaggio contro quelle imprese che invece vendono qualcosa che possa dare il minimo sollievo ai gazawi.
Questo è il Paese che, secondo i giornalisti di casa nostra, sarebbe il presidio dei valori occidentali in Medio Oriente. Questo è il Paese che non si può criticare in Italia altrimenti vieni tacciato di antisemitismo. Questo è il Paese che bombarda ogni giorno su più fronti e che l’Europa tiene sul palmo della mano facendo in modo di non disturbarlo troppo.
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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