Il Papa americano, l’Onu, e il pacifismo alla Casa Bianca

Il fatto è che né gli Usa né tantomeno Trump, fermi come sono al “si vis pacem para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra) hanno titolo politico o tantomeno morale per dare al mondo garanzie di pace. Una “pax americana” non può venire dallo Stato che ha prodotto più guerre dal 1945 ad oggi, tantomeno da un presidente che si è da poco esibito nel sequestro di un Capo di Stato in Venezuela (nandocan)

Alberto Bobbio su Remocontro

L’irritazione della Casa Bianca per il no di Papa Leone al Board of peace di Trump è la misura politica e simbolica della distanza che oggi divide Washington e il Vaticano. Ma è anche la conferma della saggezza della diplomazia della Santa Sede, che non intende mettere piede in alcuno spazio definito da uno schema imperiale, modellato su una leadership personale trionfalistica e un filino anche arrogante.

Sconfessione

Le parole ferme del Cardinale Pietro Parolin sono suonate alla Casa Bianca come una sconfessione, la più importante e anche la più temuta. Parolin ha scavalcato la linea della cautela e il no deciso al Board si tramuta in un avvertimento allo sceriffo del mondo e ai suoi fedeli scudieri a non sbaragliare le Nazioni Unite con un Board che garantirà il disordine mondiale, cambiando i paradigmi delle relazioni internazionali.

Solo l’Onu arbitro globale

Ciò che teme la Santa Sede è la certificazione dello scontro e una diplomazia ridotta, per usare le parole di Bergoglio alla Fao nel 2016, a «esercizio sterile per giustificare egoismi e inattività». L’unico arbitro globale è il Palazzo di Vetro. Parolin dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca lo invitò a mostrare saggezza, auguri prudenti che il Presidente ha scansato. Pensava che con il Papa americano anche il Vangelo diventasse americano, secondo la riproposizione di uno schema neo-costantiniano, interpretato dal nuovo imperatore globale con l’astuzia di chi osserva, reprime e incassa?

L’Imperatore e la sua corte

Evidentemente la Santa Sede non poteva entrare in un processo del genere, che confina ogni spazio di manovra solo sul ristretto e angusto confronto bilaterale e alla logica del rapporto personale con l’imperatore, maestro esclusivo di civiltà, circondato da pochi volonterosi autorizzati per pedigree ideologico o patrimoniale. Il Vaticano ha impiegato un decennio dopo la Seconda Guerra mondiale a prendere confidenza con il multilateralismo. Pacelli riteneva l’Onu una tribuna utile, ma al tempo stesso modello inefficace per la difesa di un ordine mondiale che per lui coincideva con la diffusione dei valori cristiani, visione neoguelfa con Roma cristiana capitale delle Nazioni a garanzia della pace.

Papa Roncalli e la ‘Pacem in terris’

Sarà Roncalli nella «Pacem in terris» a cambiare prospettiva citando l’Onu per la prima volta come istituzione sovranazionale in grado di costruire l’amicizia tra i popoli, libera da protagonismi personali. Nella «Pacem in terris» Papa Giovanni scriverà di «nobilità» circa i compiti delle Nazioni Unite, secondo lo schema della comunità tra Nazioni e del multilateralismo come strategia per affrontare i problemi. Montini certifica la scelta di Roncalli con il memorabile viaggio all’Onu nel 1964, oltre 2.000 delegati ad ascoltarlo, 3.000 giornalisti a riferirne. Dalla tribuna dice «sono uno di voi» e non un maestro e spiega che la Chiesa è solo esperta di umanità.

La guerra a Saddam e la ‘pax americana’

Da allora la Santa Sede è solo andata avanti su questa strada, sottraendo tutte le volte che le è stato possibile argomenti alla logica degli imperi, anche contro l’Onu, dissociandosi con Giovanni Paolo II dalla guerra giusta contro Saddam, dalla dottrina Bush della «pax americana», dalla certificazione della sola responsabilità Usa nella governance del mondo, esattamente come ha fatto Parolin con il Board alternativo di Donald Trump. Per Wojtyla l’Onu aveva il «preciso obbligo morale e politico» di funzionare bene, custode del diritto internazionale, tempio della «teologia delle Nazioni» e «famiglia di popoli» che hanno un bene comune «universale», la vita da proteggere.

Papa leader globale senza interessi da difendere

Sarà Ratzinger nel 2008 ha elaborare davanti all’Assemblea del Palazzo di vetro il concetto di «responsabilità di proteggere» indicando alle Nazioni Unite una via dalla quale non si può tornare indietro. E poi Francesco con la diplomazia della misericordia, la Chiesa autorità morale e il Papa leader globale senza interessi da difendere, a mettere il sigillo perfetto e definitivo sul dialogo multilaterale come sola opportunità strategica di fratellanza tra i popoli.

La saggezza millenaria della Chiesa e quel Vangelo di tutti, indisponibile a recinti ideologici, ha portato all’elaborazione dell’idea dell’Onu indispensabile, quella che Parolin ha difeso con il no al Board dei volonterosi, piccoli imperatori globali e locali.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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