Economist e favole: Stato Robin Hood e poveri Congressisti

da Remocontro

‘I sistemi fiscali sono più progressivi di quanto si pensa’, sostiene il giornale confindustriale britannico facendo la sua parte. Un’illustrazione che mostra una bilancia gigante, con su un lato una grande pila di denaro e l’altro molto più leggero. Col ‘sogno’ di qualcuno –lo Stato-, che spinge il denaro dal lato più pesante a quello più leggero. Un’economia alla “Robin Hood”. Mentre dagli Stati Uniti, piangono i poveri parlamentari vessati di lavoro.

Un uomo in abito elegante coperto da una valigetta sopra la testa, circondato da un grande mucchio di documenti e fogli sparsi.

L’Economist e i populismi di Stato

I dati di fatto. «Non è un segreto che la disuguaglianza sia aumentata in gran parte del mondo ricco negli anni ’80 e ’90 e da allora sia rimasta relativamente elevata. Nel 1980, l’1% più ricco degli americani deteneva il 9% del reddito lordo, percentuale che è salita al 16% entro il 2022. Nello stesso periodo, l’1% più ricco in Europa ha aumentato la propria quota dall’8% al 12%. In effetti, l’aumento della disuguaglianza dei redditi e il suo corollario, la stagnazione dei redditi della classe media, sono stati così evidenti e così diffusi che vengono spesso indicati come una possibile spiegazione dell’ascesa del populismo in tutto il mondo».

Esiste Robin Hood in qualche foresta planetaria?

Eppure c’è una tendenza compensativa molto meno notata, ‘scrivono a Londra’: «con l’aumento della disuguaglianza dei redditi lordi, i codici fiscali sono diventati più progressisti». L’effetto ha più che compensato la crescita della disuguaglianza in gran parte del mondo ricco, e ha quasi tenuto il passo con essa persino nell’America di Trump.

Tra esagerazione e inganno

L’esattore delle tasse di oggi, a quanto pare, assomiglia meno allo sceriffo di Nottingham e più a Robin Hood. «Ha in gran parte impedito ai ricchi di diventare più ricchi e ai poveri di diventare più poveri», afferma azzardando il giornale economico. Con una caduta di credibilità sostenendo che «una redistribuzione su tale scala è un processo inefficiente, che genera molti attriti economici e politici. E più si procede, maggiore è la probabilità che gli allegri espositori delle tasse finiscano i ricchi da derubare».  ‘I ricchi da derubare’? Il trumpismo versione britannica

Al Congresso lavoro più squallido di Washington

«’Io mi sentivo semplicemente schiacciato’, sospira Don Bacon, deputato repubblicano del Nebraska. Sono stanco di fare elezioni ogni due anni. Sono stanco di raccogliere dai sei ai sette milioni di dollari ogni due anni… È una routine quotidiana di 12-14 ore». Il signor Bacon è uno dei 60 membri del Congresso che hanno dichiarato che si dimetteranno dopo le elezioni di medio termine, un numero record così presto in un anno elettorale.

Perché in Italia non accade? Più laboriosi o più furbi?

Alcuni sono anziani; altri desiderano sinceramente trascorrere più tempo con le loro famiglie. Molti, tuttavia, sono frustrati da un lavoro che prevede orari più lunghi, stipendi più bassi, più pericoli e meno energia rispetto al passato. Ma non in Italia.


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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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