Le portaerei USA nel golfo persico. Probabilmente è quello il punto oggi più pericoloso per la pace mondiale. E che a proteggere quest’ultima siano incaricati oggi a Ginevra il ministro degli esteri di Khamenei e un malfamato genero di Trump non ci lascia molto tranquilli (nandocan)
Piero Orteca su Remocontro
Quella tra Stati Uniti e Iran, è una diplomazia ‘stop and go’, in cui le aperture si alternano alle minacce. Così, mentre a Ginevra si tenevano colloqui definiti ‘promettenti’, Alì Khamenei ha avvertito Trump: «Le tue portaerei potrebbero essere affondate». E gli Usa hanno smentito i progressi nei negoziati.

Intesa solo sul metodo
Ieri, a Ginevra, sono riprese le trattative tra Teheran e Washington per la definizione di un nuovo Trattato nucleare. Secondo quanto ha dichiarato il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sarebbe stato raggiunto un accordo di principio sul metodo da seguire nei negoziati. Il diplomatico si è detto convinto che l’incontro ha rappresentato un passo avanti, ma che ci vorrà ancora diverso tempo per arrivare a un’intesa complessiva. Ma in tarda serata è arrivata una vera e propria doccia gelata da Washington. «Il vicepresidente JD. Vance – scrive il Wall Street Journal – ha affermato che l’Iran non ha riconosciuto le richieste fondamentali degli Stati Uniti nei colloqui di martedì, dopodiché la Casa Bianca ha accettato di concedere a Teheran due settimane per colmare le lacune tra le parti. Vance ha affermato che dal suo briefing sui colloqui era chiaro che essi non avevano prodotto alcun progresso, aggiungendo che l’azione militare rimaneva un’opzione.
Ma Trump alza la posta
Araghchi, invece, era stato più possibilista, annunciando la preparazione di bozze di lavoro «che ci scambieremo per studiarle prima di decidere i prossimi passi». Tutto sommato, dunque, una riunione interlocutoria, che secondo lui lascia la porta aperta a tutte le ipotesi. I colloqui a Ginevra sono stati ospitati dal Ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi, presso il suo Consolato. L’inviato di Trump, Steve Witkoff, e suo genero, Jared Kushner, hanno guidato la delegazione americana. In Svizzera, però, si è parlato anche di ‘merito’. In particolare, gli iraniani sarebbero arrivati a offrire una moratoria di tre anni sull’arricchimento dell’uranio. Inoltre si sarebbero detti pronti a trasferire all’estero (probabilmente in Russia) le scorte già in loro possesso. Rumors? Non solo. Almeno a giudicare dalla reazione di Vance. Certo, i negoziati sono anche complicati dal fatto che Trump ha alzato la posta. Adesso, non chiede più solo il controllo del programma nucleare, ma vuole anche una limitazione nello sviluppo dei missili balistici e il taglio dei finanziamenti e del sostegno all’Asse della Resistenza, i numerosi gruppi di guerriglia islamica che operano in tutto il Medio Oriente e nella Penisola arabica.
L’avvertimento di Khamenei
Il ‘Teheran Times’, il giornale degli ayatollah, riporta titolando d’apertura, con grande evidenza, l’ultimo ‘messaggio’ spedito per le spicce a Trump dalla Guida suprema, Alì Khamenei: «Più pericolosa di una nave da guerra americana è l’arma in grado di affondarla». L’articolo prosegue chiarendo (qualora ce ne fosse bisogno) il senso della minaccia. «Mentre sempre più navi da guerra americane si dirigono verso il Golfo Persico – dice Teheran Times – il leader della Rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha avvertito che tali navi rappresentano un pericolo maggiore per gli Stati Uniti che per l’Iran, perché in caso di conflitto verrebbero affondate». Corto e netto. Anche perché le parole dell’erede di Khomeini sono accompagnate dalle massicce manovre militari che i Pasdaran stanno facendo in questi giorni all’imboccatura dello Stretto di Hormuz. Ma come si concilia, dal punto di vista iraniano, quella che sembra una palese ambiguità strategica, tra il bisogno di trattare e un istinto quasi incontrollabile a dare battaglia?
Moderati contro intransigenti
Se è chiaro che a Teheran c’è una scuola di pensiero favorevole al dialogo con l’Occidente, sembra che ci sia anche un’ala del regime più incline a una prova di forza. La mediazione qatarina e quella omanita in qualche modo hanno certamente funzionato. Ma, più ancora, deve aver pesato l’esigenza iraniana di uscire con la testa fuori dall’acqua, per ‘respirare’ politicamente, dopo un periodo in cui il regime ha traballato, scosso dalle manifestazioni di piazza e dopo essere entrato nel mirino di Usa e Israele perché ritenuto in grado di dotarsi della ‘Bomba’.
Tuttavia, la montagna di problemi che la teocrazia persiana deve ancora scalare, non si è spostata di un millimetro. Dentro i palazzi del potere sciita, si agitano scuole di pensiero (e sensibilità) diverse, sul modo di affrontare la crisi. I ‘moderati’ del governo, dal Presidente Masoud Pezeshkian al Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, spingono per la trattativa con Washington. Ritengono che sia l’unico modo per salvare il Paese, senza traumatizzarlo con un conflitto che potrebbe essere devastante.
Mirano a concedere il possibile e a ottenere in cambio un ‘bonus’ sulle sanzioni, che ora stanno mettendo in ginocchio ciò che resta dell’economia iraniana. Per ottenere tutto questo, hanno bisogno di tempo e giocano la carta della de-escalation. Dall’altro lato, però, ci sono gli intransigenti, i ‘duri e puri del regime’, coloro che sono legati al Corpo delle Guardie rivoluzionarie. Che fanno del fondamentalismo la loro fede e del martirio una delle strategie militari più ambite. Con questi ultimi è pressoché impossibile dialogare.
Il vicepresidente Vance, giudicando negativamente l’incontro di ieri a Ginevra, ha tuttavia concesso una moratoria di due settimane di tempo agli ayatollah ‘per ripensarci’. Secondo le notizie ufficiosamente diffuse dal Pentagono, è giusto il tempo che la possente squadra navale raccolta intorno alla portaerei ‘Bush’ impiegherà per riunirsi alla flotta della ‘Lincoln’, nel Golfo Persico. Da quel momento in poi, potrà succedere di tutto.
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