‘Board of Peace’ a Gaza e annessione in Cisgiordania

Le portaerei USA nel golfo persico. Probabilmente è quello il punto oggi più pericoloso per la pace mondiale. E che a proteggere quest’ultima siano incaricati oggi a Ginevra il ministro degli esteri di Khamenei e un malfamato genero di Trump non ci lascia molto tranquilli (nandocan)

Piero Orteca su Remocontro

Quella tra Stati Uniti e Iran, è una diplomazia ‘stop and go’, in cui le aperture si alternano alle minacce. Così, mentre a Ginevra si tenevano colloqui definiti ‘promettenti’, Alì Khamenei ha avvertito Trump: «Le tue portaerei potrebbero essere affondate». E gli Usa hanno smentito i progressi nei negoziati.

Diagramma dell'USS Abraham Lincoln, portaerei nucleare di classe Nimitz, con informazioni su velocità, equipaggio, propulsione, capacità aerea, autonomia e dislocamento, insieme a un confronto visivo con la Torre Eiffel.

Intesa solo sul metodo

Ieri, a Ginevra, sono riprese le trattative tra Teheran e Washington per la definizione di un nuovo Trattato nucleare. Secondo quanto ha dichiarato il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sarebbe stato raggiunto un accordo di principio sul metodo da seguire nei negoziati. Il diplomatico si è detto convinto che l’incontro ha rappresentato un passo avanti, ma che ci vorrà ancora diverso tempo per arrivare a un’intesa complessiva. Ma in tarda serata è arrivata una vera e propria doccia gelata da Washington. «Il vicepresidente JD. Vance – scrive il Wall Street Journal – ha affermato che l’Iran non ha riconosciuto le richieste fondamentali degli Stati Uniti nei colloqui di martedì, dopodiché la Casa Bianca ha accettato di concedere a Teheran due settimane per colmare le lacune tra le parti. Vance ha affermato che dal suo briefing sui colloqui era chiaro che essi non avevano prodotto alcun progresso, aggiungendo che l’azione militare rimaneva un’opzione.

Ma Trump alza la posta

Araghchi, invece, era stato più possibilista, annunciando la preparazione di bozze di lavoro «che ci scambieremo per studiarle prima di decidere i prossimi passi». Tutto sommato, dunque, una riunione interlocutoria, che secondo lui lascia la porta aperta a tutte le ipotesi. I colloqui a Ginevra sono stati ospitati dal Ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi, presso il suo Consolato. L’inviato di Trump, Steve Witkoff, e suo genero, Jared Kushner, hanno guidato la delegazione americana. In Svizzera, però, si è parlato anche di ‘merito’. In particolare, gli iraniani sarebbero arrivati a offrire una moratoria di tre anni sull’arricchimento dell’uranio. Inoltre si sarebbero detti pronti a trasferire all’estero (probabilmente in Russia) le scorte già in loro possesso. Rumors? Non solo. Almeno a giudicare dalla reazione di Vance. Certo, i negoziati sono anche complicati dal fatto che Trump ha alzato la posta. Adesso, non chiede più solo il controllo del programma nucleare, ma vuole anche una limitazione nello sviluppo dei missili balistici e il taglio dei finanziamenti e del sostegno all’Asse della Resistenza, i numerosi gruppi di guerriglia islamica che operano in tutto il Medio Oriente e nella Penisola arabica.

L’avvertimento di Khamenei

Il ‘Teheran Times’, il giornale degli ayatollah, riporta titolando d’apertura, con grande evidenza, l’ultimo ‘messaggio’ spedito per le spicce a Trump dalla Guida suprema, Alì Khamenei: «Più pericolosa di una nave da guerra americana è l’arma in grado di affondarla». L’articolo prosegue chiarendo (qualora ce ne fosse bisogno) il senso della minaccia. «Mentre sempre più navi da guerra americane si dirigono verso il Golfo Persico – dice Teheran Times – il leader della Rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha avvertito che tali navi rappresentano un pericolo maggiore per gli Stati Uniti che per l’Iran, perché in caso di conflitto verrebbero affondate». Corto e netto. Anche perché le parole dell’erede di Khomeini sono accompagnate dalle massicce manovre militari che i Pasdaran stanno facendo in questi giorni all’imboccatura dello Stretto di Hormuz. Ma come si concilia, dal punto di vista iraniano, quella che sembra una palese ambiguità strategica, tra il bisogno di trattare e un istinto quasi incontrollabile a dare battaglia?

Moderati contro intransigenti

Se è chiaro che a Teheran c’è una scuola di pensiero favorevole al dialogo con l’Occidente, sembra che ci sia anche un’ala del regime più incline a una prova di forza. La mediazione qatarina e quella omanita in qualche modo hanno certamente funzionato. Ma, più ancora, deve aver pesato l’esigenza iraniana di uscire con la testa fuori dall’acqua, per ‘respirare’ politicamente, dopo un periodo in cui il regime ha traballato, scosso dalle manifestazioni di piazza e dopo essere entrato nel mirino di Usa e Israele perché ritenuto in grado di dotarsi della ‘Bomba’.

Tuttavia, la montagna di problemi che la teocrazia persiana deve ancora scalare, non si è spostata di un millimetro. Dentro i palazzi del potere sciita, si agitano scuole di pensiero (e sensibilità) diverse, sul modo di affrontare la crisi. I ‘moderati’ del governo, dal Presidente Masoud Pezeshkian al Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, spingono per la trattativa con Washington. Ritengono che sia l’unico modo per salvare il Paese, senza traumatizzarlo con un conflitto che potrebbe essere devastante.

Mirano a concedere il possibile e a ottenere in cambio un ‘bonus’ sulle sanzioni, che ora stanno mettendo in ginocchio ciò che resta dell’economia iraniana. Per ottenere tutto questo, hanno bisogno di tempo e giocano la carta della de-escalation. Dall’altro lato, però, ci sono gli intransigenti, i ‘duri e puri del regime’, coloro che sono legati al Corpo delle Guardie rivoluzionarie. Che fanno del fondamentalismo la loro fede e del martirio una delle strategie militari più ambite. Con questi ultimi è pressoché impossibile dialogare.

Il vicepresidente Vance, giudicando negativamente l’incontro di ieri a Ginevra, ha tuttavia concesso una moratoria di due settimane di tempo agli ayatollah ‘per ripensarci’. Secondo le notizie ufficiosamente diffuse dal Pentagono, è giusto il tempo che la possente squadra navale raccolta intorno alla portaerei ‘Bush’ impiegherà per riunirsi alla flotta della ‘Lincoln’, nel Golfo Persico. Da quel momento in poi, potrà succedere di tutto.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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