Il discorso del premier canadese Carney a Davos

Quello che segue e il testo integrale del discorso pronunciato a Davos dal presidente del Canada Carney, che con una chiarezza che manca purtroppo ai dirigenti europei non si limita a denunciare la triste realtà della logica della forza imposta dal presidente americano ai rapporti internazionali, ma indica anche quale potrebbe/dovrebbe essere la risposta di chi non intende arrendersi. Una risposta che certo non esclude la necessità di un riarmo per chi è più direttamente minacciato dalla “strategia” trumpiana ma al tempño stesso rifiuta la tendenza oggi diffusa ad “adeguarsi per sopravvivere” per le “potenze di medio livello” . “Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo. Ma guardiamo con lucidità a dove questo conduce. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile”. (nandocan)

da Remocontro (I)

«È un piacere – e un dovere – essere con voi in questo momento di svolta per il Canada e per il mondo. Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vi propongo anche un’altra tesi: che altri Paesi, in particolare le potenze di medio livello come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.
Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine internazionale basato sulle regole si sta dissolvendo. Che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile – la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica esiste una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi per sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità garantisca sicurezza. Non lo farà.
Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. In esso poneva una domanda semplice: come si manteneva il sistema comunista?
La sua risposta cominciava con un fruttivendolo.

Ogni mattina questo negoziante esponeva in vetrina un cartello: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!». Non ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque – per evitare guai, per segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante, in ogni strada, faceva lo stesso, il sistema persisteva.
Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone comuni a rituali che in privato sapevano essere falsi.
Havel definì questo atteggiamento «vivere nella menzogna». Il potere del sistema non derivava dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità proveniva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.
È tempo che le imprese e i Paesi tolgano i loro cartelli.
Per decenni Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità. Potevamo perseguire politiche estere fondate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero auto-esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile e, in particolare, l’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno a quadri per la risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E per lo più abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Negli ultimi due decenni una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. (continua)


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere