Il discorso del premier canadese Carney a Davos (II)

da Remocontro

Non si può vivere nella menzogna del beneficio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione.
Le istituzioni multilaterali su cui facevano affidamento le potenze medie – il WTO, l’ONU, le COP, l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi – sono fortemente indebolite.
Di conseguenza, molti Paesi stanno giungendo alle stesse conclusioni. Devono sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento.
Questo impulso è comprensibile. Un Paese che non è in grado di nutrirsi, di rifornirsi di energia o di difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo.
Ma guardiamo con lucidità a dove questo conduce. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.

E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire senza ostacoli il proprio potere e i propri interessi, i benefici del “transazionalismo” diventano più difficili da replicare. Le potenze egemoni non possono monetizzare indefinitamente le loro relazioni.
Gli alleati diversificheranno per coprirsi dall’incertezza. Compreranno assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce la sovranità – una sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.
Come ho detto, una gestione del rischio di questo tipo ha un costo, ma il costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli investimenti collettivi nella resilienza sono meno onerosi che costruire ciascuno la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità generano benefici a somma positiva.
La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, avviando un cambiamento profondo della propria postura strategica. I canadesi sanno che la vecchia e comoda convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida.

Il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo basato sui valori” oppure, in altre parole, sull’essere al tempo stesso guidati da principi e pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani.
Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo attivamente il mondo per quello che è, non aspettiamo un mondo che vorremmo fosse. Il Canada sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo privilegiando un coinvolgimento ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che essa comporta e le poste in gioco per ciò che verrà.
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria.
Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le tasse su redditi, plusvalenze e investimenti delle imprese, abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e stiamo accelerando mille miliardi di dollari di investimenti in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modo da rafforzare le nostre industrie nazionali. Ci stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’Unione europea, inclusa l’adesione a SAFE, il sistema europeo di appalti per la difesa.
Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato altri dodici accordi commerciali e di sicurezza in quattro continenti. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur. Per contribuire alla soluzione dei problemi globali perseguiamo una geometria variabile: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi. Sull’Ucraina siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza.
Sulla sovranità artica stiamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico a determinare il futuro della Groenlandia.

Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile.

Lavoriamo con i nostri alleati NATO – compresi quelli nordici e baltici – per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti del Canada in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, velivoli e presenza sul terreno. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio plurilaterale sosteniamo la creazione di un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione europea, dando vita a un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone.
Sui minerali critici stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al G7, per consentire al mondo di ridurre la dipendenza da forniture concentrate.
Sull’intelligenza artificiale cooperiamo con democrazie affini per evitare di essere costretti, in ultima analisi, a scegliere tra egemoni e hyperscaler (i grandi fornitori di servizi cloud).
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né è affidarsi a istituzioni indebolite. È costruire coalizioni che funzionano, tema per tema, con partner che condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, si tratterà della grande maggioranza delle nazioni. Ed è creare una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, su cui potremo fare affidamento per le sfide e le opportunità future.
Le potenze medie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù.
Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare e la leva per dettare le condizioni.
Le potenze medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra noi per essere i più accomodanti».


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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