Ecologia auto. Ue ‘Indietro tutta’, ma la crisi avanza

Dagli affari dell’industria bellica a quelli del petrolio. Non c’è desiderio di pace o necessità ambientale che possa turbare i sogni o limitare gli interessi dei ricchi, obbligandoli a una riconversione. Quanto alle proteste dei lavoratori e delle sinistre, si cerca di far bastare lo spettro e il ricatto dell’occupazione. È il capitalismo, bellezza (nandocan)

Ennio Remondino su Remocontro

C’era una volta la norma Ue che imponeva la fine dei motori termici -benzina o diesel-, al 2035. Ma la transizione ecologica del settore auto muore sepolta dai produttori, dai popolari europei, dalle destre e da numerosi governi – primi fra tutti quelli italiano e tedesco -, insieme a diversi paesi dell’est Europa. Ma insisteremo con le domeniche ecologiche.

Anto benzina o diesel in retromarcia

Ieri la Commissione Ue ha presentato il «pacchetto automotive» sul futuro industriale ed energetico dei veicoli prodotti e commercializzati nell’Ue. Non è più previsto l’addio a benzina e diesel inquinanti entro dieci anni. Come? Taglio delle emissioni di Co2 dal 100% al 90%. E l’uso di carburanti alternativi: e-fuels e biocarburanti, voluti rispettivamente da Berlino e da Roma proprio per continuare a produrre motori endotermici. Un modo per evitare i costi della transizione ecologica ed energetica e tenere testa alla concorrenza cinese, dicono i sostenitori della retromarcia.

«Per i critici – sinistra e ambientalisti -, al contrario, la scelta della Commissione lascia indietro il settore automotive in Europa rispetto alla Cina, ormai lanciata nell’elettrificazione di cui è leader globale», denuncia Andrea Valdambrini sul manifesto.

‘Decarbonizzazione’ a picco

Mantenendo in vita la produzione e la vendita di tutti i tipi di motori (leggi: non l’elettrico), l’Ue raggiunge la «piena neutralità tecnologica». ‘Neutralità’ al carbonio sostenuta soprattutto da Manfred Weber, potente leader Ppe e primo ispiratore della retromarcia compiuta da Von der Leyen, a nome degli interessi dell’industria automobilistica tedesca. Qualche favore tra amici di partito e connazionali non si può certo negare. «Una manovra di deregolamentazione che mette a rischio i diritti di lavoratori e lavoratrici, la salute dei cittadini e il futuro climatico di tutti», l’accusa di sinistra, verdi e scienziati.

Smantellamento di regole alla Trump

«Manca soltanto l’ultimo passaggio formale in Consiglio Ue, prima che il grande annacquamento delle norme sulla sostenibilità ambientale delle multinazionali diventi ufficialmente legge europea», prosegue Valdambrini. «Se la legislazione per la tutela dell’ecosistema e il contrasto al cambiamento climatico aveva sempre visto l’Ue all’avanguardia nel mondo, ora Bruxelles ha ampiamente svuotato i propri obiettivi climatici con deroghe e concessioni».

Ma attenti a noi: Ursula bis ancora per quanto? Cresce la spaccatura tra popolari e progressisti. Un avvertimento al Ppe, che rivendica come propria vittoria la svolta sull’automotive, arriva dal gruppo socialista mentre Legambiente parla di «scelta miope, perdente» e perfino «dannosa per la competitività futura del settore automobilistico».

Il settore è in declino e pagano gli operai

Intanto Sebastiano Canetta da Berlino avverte: «Dopo aver passato sei mesi a lavorare ai fianchi la Commissione insieme al governo Meloni, il cancelliere Merz incassa ‘il riesame delle scadenze’ che aveva promesso all’industria nazionale dell’auto ormai schiacciata dalla superiorità tecnologica, finanziaria e produttiva dei cinesi». ‘Agli ordini’. Come chiedevano i manager di Volkswagen, Bmw e Mercedes, il motore a benzina e diesel sopravviverà, ma niente «potrà fermare il lento ma continuo soffocamento del made in Germany».

Dalle auto ai carri armati e poi?

Nell’ultimo anno in Germania nel settore dell’auto si sono persi quasi 48 mila posti di lavoro: occupati a quota 721 mila dipendenti, il dato più basso degli ultimi 25 anni. Appena 650 mila nel 2027, la previsione. L’idea di dare una seconda vita al motore a scoppio si rivela un trucco che durerà molto poco. Un trucco per non affrontare la concorrenza cinese, riassumono gli esperti di automotive sganciati dalla lobby dell’auto. Mentre per Volkswagen le cose continuano ad andare male, e per la prima volta ha interrotto la produzione in uno stabilimento in Germania.

La ‘fabbrica trasparente’ di Dresda

Il 16 dicembre la Volkswagen ha sospeso la produzione in un impianto in Germania, per la prima volta da quando venne fondata, nel 1937. La Volkswagen vende sempre meno macchine: crisi emblematica della grave difficoltà di tutto il settore europeo dell’auto, che fatica a confrontarsi con la transizione verso i veicoli elettrici, con la concorrenza cinese e con i dazi di Trump. A fermarsi è stato lo stabilimento di Dresda, noto come ‘fabbrica trasparente’, per la struttura vetrata voluta dall’azienda come simbolo del rilancio negli anni successivi alla riunificazione della Germania.

Le difficoltà di Volkswagen sono condivise con la grande maggioranza dei produttori europei di auto, primo tra tutti Stellantis, la società nata dalla fusione tra la francese PSA e l’italo-statunitense FCA (Fiat Chrysler Automobiles, multinazionale nata dalla fusione tra Fiat e Chrysler, per poi creare l’attuale holding che gestisce i marchi Fiat, Jeep, Alfa Romeo, Chrysler, Dodge, Lancia e Maserati). In Italia Stellantis ha ridotto parecchio la sua produzione e ha messo in cassa integrazione migliaia di lavoratori.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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