«Make money not war», soldi e non guerra il Trump pensiero

Valerio Sale su Remocontro

Potrebbe essere il titolo della Strategia per la sicurezza nazionale (NNS) dell’America di Trump. Perché la potenza geopolitica degli Usa passa necessariamente per la difesa del suo sistema di potere economico e finanziario sostenuto da tre pilastri: deficit, debito e dollaro.

Strategie sovraniste di Trump e dati economici

Le strategie sovraniste di Trump deviano e occultano i dati economici di fatto. A partire dalla competizione con la Cina, il maggior pericolo per l’architettura Maga. Lo spiega Robin Harding del Financial Times, che durante un viaggio in Cina ha posto a economisti, tecnici e leader aziendali sempre la stessa domanda: “Qual è il prodotto che, in futuro, la Cina vorrebbe acquistare dal resto del mondo?”. La risposta che ha ricavato non lascia spazio a interpretazioni: nessuno.  

Secondo Harding, la Cina non vuole importare nulla che ritenga possibile produrre internamente — e, soprattutto, meglio e a minor prezzo. Nulla per cui accettare di dipendere da fornitori stranieri anche solo un giorno più del necessario. È ancora cliente per semiconduttori, software, aerei commerciali e macchinari avanzati, certo. Ma sta già preparando il momento in cui sarà autonoma. E quando quel momento arriverà, inizierà a esportare ciò che oggi si limita a comprare.

I motivi sono chiari: diminuire la dipendenza da altri Paesi, proteggersi da sanzioni o da crisi internazionali, controllare più da vicino l’economia nazionale. Principi di autarchia che sintetizzano bene la differenza tra le due superpotenze: gli Usa consumano più di quanto producono, mentre la Cina produce più quanto consuma.

La conferma arriva dalle prima pagine di questi giorni dei quotidiani economici: il 2025 dell’economia cinese si conclude con un record, il surplus commerciale di beni ha superato per la prima volta i mille miliardi di dollari, evidenziando un boom delle esportazioni.

Secondo le Dogane cinesi, l’import si attesta invece appena a +1,9% (a fronte di attese a +2,8%), malgrado Pechino abbia rinnovato gli impegni sui maggiori acquisti all’estero per bilanciare gli scambi con i partner. Impegni disattesi dalla volontà di presidiare le vendite mondiali e assai meno di commerciare su basi di reciproci accordi.

Demagogia trumpiana ed ‘età dell’oro’

Ma torniamo alla demagogia trumpiana degli annunci sull’arrivo dell’età dell’oro. Pensare di tornare al “come si stava bene prima” è quanto meno fantasioso. I dazi non sono funzionali alla reindustrializzazione degli Stati Uniti perché un operaio vietnamita o cinese costa 6 euro l’ora contro i 30-32 di un americano.

Considerando che l’automazione industriale dei paesi asiatici è ormai simile a quella americana, i prezzi saranno sempre inferiori e i dazi non possono essere sufficienti a riportare in massa gli americani nelle fabbriche. I dazi non ce la fanno neppure a ridurre il deficit pubblico, soprattutto se lo si appesantisce maggiormente con la riduzione delle tasse.

Il taglio della spesa pubblica promesso (2mila miliardi di dollari) è fallito costringendo Elon Musk a posare la motosega e ritornare ai suoi affari personali. Ricorsi in tribunale e re-integrazioni nel settore pubblico hanno impedito il licenziamento di interi comparti. Questo come semplice conseguenza di un sistema di contropoteri democratico (check and balance) che impedisce a un singolo governo di cambiare la legislazione vigente in materia di lavoro.

La conseguenza di tutto ciò si ribalta sul debito pubblico che non solo non si riduce, ma rischia di crescere ulteriormente. Ed ecco la minaccia che mina alle basi la strategia di Trump: il debito pubblico, considerato come l’architrave dei mercati finanziari mondiali, non è più considerato un rifugio per gli investimenti internazionali.

I titoli di Stato americani, i Treasury , che negli anni sono stati comprati dall’estero in funzione del deficit commerciale hanno visto nell’ultimo anno ridursi la quantità posseduta all’estero, Cina in primis, a fronte di un calo di fiducia e del timore degli investitori sulla capacità di controllo del gigantesco debito pubblico.

Dopo i limiti al contenimento del deficit, l’esplosione del debito, è il dollaro a uscirne ridimensionato. I mercati finanziari hanno iniziato un cammino alla ricerca di altri “luoghi sicuri” (oro, valute digitali, altre monete forti come il franco svizzero) che potrebbe portare a una crescente de-dollarizzazione.

Europa stretta nella tenaglia tra Usa e Russia

Ma se gli Usa hanno margini di negoziazione con la Cina in settori come i microprocessori di cui i cinesi hanno ancora bisogno, lo stesso non si può dire dell’altro attore incluso nel piano di Trump, l’Europa. Dal NSS emerge un’Unione Europea stretta nella tenaglia tra Usa e Russia.

Una minaccia esistenziale che incombe da ben prima dell’attualità di questi giorni e che affonda le sue radici nel primo mandato di Trump, quando si rafforzava il rapporto tra l’ideologo del Maga Steve Barron e le oligarchie russe sotto il rigido controllo di Putin. A Bruxelles si dormiva o si faceva finta di non capire che il potere per entrambi è fare i soldi e non la guerra.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere