In Argentina Trump fa la differenza

di Livio Zanotti

Con tutte le sue particolarità, storiche e geografiche, l’Argentina è purtuttavia parte del sistema politico-culturale dell’Occidente. E ne condivide la crisi epocale che lo sconvolge. E’ ben noto, certo! Ma non è inutile rammentarlo. A maggior ragione al lettore italiano, che non ha dimenticato il coinvolgimento nel default argentino del 2001-2002 di quanti – numerosi – avevano acquistato i tango-bond. Il rischio di un nuovo default è intervenuto infatti pesantemente nel risultato elettorale. E aiuta a comprendere la sostanziale quanto sorprendente vittoria del partito del presidente Javier Milei alle elezioni supplettive nazionali di ieri, che cambia in suo favore gli equilibri parlamentari. Quindi la pericolante tenuta del suo governo, che infatti aveva dichiarato di voler cambiare. Il quasi 41% ottenuto contro lo scarso 25% dell’opposizione peronista nel rinnovo della metà dei deputati e un terzo dei senatori, non affida a Milei la maggioranza del Congresso. Ma decisamente lo rafforza nella permanente caccia ad alleati da subordinare, cominciando dai conservatori dell’ex presidente Mauricio Macri. Paradossalmente annoverato stamane dai commentatori tra i primi sconfitti.

 Brutalità della politica di Milei

Trump era stato brutalmente chiaro: ”l’Argentina scarseggia di tutto, sta lottando per la sopravvivenza!”. Spiegando che se Milei non avesse vinto le elezioni, dei 20 miliardi di dollari dell’ulteriore prestito promesso, indispensabili alle riserve della banca centrale per arrestare il continuo deprezzamento della moneta nazionale, non si sarebbe più neanche parlato. Poiché sarebbero apparse praticamente impossibili le riforme fiscale, del diritto del lavoro e della sanità pubblica su cui nelle intenzioni di Milei e Trump si basa la riduzione dei costi di produzione che dovrebbe infine portare nel paese investimenti esteri. “Non vogliamo un altro stato fallito in America Latina, un’Argentina forte e stabile è nell’interesse degli Stati Uniti”, aveva aggiunto alla vigilia delle elezioni il ministro del Tesoro Scott Bessent. E l’eco di questi loro ammonimenti – per approvarli o per polemizzare contro giudizi ritenuti intromissioni negli affari interni di un paese sovrano – erano stati ripresi con il massimo rilievo dalla grande informazione argentina. Mentre dollaro e rischio-paese salivano così come i prezzi al consumo di bar e supermercati. E ogni giorno una ventina di piccole o medie imprese tiravano giù le saracinesche. 

Ma nessuna alternativa credibile 

Ciò che non maschera, però, il tonfo subito dell’opposizione peronista, che solo qualche settimana addietro aveva trionfato nel voto politico-amministrativo della regione di Buenos Aires, la più popolosa e ricca del paese. C’è che alla dichiarata brutalità della politica di Milei e dei suoi alleati non è stata opposta un’alternativa davvero credibile. Inoltre le divisioni interne, sopite in apparenza, mai risolte realmente, hanno dirottato una parte decisiva dell’elettorato già intimorito dalle drammatiche e immediate prospettive della crisi. Unito, il populismo peronista non è mai stato. Per questo al movimento è indispensabile unleader autorevole. La popolarità di Cristina Kirchner è indubbiamente vasta, talvolta trascinante. Al tempo stesso, la sua natura accentratrice genera malumori permanenti e la recente condanna giudiziaria pur non immacolata nelle procedure l’ha irrevocabilmente disabilitata. Pur salva dall’umiliazione del carcere, la reclusione domiciliaria ne paralizza il dinamismo, impedendole l’intervento diretto. 

Integrazione subordinata agli USA 

Il relativo buon esito ottenuto nelle urne dal suo successore di fatto, il governatore della provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof, rappresenta vizi e virtù della forza politica interclassista e verticalista inventata dal generale Juan Domingo Peròn, 82 anni addietro. Ne costituisce un ormai ineludibile cambio generazionale, a fronte del narcisismo che affligge ovunque la politica e caratterizza in particolare il movimento argentino. Mettendo alla prova la sua capacità complessiva di misurarsi non solo né principalmente con l’evoluzione delle gerarchie interne; bensì soprattutto con la loro emancipazione dalla natura essenzialmente distributiva del progetto economico. Peròn usò il colpo di stato militare per ancorarlo alla fondazione di un’industria manifatturiera, erede dello spirito di iniziativa e dei talenti dell’artigianato portato dalla migliore immigrazione. Anche tralasciando importanti aspetti della questione, l’enormità degli investimenti finanziari e di conoscenza tecnica necessari oggi per un’impresa analoga, vanno ben oltre le possibilità dei confini nazionali. E’ un discorso che per quanto se ne sa, non ha neppure sfiorato il dibattito pre-elettorale argentino. E’ anche da questi ritardi che ha tratto credibilità il progetto d’integrazione subordinata agli Stati Uniti di Javier Milei.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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