La crisi economica americana sui singoli Stati Europei

Quello che è difficile capire è che Il sistema bancario italiano sia ancora, quasi sessant’anni dopo l’unione doganale europea e la nascita del mercato comune, “per lo più nelle mani di un paio di famiglie (Del Vecchio, Caltagirone e in parte Doris) e dei fondi americani Blackrock e Vanguard”. Ma che di fatto “l’unione europea” non esiste e conti poco per questo, lo ha ripetuto ieri alla “7” anche Romano Prodi, di certo tra i più competenti in materia. A riprova che i “sovranismi” non danno “sovranità” . (nandocan)

Valerio Sale su Remocontro

Almeno 22 Stati Usa sono già entrati in recessione o in forte contrazione economica. Assieme a circa un terzo del prodotto interno lordo Usa. E lo dice Moody’s Analytics. Altri 13 Stati, ‘galleggiano’ e solo 16 vanno bene. E la strategia degli Usa di Trump a difesa del proprio sistema economico passa attraverso le manovre dei singoli Paesi membri della Ue. Debito insostenibile, dollaro troppo debole, ritardare l’esplosione della bolla finanziaria: tutto si riassume nel tentativo di far pagare il conto agli europei.

Manifestazione con persone in abiti a righe, che indossano teste di cartapesta caricaturali di figure politiche, tra cui Donald Trump, con un cartello che dice 'TRUMP AGAIN' sullo sfondo.

Gli Stati clientes dell’impero americano

Nella logica più cruda dell’imperio, gli Usa stanno cercando di scaricare i propri costi sui propri clientes, secondo un modello consolidato che l’impero romano applicava alle province dell’impero. Gli Usa lo fanno mediante un trasferimento costante di liquidità tramite i dazi; prelevando risparmio europeo con le Stablecoin che hanno come sottostante il dollaro per evitare di farlo crollare e, infine, interferendo con i singoli provvedimenti di politica economica dei governi.

Volkswagen e i semiconduttori

Le province dell’impero non hanno capacità di reazione e in parte rivendicano contiguità politiche con l’ideologia trumpiana. È il caso di Olanda, Germania e Italia, le tre economie più dipendenti dal mercato americano e che, in subordine, applicano provvedimenti di natura commerciale e finanziaria. Partiamo dalla notizia che arriva dalla Germania, dove la Volkswagen si prepara a fermare la produzione in alcune unità produttive. Il quotidiano Bild scrive che la causa della decisione sarebbe nella difficoltà nel rifornirsi di semiconduttori con cui oggi le automobili vengono fabbricate. Per dare un’idea del fabbisogno produttivo basti pensare che l’ultimo modello della Golf, per esempio, contiene tra 6000 a 8000 chip per ogni veicolo. Ed è proprio a Wolfsburg dove si produce la Golf che l’azienda avrebbe già avviato le trattative per la cassa integrazione. Il motivo è legato al conflitto sui semiconduttori creato dalla decisione dell’Olanda di assumere il controllo temporaneo – per motivi di sicurezza nazionale – di Nexperia, produttore di semiconduttori di proprietà cinese con sede nei Paesi Bassi.

E si torna ad America-Cina

Quando si parla di semiconduttori e di sicurezza nazionale, si parla di Cina. Bild fa riferimento alle pressioni Usa su Nexperia per bloccare le forniture di Pechino e quindi proseguire nella sua guerra commerciale per procura. La Volkswagen ha dichiarato che la sospensione della produzione era «pianificata e non correlata al caso Nexperia». Ma è un fatto che la reazione della Cina alla decisione del governo olandese sia stata quella di bloccare le esportazioni dei chip. E costruttori come Bmw, Volkswagen, Mercedes e Stellantis sono fortemente dipendenti dai componenti Nexperia per i sistemi elettronici dei veicoli. La redazione economica del Corriere della Sera riporta che la misura dell’Aia, adottata il 30 settembre, è stata presa invocando «gravi carenze di governance» e rischi per «la salvaguardia di conoscenze tecnologiche cruciali». Pechino, da parte sua, aveva subito denunciato «l’interferenza guidata da pregiudizi geopolitici».

Europa agli ordini

L’evidenza dimostra che Nexperia è oggi controllata al 100% dal gruppo cinese Wingtech, inserito a fine 2024 nella «entity list» americana, nel gruppo cioè di realtà straniere che il governo Usa ritiene possano rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale o gli interessi di politica estera. L’Olanda si allinea, o meglio risponde, in questo caso agli ordini di Washington. Quanto ai tedeschi, la direzione degli investimenti del governo Merz è da tempo concentrata sull’enorme piano di riarmo a trazione americana che fa apparire l’automobile un settore in dismissione, o in riconversione, fate voi. La cinese Byd ha raddoppiato il numero di concessionari in Germania nel corso di quest’anno. Una tendenza che anche l’ex italiana Stellantis conferma con la notizia di questi giorni in cui si appresta a fare entrare nei propri saloni anche le Byd, diventando a tutti gli effetti un commerciante di veicoli cinesi.

La provincia italica

Dall’Olanda, passando per la Germania si arriva alla provincia italica dell’impero. Qui, dove il prelievo daziario americano incide su oltre il 20% del totale dell’export del Made in Italy, la recente manovra finanziaria evidenzia due sintomi del subordine transatlantico al sistema e al progetto di Trump. La proposta di una componente del governo di reperire risorse finanziarie dalla tassazione degli extra profitti delle banche ha provocato la reazione ‘barricadera’ dei rappresentati di quel capitalismo nazionale che ha un baricentro finanziario negli Stati Uniti. Negli ultimi tre anni le banche italiane hanno macinato profitti stratosferici di 138 miliardi di euro. Il sistema bancario italiano è per lo più nelle mani di un paio di famiglie (Del Vecchio, Caltagirone e in parte Doris) e dei fondi americani Blackrock e Vanguard.  Il portafoglio dei risparmiatori europei è da tempo indirizzato sulle grandi aziende Usa ad alta capitalizzazione, ovvero le Big Tech.

Scia trumpiana

L’obbiettivo è quindi di non applicare tassazioni aggiuntive ai soliti noti Google, Amazon, Apple e mantenere alto il valore del collegamento finanziario che garantisce un sistema di potere intrecciato alla politica. Politica che, sempre in subordine al disegno trumpiano di smantellamento dei regolamenti europei, ha licenziato la manovra finanziaria con la domanda della premier italiana a Bruxelles, di abbandonare il Green Deal e le politiche a difesa dell’ambiente per rilanciare l’economia.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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