Lo «gnommero» della guerra ucraina e le sporche coscienze

Ancora una volta, tutto è possibile con la pace, niente è possibile con la guerra. Una premessa che vale sempre e comunque per qualsiasi conflitto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che la fatica del confronto e la disponibilità al compromesso sono sempre più convenienti del prezzo di distruzione e morte che ogni guerra comporta, sia per il vinto che per il presunto vincitore. Tanto più se comporta il rischio di un’escalation con la folle minaccia del nucleare da una o da entrambe le parti. Sono considerazioni ovvie ma a quanto pare insufficienti per indurre a riprendere la strada del disarmo bilaterale controllato. I guerrafondai più o meno mascherati ora da giustizieri, ora da protettori della pace (“si vis pacem para bellum”), non cessano di proporre un confronto al rialzo degli investimenti militari. Ieri ho sentito perfino proporlo in tv come un modo per rilanciare l’economia. (nandocan)

da Remocontro

Oggi vertice degli europei a Parigi. Stati Uniti e Russia si incontrano domani a Riad. I leader del Vecchio Continente, con la Nato, chiamati a raccolta da Macron per non essere esclusi dalla partita a due tra Mosca e Washington. Putin invita Trump in Russia. Il presidente americano ribadisce: ‘Zelensky sarà coinvolto nei negoziati di pace’. Gli Usa vogliono il cessate il fuoco entro Pasqua. Ma è sulla partita che s’è aperta tra Stati Uniti ed Europa che occorre adesso ragionare.

Con Tommaso Di Francesco dal Manifesto che ci dice dello ‘gnommero’ della guerra ucraina. «Dove La strategia di Trump è gangsteristica, ma invece di intravvedere la possibilità che si apre, l’Europa ragiona come se incredibilmente la pace fosse un pericolo

Lo ‘gnommero’ dell’Europa ipocrita

C’è una parola in particolare che descrive quello che è diventata la guerra ucraina. La prendiamo dal vocabolario del grande scrittore Emilio Gadda, che la mutuò da quello romanesco per il romanzo Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, ed è «gnommero». Vuol dire groviglio, garbuglio, matassa annodata, per la quale, se non si va al capo iniziale con cui il gomitolo è stato inizialmente avvolto, non c’è alcuna possibilità di sbrogliarlo. Perché è ormai proprio uno gnommero la crisi che da quasi tre anni si consuma nel sangue di tante giovani vite, ucraine e russe, una intera generazione mandata al macello nel cuore d’Europa. Ma non dimenticando, ecco il punto, l’inizio del 2014 con l’oscura vicenda di Majdan e gli otto anni di guerra civile interna tra esercito ucraino e milizie ucraine filo russe. Nei quali anni abbiamo sentito di tutto, quasi mai una parola di pace dalle leadership internazionali che dopo ben due negoziati, Minsk 1 e Minsk 2 abilmente fatti fallire, hanno abbandonato l’Ucraina al suo destino infausto.

Le responsabilità dell’Alleanza Atlantica

Perché bisognava, o meglio ancora bisogna, arrivare ad una «vittoria militare» dell’Ucraina, all’inflessibile ingresso di Kiev nella Nato che, dimenticando che è stata la «ragione» della guerra, è stato rivendicato e praticato fino a poche ore fa come obiettivo dall’Alleanza atlantica. Da Zelenski, da molti Paesi Ue e dai comandi militari, in primis dal “nostro” Dragone, nonostante gli Stati uniti – che ne hanno la guida militare e politica – siano stati e sono contrari, prima di Trump lo stesso Biden, comprendendo che lo sbocco sarebbe quello di una guerra totale, atomica con la Russia.

Neo isolazionismi sovranista Usa

Ora accade che l’isolazionista imperiale Trump – perché è chiaro che il suo isolazionismo lo paghiamo noi, con gli acquisti monopolisti di armi, di energia e sotto l’imposizione di feroci dazi economici – muova a una mediazione e trattativa con l’ultimo nemico dell’Occidente, zar Putin; dopo tre anni di combattimenti e di spargimento di sangue in Ucraina e anche in Russia. È pur vero che una pace fatta di sole imposizioni, sbilanciata e quindi ingiusta non sarebbe che l’anticamera di una nuova guerra come dichiarò Keynes per il trattato di Versailles dopo la Prima guerra mondiale. Ma resta sicuramente altrettanto vero e più accettabile che un cessate il fuoco subito e una trattativa di pace sostenuta dai protagonisti internazionali – non come quella di Istanbul, accettata sia da Kiev che da Mosca, che poteva far finire il conflitto e venne fatta fallire dall’ex leader britannico e transatlantico Boris Johnson – con la prospettiva di un accordo di non belligeranza sarebbe a questo punto meglio di qualsiasi guerra.

Una generazione bruciata sui due fronti

L’aspettativa diffusa tra i popoli è grande, come all’interno dei Paesi coinvolti, in Ucraina dove abbiamo sostenuto ogni addestramento alle nuove armi che per miliardi e miliardi abbiamo inviato a Kiev senza accorgerci che centinaia di migliaia di giovani si organizzavano per rifiutare il reclutamento, anche a rischio della loro vita e libertà; e in Russia dove solo la fine di questa guerra può aprire una prospettiva politica diversa dal neo-zarismo putiniano dando voce a quanti la guerra non l’hanno voluta e che rifiutano i processi autarchici del potere di Putin, che indubbiamente la rivendicherà come vittoria, ben misera però; perché a ben vedere a mala pena riuscirà a nascondere la ferita nel corpo sociale della Federazione russa e nel mondo con il chiaro timore della violenza sottesa ad ogni sua promessa. Una sorta di isolazionismo forzato, «rispettato» perché armato, vincente sul terreno dei rapporti di forza ma non del diritto, della civiltà e della democrazia.

La pace come pericolo?

Ora, invece di intravvedere le possibilità che si apre, si ragiona come se incredibilmente la pace fosse un pericolo, un rischio. E ogni armamentario ideologico è buono, sempre nella fretta di azzerare le nostre responsabilità e il passato, quello remoto e quello prossimo che più o meno consapevolmente abbiamo vissuto tutti noi. Si ripete dagli scranni del parlamento e dei giornali mainstream che «la sicurezza è stata rimessa in discussione dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina» e che con Trump «stiamo abbandonando il canone occidentale».

Le guerre occidentali rimosse

Ma la domanda è: tutte le guerre che negli ultimi 30 anni l’Occidente ha condotto, con massacri di massa e spargimento di sangue in Somalia, ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia e pure in Siria quale sicurezza hanno costruito nel mondo? E quale messaggio di sicurezza e canone occidentale sono arrivati a Putin che per anni ha chiesto di non allargare la Nato a est con basi militari, sistemi d’arma, missili ai confini russi? Cosa che, inesorabilmente e perfino militarmente tronfi, abbiamo fatto contro ogni evidenza e consapevolezza, diffusa perfino nelle alte gerarchie militari occidentali e nelle analisi dei promotori bipartisan della stessa politica estera Usa?

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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